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giovedì 25 giugno 2015

Scatenata da Bruxelles la lotta di classe in Europa

Articoli di Dimitri Deliolanes, Anna Maria Merlo, Sergio Cesaratto sulle manovre di chi vuole strozzare un popolo per impedire che la speranza di un'altra Europa, nella quale le persone valgano più dei soldi, resti viva. Il manifesto, 25 giugno 2015
 
C’È CHI VUOLE IL «GREXIT», E NON È AD ATENE
di Dimitri Deliolanes

Quando l’accordo sem­brava defi­nito nella sua impo­sta­zione di mas­sima e si trat­tava solo di defi­nire i det­ta­gli, ecco il Fmi lan­ciare il suo siluro, riman­dando il nego­ziato agli inizi di giu­gno, alle famose cin­que pagine di Junc­ker che ave­vano fatto infu­riare Atene. A sor­presa, l’organismo della Lagarde ha rimesso sul tavolo i tagli alle pen­sioni e per­fino l’avanzo pri­ma­rio delle casse pen­sio­ni­sti­che da otte­nere in con­di­zioni di disoc­cu­pa­zione del 26% della forza lavoro. Un capo­la­voro di realismo.

Ale­xis Tsi­pras ha saputo la cat­tiva noti­zia in aereo e ha spie­gato il suo rifiuto in que­sti ter­mini: o non vogliono un accordo oppure vogliono ser­vire gli inte­ressi degli oli­gar­chi greci.

Nelle pro­po­ste del Fmi, infatti, la tassa pro­po­sta da Atene sulle imprese con più di mezzo milione di utile annuo è stata depen­nata. Come è stata depen­nata la tas­sa­zione sulle società che gesti­scono il gioco d’azzardo via Inter­net. In gene­rale, gli oli­gar­chi greci non com­pa­iono nei bril­lanti piani del Fmi, né sotto la forma di pro­prie­tari di ban­che, né sotto quella di edi­tori televisivi.

Il motivo? Far­gli pagare le tasse avrebbe degli effetti reces­sivi. Infatti, in que­sti quat­tro anni che l’uomo del Fmi nella troika, Thom­sen, gover­nava con fare colo­niale la Gre­cia lasciando del tutto indi­stur­bati gli oli­gar­chi, il Pil greco ha rag­giunto risul­tati di cre­scita impressionanti:un bel — 26%.

La verità è che con la pro­po­sta greca che era stata accolta all’eurogruppo di lunedì il governo greco aveva esau­rito– forse anche supe­rato– i limiti che si era posto. Il piano greco di misure fiscali per otto miliardi in due anni per­met­teva al governo di van­tarsi di aver difeso le pen­sioni ed evi­tato i nuovi licen­zia­menti al set­tore pubblico.

Aveva accet­tato un nuovo aumento delle impo­ste (nel paese più tas­sato d’Europa: sono aumen­tate del 338% dal 2010) cer­cando di sal­vare il sal­va­bile: cibo mate­riale e spi­ri­tuale (libri) al 6%, altri con­sumi dif­fusi, come la cor­rente elet­trica, al 13% e il resto al 23%. Atene aveva inol­tre accet­tato la per­ma­nenza di leggi odiose, come il fami­ge­rato Enfia sugli immo­bili, aumen­tando le impo­ste ai red­diti supe­riori ai 30 mila euro annui. In sostanza, in un con­te­sto nega­tivo, il governo aveva cer­cato di dif­fe­ren­ziare il peso fiscale, aggra­van­dolo per i red­diti più alti.

Sic­come in Gre­cia più che nuove tasse serve un mec­ca­ni­smo più effi­ciente per le entrate pub­bli­che , Varou­fa­kis aveva anche avan­zato delle pro­po­ste per ren­dere più dif­fi­cile l’evasione dell’Iva. Pro­po­ste magi­ca­mente spa­rite dalle scan­da­lose richie­ste del Fmi. Non è un segreto che la pro­po­sta di Tsi­pras era stata accolta posi­ti­va­mente a Bru­xel­les ma non era suc­ceso lo stesso in Gre­cia. Il «com­pro­messo one­sto» richie­sto da Tsi­pras era diven­tato un «com­pro­messo doloroso.

Mal­grado i repor­tage fan­ta­siosi com­parsi sulla stampa euro­pea, l’ipotesi di accordo pro­po­sta da Atene non avrebbe avuto seri pro­blemi al Par­la­mento greco. I voti con­trari sareb­bero stati al mas­simo una decina. Il per­ché è stato chia­rito nella riu­nione di ieri della Segre­te­ria Poli­tica di Syriza. Prima Tsi­pras e poi il suo stretto col­la­bo­ra­tore Fla­bou­ria­ris hanno spie­gato che con­di­zione irri­nun­cia­bile della pro­po­sta greca è che i cre­di­tori assi­cu­rino uffi­cial­mente di «ren­dere soste­ni­bile il debito». In pra­tica, Atene esige che i cre­di­tori con­fer­mino l’impegno preso per iscritto con il secondo Memo­ran­dum del 2012: una volta finito il pro­gramma, i cre­di­tori dove­vano pren­dere prov­ve­di­menti per alleg­ge­rire il peso del debito sull’economia del paese.

Come è noto, tra i tre cre­di­tori, il Fmi è l’unico favo­re­vole al taglio del debito greco. In un col­lo­quio di qual­che giorno fa, il pre­mier greco aveva anche chie­sto a Lagarde di non limi­tarsi a chie­dere tagli e che ponesse anche la que­stione del debito.

Sem­bra quindi che nella con­fu­sione domi­nante in campo euro­peo, ancora una volta si rie­sce a rag­giun­gere una sin­tesi solo ai danni della Gre­cia. Vista però la ferma resi­stenza oppo­sta da Tsi­pras in tutti que­sti mesi a ogni pro­getto di abbat­ti­mento di pen­sioni e di sti­pendi pub­blici, è evi­dente che ora il Fmi pone un pro­blema poli­tico: desta­bi­liz­zare il governo di sini­stra greco, costrin­gerlo o alla resa verso l’austerità o a un rovi­noso (per tutti) scon­tro con l’eurozona, che il popolo greco non vuole. In ambe­due i casi, si pensa, Syriza è spac­ciata e si spera in un cam­bia­mento dello sce­na­rio politico.

È un pro­getto estre­mi­sta, non a caso in Europa con­di­viso solo da Schauble.

Tsi­pras ha di nuovo riba­dito che, in assenza di un «accordo com­ples­sivo», la tran­che dovuta al FMI a fine mese non sarà versata.

Ovvia­mente, il man­cato ver­sa­mento non sarà con­si­de­rato auto­ma­ti­ca­ti­ca­mente una ban­ca­rotta di Atene. Sarà invece un nuovo colpo di avver­ti­mento: o i cre­di­tori pren­de­ranno sul serio la volontà di Atene a non arri­vare allo scon­tro, oppure l’ipotesi di un’implosione dell’eurozona diventa sem­pre più rea­li­stica. Pro­ba­bil­mente, era que­sto il senso delle dichia­ra­zioni di ieri di Mat­teo Renzi: c’è chi vuole il Gre­xit, ha ammo­nito. Ma non si rivol­geva solo ad Atene.


IL SILURO DEL FMI: NO A TSIPRAS
di Anna Maria Merlo  

Eurogruppo. L’Europa cestina le proposte di Atene. Il Fondo monetario cancella le tasse agli oligarchi e pretende il taglio delle pensioni. Moscovici incontra tutti i partiti di opposizione. A Bruxelles Tsipras incontra Draghi, Lagarde e Juncker: «Alla Grecia richieste senza precedenti, c’è chi dice no a tutto e vuole la rottura». Dopo sei ore di riunione è muro contro muro. L’eurogruppo si aggiorna a oggi, si tratta nella notte

Un’altra gior­nata este­nuante sulla que­stione greca, con­clu­sasi con l’ennesimo - il nono - Euro­gruppo dell’«ultima spe­ranza», ieri sera, a ridosso del Con­si­glio euro­peo di oggi e domani. Due pro­grammi a con­fronto, contro-progetto greco e contro-contro pro­getto dei cre­di­tori, respinti da entrambi i con­ten­denti, anche se le cifre ormai non sono così distanti.

Il governo Tsi­pras è messo al muro per accet­tare la logica del pro­se­gui­mento dell’austerità, «riforme con­tro soldi fre­schi», che ha dif­fi­coltà a pas­sare in patria. La pro­po­sta arriva a pochi giorni dalla dop­pia sca­denza del 30 giu­gno, rim­borso di 1,6 miliardi al Fmi e fine del secondo piano di «aiuti», già riman­dato due volte, che, in man­canza di intesa, vedrà l’evaporazione dei resi­dui 7,2 miliardi da ver­sare ad Atene, indi­spen­sa­bili non per una solu­zione dura­tura, ma per soprav­vi­vere qual­che set­ti­mana ed evi­tare il Gre­xit. I cre­di­tori hanno usato tutte le armi: fomen­tando il rischio di un bank run (5 miliardi riti­rati in pochi giorni) e la carta del degrado, reale, dell’economia greca, este­nuata, per far pie­gare Atene. E gio­cano anche sull’ipotesi di un cam­bio di mag­gio­ranza: ieri il com­mis­sa­rio Pierre Mosco­vici ha incon­trato Theo­do­ra­kis, lea­der di To Potami, par­tito di cen­tro greco, ruota di scorta pos­si­bile per una nuova maggioranza.

Tsi­pras ha fatto pro­po­ste dolo­rose, ma chiede sem­pli­ce­mente che l’accordo con­tenga un punto di buon senso: vista l’insostenibilità del debito greco, ci vuole un impe­gno sulla ristrut­tu­ra­zione. Del resto, que­sta ristrut­tu­ra­zione era stata pro­messa nel 2012, legata al rag­giun­gi­mento di un avanzo pri­ma­rio (prima del ser­vi­zio del debito) del bilan­cio greco. Que­sta clau­sola è stata rispet­tata da Atene nel 2013, con 1,5 miliardi di avanzo. Ma i cre­di­tori non hanno rispet­tato allora la parola data. E non lo fanno nep­pure adesso. Anche se Michel Sapin, mini­stro dell’economia fran­cese, ammette: «la que­stione del peso del debito dovrà essere affron­tata». Tsi­pras ha pas­sato la gior­nata a Bru­xel­les. Ha incon­trato Jean-Claude Junc­ker (Com­mis­sione), Mario Dra­ghi (Bce), Chri­stine Lagarde (Fmi), Dijs­sel­blome (Euro­gruppo), Regling (Mes).

Il primo mini­stro greco ha denun­ciato «l’insistenza di certe isti­tu­zioni che non accet­tano le misure com­pen­sa­to­rie» pre­sen­tate da Atene per ottem­pe­rare ai dik­tat dei cre­di­tori, «come non era mai acca­duto prima né per l’Irlanda né per il Por­to­gallo». Una carica in par­ti­co­lare con­tro il Fmi, che ha pre­stato 32 miliardi (a sca­denza breve, 10 anni) e che vuole assi­cu­rarsi i rim­borsi. Per Tsi­pras, «que­sto atteg­gia­mento può voler dire due cose: o non vogliono un accordo o sono al ser­vi­zio di inte­ressi spe­ci­fici in Gre­cia». Ma il Fmi è il solo cre­di­tore a non essere con­tra­rio a una ristrut­tu­ra­zione del debito (che nei fatti non lo toc­che­rebbe). Sono gli euro­pei, che hanno cre­diti, tra isti­tu­zioni e bila­te­rali, intorno ai 300 miliardi, ad essere reti­centi sulla ristrut­tu­ra­zione, a que­sto stadio.

La Gre­cia ha pre­sen­tato il suo ultimo sforzo: 8 miliardi di tagli in due anni, pari al 4,4% del Pil, con un rialzo dell’Iva, dei con­tri­buti e delle tasse alle imprese. Uno stu­dio della Deu­tsche Bank pre­vede un effetto nega­tivo fino a 3 punti del pil. Ma Tsi­pras spera che que­sta offerta, sbloc­cando il nego­ziato, per­metta una ripresa e che arri­vino gli inve­sti­menti euro­pei pro­messi dal piano Junc­ker (35 miliardi), oltre all’accesso al Quan­ti­ta­tive easing della Bce. Per il momento, la Gre­cia vive gra­zie al tubo di ossi­geno con­cesso dalla Bce, che ancora ieri, per il quinto giorno negli ultimi otto, ha alzato l’Ela, la liqui­dità di emer­genza, ultimo rubi­netto rima­sto aperto dopo la chiu­sura di tutti gli altri. Ma i cre­di­tori chie­dono di più, una cor­re­zione dei conti pub­blici dell’1,5% quest’anno e del 2,9% il pros­simo: il «contro-contro-piano» pre­tende ridu­zioni di esen­zioni Iva, che dovrebbe venire uni­fi­cata al 23% (con il 13% solo per cibo, ener­gia, acqua e hotel, ma senza sconto per le isole, e al 6% per pro­dotti far­ma­ceu­tici, libri e tea­tri), l’abolizione dei sus­sidi, l’aumento delle tasse di pro­prietà e sul lusso, ancora tagli alla spesa sani­ta­ria e al resi­duo wel­fare, una riforma delle pen­sioni più dra­stica, una gri­glia dei salari della pub­blica ammi­ni­stra­zione fiscal­mente neu­tra, oltre a una nuova legge con­tro l’evasione e una sem­pli­fi­ca­zione buro­cra­tica. I cre­di­tori chie­dono un avanzo pri­ma­rio in cre­scita: 1% quest’anno, ma 2% il pros­simo e via a seguire, fino al 3,5% nel 2018. «Esi­genze assurde e inac­cet­ta­bili» per Tsi­pras, visto che la Gre­cia è in defla­zione. Tsi­pras chiede inve­sti­menti per il rilan­cio economico.

La solu­zione, se ci sarà, sarà poli­tica. Ma Renzi ha messo in guar­dia Atene: «i greci devono sapere che esi­stono forti pres­sioni da parte di opi­nioni pub­bli­che di alcuni paesi a usare que­sta fine­stra per chiu­dere i conti con la Gre­cia». E «non si tratta sol­tanto dei paesi di più antica fre­quen­ta­zione dei tavoli euro­pei», la Ger­ma­nia, «ma anche di quelli entrati dopo». Per Renzi «lo sforzo deve essere reciproco».

STIAMO ASSISTENDO
A UNA INDEGNA E INUTILE TORTURA
di Sergio Cesaratto

 Con tutte le scelte sulla Grecia l'Europa esce priva di ogni residua credibilità. Le misure richieste prolungano l'agonia di Atene, centellinando la tortura
Con le pro­po­ste di lunedì scorso il governo Tsi­pras si è spinto molto in là nelle con­ces­sioni alla Troika. All’inasprimento della pres­sione fiscale sulle imprese si è aggiunto un ina­spri­mento non banale dei con­tri­buti sociali che col­pi­sce imprese, salari e pen­sioni. Que­ste in Gre­cia sono piut­to­sto basse con il 60% dei pen­sio­nati con un red­dito netto sotto i 700 euro men­sili, mal­grado le scioc­chezze che si sen­tono - mar­tedì sera dal prof. Qua­drio Cur­zio su Radio 1 - di pen­sioni a livello tede­sco. E spesso la pen­sione è l’unico red­dito della fami­glia estesa.

Nono­stante ciò la Troika non è sod­di­sfatta, soprat­tutto nei riguardi delle misure sulle imprese (che non neces­sa­ria­mente sono un bene). Si tratta di misure reces­sive che non inter­rom­pono l’austerità. Non ci deve con­so­lare l’alleggerimento del tar­get di sur­plus pri­ma­rio del bilan­cio pub­blico dai 3 o 4,5% chie­sti dalla Troika al’1% nel 2015 (e 2% nel 2016).

La dif­fe­renza è nell’uccidere subito il con­dan­nato o tor­tu­rarlo ancora più a lungo. Per­ché di una inde­gna e inu­tile tor­tura stiamo parlando. La solu­zione ragio­ne­vole c’è, e Varou­fa­kis l’ha ripro­po­sta all’Eurogruppo la scorsa set­ti­mana: il fondo salva-Stati euro­peo emetta titoli per acqui­stare i titoli greci in mano alla Bce (26 miliardi) con il duplice effetto di dila­zio­nare la resti­tu­zione di que­sto debito fra dieci o vent’anni dando respiro al bilan­cio greco e con­sen­tire alla Gre­cia di entrare nel pro­gramma di quan­ti­ta­tive easing della Bce (ora quest’ultima non può acqui­stare titoli greci per­ché già ne ha troppi in pancia).

Su que­sto tema l’Europa ha già detto no, che se ne ripar­lerà più avanti. Che se ne dovrà ripar­lare è sicuro visto che la con­fer­mata auste­rità impe­dirà alle finanze gre­che la resti­tu­zione di que­sti fondi alla Bce e anche di quelli al Fmi (32,5m).

L’unica con­ces­sione alla Gre­cia sono i famosi ultimi 7,2m del piano di sal­va­tag­gio in sca­denza con cui essa potrà ripa­gare la tran­che al Fmi in sca­denza que­sto mese e le rate di luglio e ago­sto alla Bce. Que­sto è per­verso. Si sa che un nuovo piano di sal­va­tag­gio sarà neces­sa­rio quando le pros­sime rate ver­ranno a sca­denza. Ma il sal­va­tag­gio deve avve­nire, nel dise­gno dei tor­tu­ra­tori, cen­tel­li­nando le ero­ga­zioni in cor­ri­spon­denza alle rate in sca­denza, tenendo il governo greco col cap­pio al collo.[/do]

Logica vor­rebbe che l’Europa si assu­messe subito e ora tutto il debito greco con Bce e anche Fmi — come molti eco­no­mi­sti hanno invo­cato, anche con­ser­va­tori quale Jacob Kir­ke­gaard del Peter­son Insti­tute — nei fatti dila­zio­nan­dolo per qual­che decen­nio sì da libe­rare per un po’ la Gre­cia dal fardello. A quel punto pur vin­co­lata da obiet­tivi strin­genti di bilan­cio, la Gre­cia dispor­rebbe di uno o due miliardi al mese in più (lo dico ad occhio) da spen­dere per soste­nere la domanda interna ed effet­tuare poli­ti­che di sviluppo. La pro­spet­tiva cam­bie­rebbe radicalmente.

La ragione dell’apparentemente illo­gico rifiuto euro­peo va pro­ba­bil­mente tro­vata nelle ele­zioni spa­gnole: far capire a Pode­mos che non v’è pos­si­bi­lità di euro­peiz­za­zione dei debiti sovrani e all’elettorato che le forze alter­na­tive tro­ve­ranno un muro.

E non si dica che il cat­tivo è il Fmi. Nel 2013 que­sto ha fatto auto­cri­tica affer­mando di essere stato tirato den­tro al primo «sal­va­tag­gio» della Gre­cia nel 2010 — quello che salvò le ban­che fran­cesi e tede­sche coi soldi anche del con­tri­buente ita­liano — con­sa­pe­vole già allora che il debito greco andava ristrutturato. Una volta tirato den­tro il Fmi, che gesti­sce quat­trini dei con­tri­buenti di tutto il mondo, fa il suo mestiere di pre­ten­derli indie­tro. Se vuole, l’Europa lo può liquidare.

È que­sta che ne esce priva di ogni resi­dua cre­di­bi­lità, spe­ra­bil­mente anche agli occhi di coloro che per­vi­ca­ce­mente ancora spe­rano in un suo mutamento.
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