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venerdì 26 giugno 2015

Renzi vince ancora, E la sinistra tremula aspetta e spera

Cronaca del colpo mortale con cui il renzismo, asservendo la scuola al Monarca e ai suoi vassalli,  ha pesantemente compromesso il diritto  degli italiani a una formazione libera.  Articoli di Carmelo Lopapa e Francesco Bei, e un'intervista di Corrado Zunino a Giovanni Cocchi. La Repubblica, 26 giugno 2015


SCUOLA OK, RENZI INCASSA LA FIDUCIA
TRA URLA, INSULTI E FINTI FUNERALI
di Carmelo Lopapa

In Senato 159 sì e 112 no.Protestano le opposizioni, M5S contro Napolitano. Romani: “Governo senza maggioranza” La piazza con Fassina,fischi a Mineo

Il governo ce l’ha fatta sì, il ministro Stefania Giannini («Non sono commissariata») e il sottosegretario Davide Faraone si abbracciano. Ma con voti e assenze che pesano. Con i sì, ad esempio, degli ex Fi Sandro Bondi e Manuela Repetti, con l’assenza fin troppo evidente di Denis Verdini, ormai in rotta col suo partito. Se è per questo non si fanno vedere nel giorno decisivo, ma per marcare la distanza, nemmeno il senatore a vita Carlo Rubbia, e Elena Cattaneo e Mario Monti, uomini di scienza e di università. Tra le file della maggioranza spicca anche l’assenza di Carlo Giovanardi, ma l’Ncd di cui fa parte è compatto e determinante.

Dagli ultrà grillini e Sel non sarà risparmiato nessuno dei votanti a favore. Nemmeno, per la prima volta, l’ex presidente Giorgio Napolitano. Ha appena pronunciato il suo “sì” alla prima chiama e finisce sopraffatto da cori di “buu”, “bravo, bravo”, “vergogna” e fischi dai banchi dei Cinque stelle. Lui si allontana lentamente sostenendosi sul bastone, senza voltarsi. Sono da poco passate le 18, è il momento più basso di una giornata che è andata degradando come su piano inclinato verso il caos finale. Una corrida, protagonisti anche prof e studenti dalle tribune in alto, che si scatenerà contro tutti gli ex grillini che oseranno pronunciare il “sì” alla chiama, ma anche contro chi, come Miguel Gotor sta alla sinistra del PD, ma non al punto da negare la fiducia. «Voto sì per disciplina, ma gli elettori non ci perdoneranno», è il suo presagio. A mezzogiorno i parlamentari di Sel compaiono con t-shirt bianche con la scritta “Libertà di insegnamento” e “Diritto allo studio”, il clou sarà l’uso imperterrito dei fischietti in aula, stile Vuvuzelas ai mondiali del Sudafrica. La maglietta la indossa anche Maria Mussini del Misto e il presidente Grasso le chiede di toglierla. «Che faccio presidente, mi spoglio? Volete uno striptease?» La capogruppo Sel De Petris nel frattempo ha adagiato una di quelle magliette sul banco del ministro Giannini. «Fuori i bulli dalla scuola», campeggia sui cartelli mostrati dai leghisti con tanto di fotomontaggio del premier Renzi nei panni del Fonzie di “Happy days”. Nulla rispetto allo striscione che a un certo punto srotolano sempre i leghisti: «Difendiamo i nostri bambini dalla scuola di Satana», c’è scritto. Il loro Gian Marco Centinaio si distinguerà per aver paragonato il ddl alla “vaselina”. I grillini portano in aula i lumini mortuari, dopo averli ostentati in sala stampa a beneficio delle telecamere per il “funerale” della scuola. «Quei lumini che avete là non portano bene», li ammonisce con l’ultimo briciolo di ironia l’ormai esausto presidente Grasso. Perderà le staffe solo quando i banchi M5S si trasformeranno in curva sud pronta a colpire chiunque voti a favore o quasi: «Questi sono gesti di intolleranza. Il voto deve essere libero, non voglio commenti né prima, né dopo». Ma sarà inutile. Bondi e Repetti, con Casini e tutti gli ex grillini, i più tartassati. Beppe Grillo via Twitter sentenzia: «Hanno ucciso la scuola pubblica». I centomila da assumere tirano un sospiro di sollievo.

“ORA IL PEGGIO È ALLE SPALLE”
IL PREMIER TRATTA CON LA SINISTRA
I RITOCCHI AL BICAMERALISMO
di Francesco Bei

Soddisfazione per la tenuta del patto interno al Pd. Contatti con i dissidenti sulla nomina dei nuovi senatori: rispunta l’elettività in un listino a parte

Per Matteo Renzi, nonostante i tre dissidenti del Pd sulla fiducia, la giornata di ieri rappresenta il primo raggio di sole dopo giorni bui. Settimane difficili, a partire dal cattivo risultato delle elezioni fino alla decapitazione del pd romano. Il sospiro di sollievo, a cui si lascia andare in privato, riguarda l’oggi e il futuro. «Il peggio è alle nostre spalle – confida ai suoi – gli insegnanti capiranno. Da qui alla fine dell’anno spenderemo oltre un miliardo di euro sulla scuola, i soldi ci sono».

Ma anche la situazione interna ai gruppi parlamentari, dopo l’uscita di Civati e Fassina, appare più tranquilla. Certo, la mobilitazione del mondo scolastico ha toccato nervi sensibili e i musi lunghi di molti senatori della minoranza ieri testimoniavano quanto sia stato amaro il boccone ingoiato con la fiducia. «L’accordo interno ha tenuto – osserva tuttavia il premier – e adesso possiamo rimettere i pista la riforma costituzionale per approvarla prima dell’estate». Un atteggiamento quasi spavaldo, ben diverso da quella sera di dieci giorni fa quando il capo del governo, tra il depresso e l’arrabbiato, meditava di rimettere in un cassetto la riforma della scuola. «Se ci fossimo fermati – confida con il senno di poi il numero due renziano a palazzo Madama, Giorgio Tonini – sarebbe stato un tragico errore, l’inizio della fine. Ci avrebbero fatti a pezzi su tutto. Il nostro destino è andare avanti».
I numeri incoraggianti sull’aumento degli ordinativi dell’industria, sulle assunzioni, sulla ripresa dei consumi interni, fanno ben sperare il premier per i mesi a venire. E rafforzano l’idea di proseguire con l’orizzonte puntato sulla fine naturale della legislatura. Portando a casa il prima possibile la riforma costituzionale e tutto il resto che attende in coda, dalla Rai alle unioni civili. 

Con l’occhio puntato sulle amministrative della prossima primavera, quando andranno al voto Milano, Napoli, Torino, Genova. La testa è già lì. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti, reduce dalla sconfitta della “sua” Paita alle regionali in Liguria, ammette che il governo e il Pd si giocheranno il tutto per tutto. «Tra il risultato elettorale e il mondo della scuola mobilitato contro di noi - spiega uscendo da palazzo Madama da una stradina laterale - abbiamo toccato il più più basso. Adesso ci dobbiamo mettere sotto per dare risposte al paese e, soprattutto, preparare bene le amministrative. Arrivarci impreparati, all’ultimo mese, è pericoloso». Perdere nelle grandi città, tutte amministrate dal centrosinistra, sarebbe per il governo Renzi il segnale del fine corsa. Per questo, a costo di smentire uno dei dogmi del Pd, al Nazareno si sta pensando di privilegiare i candidati politicamente giusti senza ricorrere alle primarie. Pinotti prende un respiro e annuisce: «Le primarie si fanno se c’è un percorso politico, non alla “spera-in-dio” e chi vuole si candida. Specie in realtà molto...complicate come Napoli».

Dunque ci saranno candidati scelti dalla segreteria, dopo una consultazione con le componenti interne. Anche perché, dopo la rottura con Sel, è ormai impossibile la riproposizione di quella stagione di centrosinistra che portò alla vittoria dei sindaci arancioni a Cagliari, Genova, Milano e Napoli.

L’altra partita fondamentale, che s’intreccia con il rapporto che Renzi sta provando a ricucire con la sinistra interna, è quella che ha come posta la riforma della Costituzione. Su questo fronte è già ricominciato, in via riservata, un dialogo che ha come protagonisti il ministro Boschi e alcuni esponenti della minoranza dem come i senatori Vannino Chiti e Claudio Martini. Il punto su cui il governo è pronto a cedere è quello dell’elettività dei futuri membri del Senato. Che saranno sempre consiglieri regionali, scelti però su un listino a parte che gli elettori si troveranno sulla scheda elettorale. A differenza della buona scuola, sulla riforma costituzionale Renzi non può forzare la mano alla sinistra interna con la fiducia. E quei 23 senatori se li può conquistare solo con la politica e il dialogo.

“RACCOGLIEREMO LE FIRME PER ABROGARE QUESTE REGOLE”
intervista di Corrado Zunino a Giovanni Cocchi
Giovanni Cocchi, maestro per vent’anni, prof di medie per i successivi quindici (al Guercino di Bologna). E’ diventato il simbolo della protesta contro la riforma della scuola. «Ho discusso del disegno di legge con Renzi per un quarto d’ora, ognuno è rimasto delle sue idee, poi, quando è andato alla lavagna, gli ho rifatto il verso in video».
Perché Bologna e perché lei al centro della rivolta?
«Bologna ha la stessa tradizione forte della scuola italiana: affonda le radici nella Resistenza e nella Costituzione. Io sono riconosciuto perché sono solo un insegnante. Non sono iscritto a un sindacato e da sempre sono un elettore di sinistra deluso. Quando il Pd va al governo diventa irriconoscibile».
Per ora ha vinto Renzi con la sua Buona scuola. Come reagirete?«Non è finita qui. D’istinto dico che da settembre la scuola italiana farà di tutto per non far passare la riforma. Non ci sarà collaborazione con i presidi e i loro staff, sulle scartoffie da firmare creeremo problemi. Ci dedicheremo a insegnare ai nostri ragazzi, quello è sacro ».

E fuori?«Raccoglieremo le firme per abrogare una legge che divide territorio da territorio, quartiere da quartiere e che nelle scuole ricche formerà la nuova classe dirigente e in quelle povere manodopera disponibile impossibilitata ad affrancarsi nella vi
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