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venerdì 24 luglio 2015

Brescia, la giustizia e gli strappi»

«Tra il 1969 e il ‘74 pezzi importanti degli apparati dello Stato non obbedivano alla Costituzione, ma piuttosto operavano secondo la logica di una costituzione materiale anticomunista».  Una stagione che proseguì fino al 1978, omicidio di Aldo Moro. La Repubblica, 24 luglio 2015   
A che serve una sentenza di condanna 41 anni dopo il fatto? È davvero giustizia? Domande come queste serpeggiano insistenti nell’opinione pubblica dopo la condanna dei due neofascisti Maggi e Tramonte per la strage di piazza della Loggia, lo scorso 22 luglio.

Un verdetto così tardivo, infatti, agli occhi di molti ha quasi il sapore di una beffa, l’ultimo scherzo maligno di uno Stato colluso e traditore. La giustizia, per esser tale, deve giungere tempestiva a riparare i torti e ristabilire l’ordine spezzato da un reato.

Quanto alla funzione di simili giudizi, poi, non si può certo invocare l’effetto di deterrenza: la prospettiva di decenni d’impunità non potrebbe che rassicurare, al contrario, qualunque aspirante criminale. Non regge la logica retributiva; della prospettiva costituzionale della rieducazione del detenuto, infine, neanche parlarne. Perché, allora, i mezzi d’informazione stanno dando tanta attenzione a questi due ergastoli fuori tempo massimo?

Credo si possano fare due ordini di considerazioni. In primo luogo, il significato e il valore di questa sentenza non possono prescindere dalla natura particolarissima del reato. Il massacro di piazza della Loggia s’iscrive a pieno titolo nella strategia della tensione. Tra il 1969 e il ‘74, anni di Guerra Fredda, anche per effetto del fortissimo vincolo di fedeltà atlantico, pezzi importanti degli apparati dello Stato non obbedivano alla Costituzione, ma piuttosto operavano secondo la logica di una costituzione materiale anticomunista, in nome della quale, pur di arginare lo scivolamento a sinistra dell’asse politico e l’ascesa elettorale del Partito comunista, pareva legittimo coprire e proteggere, anziché i cittadini inermi colpiti dalle bombe, i terroristi che organizzavano e compirono attentati che avevano la funesta finalità di “destabilizzare per stabilizzare”.

Con un passato del genere alle spalle, il fatto che oggi gli anticorpi democratici della Repubblica riescano a ottenere un po’ di giustizia contro quell’antica perversione del potere, è un risultato di grande significato politico e simbolico. Lo dobbiamo a chi è sempre rimasto fedele alla Costituzione contro la logica feroce della ragion di Stato. La durata abnorme di processi come quelli per le grandi stragi politiche o mafiose è dovuta ai reiterati depistaggi, non a inefficienze burocratiche. La giustizia, attraverso la parte sana della magistratura e delle forze di sicurezza, ha dovuto operare in un contesto a tal punto ostile e alterato che il fattore-tempo non deve far sminuire il valore di aver fatto prevalere un altro pezzetto di legalità costituzionale.

Ma la pur tardiva sentenza sulla strage di Brescia è preziosa anche in un’altra prospettiva. Possiamo immaginare la convivenza civile nella società come una preziosa seta multicolore, intessuta di molti fili, le vite dei cittadini. Alcuni crimini hanno un impatto diretto e profondo sulla collettività, non solo sulle vittime dirette: stragi, terrorismo, delitti di mafia producono lacerazioni profonde in questo tessuto delicato. 

Meno drammatica, ma profondamente logorante, la corruzione onnipervasiva lascia una miriade di strappi che lo indeboliscono. Ottenere giustizia per un attentato che mirava a sovvertire la democrazia come fu la bomba di piazza della Loggia vuol dire operare nel solco di una “giustizia riparativa” in senso lato: una giustizia che cerca di riparare i danni inflitti al rapporto di fiducia tra cittadini e Stato. Visto che il tessuto della società non è mai al riparo dal logoramento, e in Italia, in particolare, la seta è stata brutalmente stracciata in più punti, non è mai troppo tardi per provare a ridurre, se non riparare, qualcuno di quei vecchi strappi con una parola di giustizia. Non lo dobbiamo solo alle vittime della violenza del passato. È un investimento per il futuro.
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