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mercoledì 10 giugno 2015

Una scuola per il nostro tempo

La pochezza e pericolosità della legge sulla cosiddetta “buona scuola” messa in evidenza da commentatori di ogni tendenza...(continua a leggere)

La pochezza e pericolosità della legge sulla cosiddetta “buona scuola” messa in evidenza da commentatori di ogni tendenza (da ultimo l'ottimo intervento di L. Illetterati su il manifesto del 28/5) ci dovrebbe tuttavia spingere a tentare di delineare i tratti di una scuola all'altezza del nostro tempo. Al di là della necessità di remunerare gli insegnanti italiani con un reddito dignitoso – la più vera e urgente riforma – occorrerebbe avviare una riflessione di prospettiva. La scuola è un asse fondamentale per la trasformazione radicale del capitalismo e costituisce un terreno su cui la sinistra ha potenzialità egemoniche.

E' evidente infatti che su tale terreno le classi dirigenti europee non vanno oltre un basso orizzonte economicistico. Tutti gli interventi riformatori che si sono succeduti in Italia e in Europa su scuola e Università, a partire dal cosiddetto “processo di Bologna” (1999) sino alla “buona scuola” dell'attuale governo - ovviamente con differenti ambizioni - hanno un elemento in comune: quello di ricercare una maggiore efficienza funzionale degli istituti della formazione. Modificazioni e aggiustamenti che non hanno mai riguardato la qualità degli insegnamenti e il modo di impartirli, l'estensione e l'innalzamento dei processi di conoscenza e di formazione, ma i meccanismi “produttivi” delle stesse istituzioni (quantità di laureati e diplomati, tempo e risorse impiegati, assunzione di personale, ecc.).

L'obiettivo dell'intervento è rimasto confinato nell'efficacia ed economicità delle prestazioni e nella loro misurabilità e incentivazione. L'introduzione dei crediti nei corsi universitari ha costituito l'innovazione più esemplare dello spirito riformatore che ha orientato e orienta il legislatore. Naturalmente il telos nascosto e unificante di tutti questi interventi è l'adeguamento della scuola e dell'Università, considerate vecchie, ai bisogni incalzanti della società. Dove la società coincide quasi perfettamente con l'impresa. Avvicinare la scuola al mondo del lavoro: è questa l'esigenza invocata. E il lavoro altro non è che il “mercato del lavoro”. La sorgente dell'innovazione oggi è sempre il mercato, regolatore assoluto dell'intero universo sociale.

Significativamente, non pochi, maldestri e ignari, si spingono ad accusare la scuola quale responsabile della disoccupazione giovanile. Ed è questa pressione, che si esercita sul mondo della formazione, a determinare l'ossessione dilagante per la valutazione ed il merito. Quel che preme al legislatore è incrementare e misurare la prestazione dei soggetti che operano nell'istituzione come in qualunque impresa che deve competere. Da qui discende l'intero edificio normativo e burocratico, che cresce su se stesso e che soffoca oggi scuola e università, distratte dai loro compiti formativi e chiamate continuamente a valutare e a valutarsi, a mimare imprese che devono produrre beni e servizi.

Ma è questa la scuola di cui abbiamo bisogno? L'innovazione nei contenuti degli insegnamenti si può davvero esaurire nell'aggiunta di qualche disciplina ( «Arte, Musica, Diritto, Economia, Discipline motorie») e, come recita ancora il testo del Ddl governativo, nel guardare «al futuro attraverso lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti»? La modestia di queste amene genericità partorite dalle burocrazie ministeriali rivela tutta l'angustia culturale in cui è imprigionata la pedagogia neoliberista del nostro tempo. E , per la verità, non solo essa. In realtà, oggi, sul piano dei contenuti e delle discipline la scuola potrebbe costituire uno straordinario laboratorio di riforma scientifica, culturale e morale. Un luogo in cui si formano giovani in grado di pensare in forme nuove la realtà della natura, all'altezza delle sfide gigantesche che dobbiamo fronteggiare. 

Ma per insegnare una nuova scienza nelle scuole occorre sapere quello che è accaduto non solo alle discipline in cui essa si articola, ma anche al mondo vivente di cui essa si occupa. Perché, come ebbe a osservare Einstein, «non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso pensiero che li ha creati». Ebbene, oggi è clamorosamente assente non solo nel dibattito pubblico, ma perfino nella più ristretta koiné intellettuale, la percezione di uno dei più drammatici mutamenti consumatosi nel corso del XX secolo: la subordinazione dell'evoluzione terrestre ai ritmi e al dominio dell'azione umana. Due vicende che erano corse in parallelo per millenni, le trasformazioni autonome del pianeta e la storia degli uomini, si sono fuse, e l'evoluzione della terra è stata incorporata nello sviluppo economico delle società. 

Una nuova imprevista responsabilità grava dunque sulle società umane, che richiederebbe una nuova visione dei metodi e dei compiti della scienza, da tempo avanzata da studiosi come Edgar Morin, Fritjof Capra e da altri. Un sapere in grado di superare la vecchia separazione delle discipline: la chimica, la fisica, la biologia, ecc. tutti ambiti che hanno studiato separatamente il corpo smembrato della natura per meglio penetrarlo e manipolarlo. La possibilità che abbiamo oggi, grazie ai progressi dell'ecologia, di studiare l'intero mondo vivente come un cosmo unitario, biologico, chimico, fisico, botanico, ecc. per poterlo conoscere nelle sue più intime connessioni e proteggerlo, potrebbe produrre nelle classi una vera rivoluzione didattica, capace di far cooperare le singole discipline come mai è avvenuto sinora. “Riformare” la scuola in questa direzione significherebbe davvero adeguarla ai bisogni del nostro tempo, perché assolverebbe il compito di educare le nuove generazioni a una nuova etica della natura, non più luogo di indiscriminato saccheggio, ma casa comune da curare e proteggere.

C'è un altro aspetto di carattere disciplinare e contenutistico che rimane clamorosamente assente dalle indicazioni dei riformatori che intervengono sulla scuola. Non mi riferisco soltanto all'assenza di idee su come valorizzare gli insegnamenti della nostra grande tradizione umanistica, base di formazione ed emancipazione spirituale degli individui, di educazione al pensiero, alla bellezza e alla poesia, e non semplicemente competenza professionale da utilizzare nel lavoro. Anche in questo caso è la storia contemporanea recente a suggerire la direzione necessaria. Il 900 ci consegna un'altra grande frattura. A dispetto del perdurante dominio economico e militare dell'Occidente, è evidente che la visione eurocentrica della storia del mondo oggi appare disarticolata dall'irrompere di nuove forze. 
Nuovi protagonisti nazionali, nuove storie, culture, lingue, arti, stili di vita si affacciano sulla scena internazionale e reclamano un loro protagonismo. Nuovi punti di vista sul passato e sul futuro della nostra avventura sulla terra chiedono ascolto e dialogo e ci sfidano. 

Le esortazioni ministeriali a studiare la lingua inglese e a impossessarsi dei linguaggi digitali appaiono in tutta la loro insipienza minimale, di raccomandazioni ovvie, mentre occorrerebbe approntare strumenti e saperi per affrontare le grandi sfide di una formazione interculturale. Non dobbiamo solo proteggere la natura, ma anche gli uomini da se stessi, precipitati in una Babele violenta, che rischia di finire in un generale bagno di sangue. Poiché la terra ha cessato di essere il cortile dell'Occidente, occorre preparare le nuove generazioni al linguaggio cosmopolita che solo può sventare le guerre e fondare nuove fratellanze internazionali, per abolire le disuguaglianze e rendere universali democrazia e diritti.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente a il manifesto






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