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martedì 16 giugno 2015

Venezia. Un uomo solo non può bastare a vincere le destre dei partiti

E' tutta colpa del M5S se a Venezia ha vinto quella destra? Articoli di Norma Rangeri ed Ernesto Milanesi e intervista a Davide Scano. Il manifesto, 16 giugno 2015


NEL DESERTO DELLE URNE
di Norma Rangeri

Il manifesto, 16 giugno 2015
Se dopo le ele­zioni regio­nali erano suo­nati i cam­pa­nelli d’allarme, dopo il voto comu­nale si sono messe all’opera pro­prio tutte le cam­pane. Innan­zi­tutto per Renzi e per il suo par­tito, che adesso non prova nep­pure a mini­miz­zare e parla aper­ta­mente di «una sconfitta».

La dop­pia bato­sta di Vene­zia e Arezzo, ven­ten­nali roc­ca­forti del cen­tro­si­ni­stra, col­pi­sce il premier-segretario sia come pre­si­dente del con­si­glio che come lea­der di par­tito. Né Cas­son, un can­di­dato che avrebbe dovuto fare il pieno dei voti di sini­stra, né il ren­zia­nis­simo Brac­cialli che avrebbe dovuto sfon­dare nel campo avverso, hanno avuto il con­senso degli elet­tori. Al con­tra­rio, in Laguna come nella pro­vin­cia toscana, sono stati pre­miati un impren­di­tore e un inge­gnere, due por­ta­ban­diera delle forze di cen­tro­de­stra, espo­nenti della società utili a nascon­dere i par­titi sotto il tap­peto. Ha poco di che ral­le­grarsi il vivace Bru­netta con Forza Ita­lia che a Vene­zia non arriva nem­meno al 4%, e hanno poco da recri­mi­nare sulle divi­sioni quelli del Pd se pro­prio il par­tito è stato abbon­dan­te­mente supe­rato dalla lista di Casson.

L’altro ele­mento rile­vante del voto è l’errore di sot­to­va­lu­tare l’avversario dan­dolo per scon­fitto in par­tenza o con­si­de­ran­dolo facil­mente bat­ti­bile. Come sem­pre, come fin dall’esordio del ber­lu­sco­ni­smo, a destra non trova casa il virus del tafaz­zi­smo, tipica pato­lo­gia della sini­stra, e quando è il momento le divi­sioni si annul­lano e il car­tello si mostra compatto.

Il tafaz­zi­smo, invece, ha con­ta­giato il Movi­mento dei 5Stelle, con­qui­stato dal tanto peg­gio tanto meglio. Nella spe­ranza di rac­co­gliere i frutti che gli avver­sari (tutto il Par­la­mento) non sono in grado di ripren­dere. Ma que­sto riguarda il futuro. Qui e ora va detto che se il M5S strappa qual­che impor­tante comune segnando un’altra tappa del suo radi­ca­mento, resta che il Movi­mento soprat­tutto si distin­gue per fare da spalla al centro-destra. Come dimo­stra in pieno il caso Venezia.

Non votare Cas­son signi­fica non soste­nere un per­so­nag­gio - un magi­strato - e una poli­tica - one­stà e mani pulite - che rien­tra per­fet­ta­mente nella cul­tura pen­ta­stel­lata. Se le scelte avve­nute alle regio­nali erano oltre­modo legit­time - un’organizzazione che rac­co­glie un con­senso ampio, deve essere ambi­ziosa - quella di non par­te­ci­pare al bal­lot­tag­gio vene­ziano è distrut­tiva e autodistruttiva.

Ma chi deve pre­oc­cu­parsi più di tutti è il premier/segretario. Dopo que­sto impor­tante voto ammi­ni­stra­tivo Renzi dovrebbe pre­stare meno atten­zione alla gran­cassa media­tica che gli suona la sere­nata e avere mag­gior cura alla realtà del paese per quella che è. Se il Pd perde sia con un can­di­dato di sini­stra che con uno di destra, vuol dire che lo sfon­da­mento al cen­tro è una chi­mera e la ricon­qui­sta di un con­senso a sini­stra un’illusione. Anche per­ché l’unico dato nazio­nale incon­tro­ver­ti­bile, indi­scu­ti­bile e appa­ren­te­mente anche invin­ci­bile resta l’astensionismo. Che col­pi­sce tutti, poli­tica e anti­po­li­tica, destra e sinistra.

La fuga dalle urne e l’emorragia di voti del Pd smen­ti­scono le magni­fi­che sorti delle fur­bi­zie costi­tu­zio­nali (l’Italicum) e delle scor­cia­toie libe­ri­ste (jobs act). Del resto la tra­ge­dia delle migra­zioni, che attra­versa i nostri ter­ri­tori met­tendo in forse per­sino la fron­tiera dell’umana soli­da­rietà, è testi­mo­nianza suf­fi­ciente per con­si­gliare di tor­nare con i piedi per terra.


CASSON AFFONDA UN'ALTRA VOLTA
di Ernesto Milanesi
Venezia. Storica vittoria del centrodestra con Luigi Brugnaro. Come nel 2005 l’ex pm sconfitto al ballottaggio, nonostante 1.540 voti in più rispetto al primo turno. E nel Pd si apre la caccia ai «traditori»

La sto­ria si ripete: Felice Cas­son affonda un’altra volta nel bal­lot­tag­gio. E se nel 2005 era un «derby» con la filo­so­fia ammi­ni­stra­tiva di Mas­simo Cac­ciari tar­gato Mar­ghe­rita, dome­nica la scon­fitta dell’intero cen­tro­si­ni­stra ha spa­lan­cato le porte di Ca’ Far­setti a Luigi Bru­gnaro, alla Lega Nord, al “civi­smo” di Fran­ce­sca Zac­ca­riotto e ai rigur­giti di fasci­smo.

L’ex pm e sena­tore Pd “dis­so­nante” è stato con­dan­nato dalle urne la seconda volta senza appello. Una notte da incubo, fin dai pri­mis­simi risultati. Un ver­detto che bru­cia ogni cer­tezza e squa­derna l’abisso. Con Cas­son che va k.o. dieci anni dopo, s’inabissano la «ditta» d’altri tempi, l’eredità ros­so­verde e per­fino il popolo della sini­stra. Nel deserto di Zaia­land ci si può a mala pena arroc­care nei muni­cipi peri­fe­rici (Tre­viso, Vicenza, Bel­luno), per­ché l’«effetto Bitonci» è dila­gato da Padova a Rovigo men­tre la «cata­strofe Moretti» ha tra­volto anche Venezia.

Il risul­tato del bal­lot­tag­gio è impie­toso. Lo scarto finale è 6.567 voti, cifra che non ammette repli­che. Solo la mar­cia trion­fale di Bru­gnaro (il figlio del poeta-operaio, che ora è paròn di Umana, della Reyer, della Mise­ri­cor­dia e della città…) dal quar­tier gene­rale in Calle del Sale fino alla stanza dei bot­toni sul Canal Grande. E il silen­zio di Cas­son che via Twit­ter rin­gra­zia i soste­ni­tori e si eclissa.

È dav­vero l’ammainabandiera di Vene­zia “rossa” con Gio­vanni Bat­ti­sta Gian­quinto, poi “rifor­mi­sta” con Gianni Pel­li­cani e “demo­cra­tica” con Cac­ciari, Paolo Costa e Gior­gio Orsoni. È una svolta dav­vero sto­rica, per­ché biso­gna risa­lire al 1990–93 per ritro­vare un sin­daco diverso: Ugo Ber­gamo, nota­bile Dc, non a caso rie­merso fra i sup­por­ter di Brugnaro.

In due set­ti­mane, laguna e ter­ra­ferma hanno matu­rato il dra­stico cam­bio di sce­na­rio, non solo poli­tico. Bru­gnaro ha con­vinto per­fino sestrieri come Castello, “roc­ca­forti” come Mar­ghera e l’intero Lido. E con il 10% in meno di votanti rispetto al primo turno, la coa­li­zione di cen­tro­de­stra si è para­dos­sal­mente impo­sta senza nem­meno fare il pieno dei pro­pri con­sensi. Bru­gnaro ha chiuso con 54.405 pre­fe­renze con­tro le 47.838 di Cas­son. Ma sulla carta gli appa­ren­ta­menti avreb­bero dovuto som­mare ai 34.790 voti fuc­sia, i 14.482 della Lega e gli 8.292 della Civica Zac­ca­riotto per un totale di 57.564.

Al con­tra­rio, lo schie­ra­mento Civica Cas­son, Pd, Verdi, Sel, Socia­li­sti e Cd par­tiva dai 46.298 voti del primo turno. Ma è lam­pante che quei 1.540 elet­tori in più di dome­nica non hanno com­pen­sato gli asten­sio­ni­sti incal­liti e nem­meno i «tra­di­tori» nel segreto dell’urna. I primi incar­nano forse l’effetto Mose, ma anche la disil­lu­sione nei con­fronti del Pd nazio­nale e lagu­nare. Ma gli altri rive­lano il bizan­ti­ni­smo busi­ness orien­ted di lobby, salotti e man­da­rini che fin dalle Pri­ma­rie hanno messo sab­bia nel motore di Casson.

Non è un mistero per nes­suno che a Vene­zia (e nel Veneto) il «sistema Galan»contasse sulla con­cer­ta­zione for­mato Con­sor­zio Vene­zia Nuova. Da almeno un anno erano al lavoro, su oppo­ste sponde, i vec­chi “refe­renti” dei nuovi equi­li­bri. Hanno sba­ra­gliato il campo e si pre­pa­rano ad un lustro all’insegna della sin­to­nia fra il gover­na­tore post-leghista Luca Zaia e il sin­daco post-berlusconiano Bru­gnaro. Forse, non è un caso che i rispet­tivi “par­titi elet­to­rali” abbiano mono­po­liz­zato i con­sensi tanto alle Regio­nali come alle Comunali…

Vene­zia, poi, rias­sume la più deva­stante deriva demo­krac. Il par­tito col­las­sato ben prima e peg­gio di Ale Moretti e Cas­son. L’eredità euro­pea dis­si­pata ad ogni angolo del Nord Est (sin­to­ma­tico Por­to­gruaro, dove Maria Teresa Sena­tore umi­lia il desi­gnato Pd che aveva 17 punti di van­tag­gio). E la deriva impaz­zita dei sin­daci anti-migranti, sce­riffi e deci­sio­ni­sti che riduce a simu­la­cro iscritti, cir­coli e dirigenti.

«Il Pd a Vene­zia ha rac­colto quel che ha semi­nato» sin­te­tizza Tom­maso Cac­ciari, atti­vi­sta del labo­ra­to­rio Morion e del Comi­tato No Grandi Navi. Tant’è che in ter­ra­ferma, nel cen­tro sto­rico e nelle isole nes­suno punta l’indice su Cas­son e tutti pre­fe­ri­scono aprire la cac­cia ai «bat­ti­tori liberi» tar­gati Pd. Sus­surri e grida su ven­dette per­so­na­liz­zate, indi­ca­zioni ere­ti­che alla guar­dia impe­riale dell’ex Pci, addi­rit­tura voti di scam­bio nel bal­lot­tag­gio di pro­ject, appalti e cantieri.

Intanto, a Vene­zia si riparte dalle muni­ci­pa­lità (5 di cen­tro­si­ni­stra, solo Favaro con Bru­gnaro). E dalle 883 pre­fe­renze di Nicola Pel­li­cani, scon­fitto alle Pri­ma­rie da Cas­son e poi capo­li­sta della sua lista civica.


L’M5S SCANO: «LA SCONFITTA DI CASSON COLPA NOSTRA?
NO, DEL SISTEMA PD»
intervista di Ernesto Milanesi a Davide Scano


Equi­di­stante. Dall’inizio alla fine. Senza sconti né rim­pianti. Davide Scano, 39 anni, avvo­cato, spo­sato con due figli, non accetta impu­ta­zioni per la con­qui­sta di Vene­zia da parte del cen­tro­de­stra. Anzi, difende senza appello la stra­te­gia “gril­lina” den­tro e fuori le urne: «A chi dice che la scon­fitta è colpa nostra replico, in tutta sin­ce­rità: è una vera scioc­chezza. Cas­son, Pd e cen­tro­si­ni­stra non hanno certo perso per il Movi­mento 5 Stelle. Respingo al mit­tente que­sta “rico­stru­zione” a nome di tutto il nostro gruppo».

Allora per­ché Cas­son ha perso la sfida di domenica?
A tanti era risul­tato assai poco cre­di­bile l’impianto del cen­tro­si­ni­stra. Nep­pure al bal­lot­tag­gio il can­di­dato e ciò che gli sta die­tro hanno potuto con­vin­cere. Signi­fica, se mai, non aver colto e capito che i segnali di cam­bia­mento matu­rati a Vene­zia sono più forti del pan­tano in cui si dibatte il Par­tito democratico.

Eppure Cas­son aveva sot­to­scritto le vostre cin­que richieste-chiave…
In tutta la cam­pa­gna elet­to­rale si è mosso pre­oc­cu­pato di non scon­ten­tare nes­suno. E non ha mai dimo­strato, dav­vero e fino in fondo, un impeto di corag­gio o un’iniziativa decisa nei con­fronti del pas­sato o di alcuni “set­tori” della sua coa­li­zione. Tant’è che già al primo turno il cen­tro­si­ni­stra ha scon­tato un altis­simo tasso di astensioni.

Ha pesato lo “scan­dalo Mose” che giu­sto un anno fa aveva costretto il sin­daco Gior­gio Orsoni alle dimissioni?

Non solo. Il vero punto è che i gior­nali nazio­nali e locali non hanno rac­con­tato Vene­zia, per­fino al di là degli arre­sti e delle inda­gini della Pro­cura. Il Comune viene infatti da decenni di pes­sime ammi­ni­stra­zioni: con­cen­trate sulle con­ni­venze con le cate­go­rie e sul clien­te­li­smo. Era tutto inges­sato, men­tre si but­ta­vano soldi dalla finestra.

Per­ché, secondo il M5S, nem­meno un ex pm e un’alleanza all’insegna della della mas­sima tra­spa­renza basta­vano a “sal­vare” Venezia?
Abbiamo cal­co­lato che dal 2007 a oggi è stato sven­duto patri­mo­nio comu­nale per com­ples­sivi 500 milioni: azioni Save e delle Società auto­strade, ma anche palazzi e altri immo­bili. Attual­mente, Ca’ Far­setti è som­mersa da debiti per un miliardo e mezzo di euro, di cui 200 milioni sono i fami­ge­rati deri­vati. Poi c’è il Casinò che va a ramengo a causa delle clau­sole con­trat­tuali dei dipen­denti per cui non si può nem­meno pun­tare sui nuovi gio­chi che ora vanno per la mag­giore. Senza dimen­ti­care un altro dato elo­quente: a Vene­zia si spen­dono due milioni di euro all’anno in con­su­lenze esterne, anche se ci sono 3.300 dipen­denti comu­nali più altri 7 mila delle società partecipate.

Scusi, Scano, ora che farete?
Noi siamo post-ideologici. In aula con le due col­le­ghe elette faremo oppo­si­zione più seria, per­ché anche pro­po­si­tiva. Ci votano come “cani da guar­dia”, ma a Vene­zia non siamo neo­fiti e pos­siamo con­tare su una rete ormai con­so­li­data di cit­ta­dini attivi.

Niente sconti nem­meno a Brugnaro?
Lui ha pro­vato spesso ad ammic­care, anche prima del bal­lot­tag­gio. Pec­cato che sol­tanto la sua vec­chia idea di urba­ni­stica e la par­tita delle Grandi Navi non lasciano mar­gini né dubbi al nostro giudizio.

Ma, insomma, qual è stata la vera chiave di volta del ballottaggio?
Porto e aero­porto, soprat­tutto, direi. Da una parte, quel che ruota intorno alla Marit­tima. E dall’altra il “giro” del Marco Polo, com­presi i pro­getti nel qua­drante Tes­sera. Noi, comun­que, aspet­tiamo Bru­gnaro anche sulle nuove linee del tram ex Lohr, visto che i costi sono lie­vi­tati da 127 a 208 milioni. Il nuovo sin­daco, forse un po’ mal con­si­gliato, sostiene che occorre por­tare il tram fino all’ospedale. Pec­cato che nella vera città metro­po­li­tana basta già la fer­mata del Smfr, senza biso­gno di dirot­tare tante altre linee di tra­sporto pubblico.
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