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Alberto D'Argenio
Battibecchi, liti e alleanze nella notte della trattativa “Tsipras era un pungingball”
14 Luglio 2015
Articoli del 2015
«Uno dei protagonisti del vertice uscendo dal Justus Lipsius confida: “Dietro di noi lasciamo macerie, i greci non riusciranno mai a rispettare tutte le condizioni, ci rivedremo tra qualche mese con lo stesso problema sul tavolo”».
«Uno dei protagonisti del vertice uscendo dal Justus Lipsius confida: “Dietro di noi lasciamo macerie, i greci non riusciranno mai a rispettare tutte le condizioni, ci rivedremo tra qualche mese con lo stesso problema sul tavolo”».

La Repubblica, 14 luglio 2015 (m.p.r.)

Bruxelles. Alexis Tsipras si alza dal tavolo, dopo ore di snervanti battibecchi con i leader europei perde le staffe: «Questa non è un’Unione, questa è un’associazione ricattatoria!». Sono le quattro del mattino, è il momento in cui può saltare tutto. Prima che gli altri leader gli rispondano per le rime provocando l’irreparabile, il navigato Jean Claude Juncker precedete i colleghi: «Alexis, ora basta! Non si possono usare questi toni in una riunione del genere, chi si comporta così fa spirare il negoziato». Mentre gli occhi delle venti persone presenti nello stanzone all’ottantesimo piano (in realtà è l’ottavo, ma si chiama così) del Justus Lispius si girano verso il capo della Commissione, il padrone di casa Donald Tusk sfrutta lo sconcerto generale per sospendere la seduta ed evitare il peggio. Tsipras esce scortato da due leader iscritti tra le colombe, si calma in corridoio. Ma la strada che porterà all’accordo sarà ancora lunga.

Quello di domenica notte non è stato solo il vertice più lungo della storia dell’Unione, ma per certi versi anche il più violento. «Tsipras - racconta un alto responsabile europeo - è stato trattato come un pungiball». Lasciando da parte torti e ragioni dei protagonisti di una telenovela fino all’ultimo in bilico tra lieto fine e tragedia, il film della notte racconta di un un’Europa ormai in crisi di identità.
I leader arrivano al palazzone del Consiglio europeo domenica pomeriggio e sul tavolo ovale del summit trovano il testo preparato dai loro ministri delle Finanze. Porta le impronte digitali di Wolfgang Schaeuble ed è talmente feroce nelle richieste alla Grecia in cambio degli aiuti che chiaramente punta ad esasperare Tsipras per portarlo al Grexit.
Tsipras non perde la calma, afferma: «Non mi alzo da questo tavolo finché non ho un accordo, non ho il mandato per tornare alla dracma». «Nemmeno io mi alzo senza un compromesso», risponde gelida la Merkel che ha il difficile compito di arretrare rispetto alla fuga in avanti di Schaeuble ma di costringere il premier greco - sfiduciato dai partner - ad accettare condizioni durissime in cambio del salvataggio. Le danze hanno inizio.
Il summit viene interrotto da una serie infinita di riunioni tra Hollande, Merkel, Tusk e Tsipras. In una di queste discussioni a quattro si verifica la scena che meglio rappresenta lo scontro di Bruxelles. Si parla del fondo da 50 miliardi in cui i greci devono versare i ricavi delle privatizzazioni per ripagare i creditori. Tsipras ripete che al massimo può mettere insieme 17 miliardi. Gli europei allora chiedono che anche le grandi banche elleniche entrino nei saldi greci. Tsipras lo vive come un tranello, si alza, si leva la giacca e la getta sul tavolo: «Prendete anche questa se volete», esclama.
La parte dei duri, come sempre, la fanno l’olandese Rutte e il finlandese Spila. Superano la Merkel in intransigenza permettendole di arrivare poi al compromesso. Ma in realtà sono tutti contro Tsipras, esasperati da sei mesi di piroette sue e del suo ex ministro Varoufakis. A difendere la Grecia, e non il suo primo ministro, solo Hollande, Renzi, il cipriota Anastasiades e Mario Draghi, che mette tutto il suo peso per difendere l’integrità dell’euro. E lo stesso Draghi – che aveva già avuto uno scontro con Schaeuble all’Eurogruppo – deve rintuzzare Spila con un tono di voce lontano dal suo abituale aplomb.
Almeno due volte si è arrivati a un passo dal fallimento che avrebbe decretato l’espulsione della Grecia. Alle sette del mattino si va vicino a un nuovo incidente quando si litiga ancora sul fondo da 50 miliardi. Renzi – che ha già avuto un ruvido confronto con Rutte – prende la parola per esortare tutti «a trovare una soluzione di buon senso». Ma la Merkel gli sale sulla voce, ancora indispettita perché circa 10 ore prima il premier italiano aveva detto che«Alexis con il referendum ha sbagliato, ma quando è troppo è troppo, non possiamo umiliare nessuno in questo modo». La cancelliera, dunque, interrompe Renzi e afferma: «Certo, serve una soluzione di buon senso ma qui nessuno può dire che la Germania esagera, nessuno può dire adesso basta». Renzi controbatte: «Se ce l’hai con me lo ripeto, in Europa non si possono tenere i rapporti in questo modo». Ma anche gli alleati litigano tra loro se è vero che si è registrato un battibecco tra Tsipras e Hollande, il vero tutor del premier greco in queste settimane di crisi.
Alla fine la Merkel e Tsipras danno vita a un lungo duello che scioglie gli ultimi nodi. Si trova un accordo durissimo per il primo ministro di Atene. Alle 8.45 di lunedì mattina il belga Michel brucia sul tempo i colleghi (serrata la gara sui social con il maltese Muscat) e via Twitter annuncia l’accordo. Seguono le conferenze stampa, i visi stravolti di leader e cronisti. Ma uno dei protagonisti del vertice uscendo dal Justus Lipsius confida: «Dietro di noi lasciamo macerie, i greci non riusciranno mai a rispettare tutte le condizioni, ci rivedremo tra qualche mese con lo stesso problema sul tavolo».
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