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martedì 30 giugno 2015

Referendum greco: pesa il silenzio assordante degli intellettuali europei

«I cre­di­tori vogliono essere certi che a pagare il "risa­na­mento" e la per­ma­nenza nell’eurozona sia la grande massa pro­le­ta­riz­zata dei lavo­ra­tori dipen­denti, costretti a vivere sta­bil­mente in mise­ria e in schia­vitù. Se a pagare fos­sero i grandi capi­tali, i conti tor­ne­reb­bero ugual­mente». Il manifesto, 30 giugno 2015 (m.p.r.)

C’è un aureo testo di Kant che torna alla mente in que­ste ore in cui si con­suma l’attacco finale alla Gre­cia demo­cra­tica da parte dei cani da guar­dia dell’Europa oli­gar­chica, della finanza inter­na­zio­nale e del Nuovo ordine colo­niale a cen­tra­lità franco-tedesca. Nel 1784, l’autore della Cri­tica della ragione pura, già cele­ber­rimo in tutto il con­ti­nente, rispon­deva alla domanda sull’essenza dell’illuminismo. La indi­vi­duava nella scelta dell’autonomia; nella deci­sione con­sa­pe­vole e non priva di rischi di «uscire da una mino­rità della quale si è responsabili».

Inten­deva dire che affi­darsi alla guida di un tutore che per noi sce­glie e deli­bera è umi­liante ben­ché comodo. Che la libertà è affa­sci­nante ma il più delle volte peri­co­losa. E che l’insegnamento fon­da­men­tale del movi­mento dei Lumi che di lì a poco avrebbe por­tato i fran­cesi a sol­le­varsi con­tro l’autocrazia dell’antico regime con­si­ste pro­prio in que­sto: nel con­si­de­rare l’esercizio dell’autonomia indi­vi­duale e col­let­tiva un inde­ro­ga­bile dovere morale e poli­tico. Un fatto di dignità. Essere uomini signi­fica in primo luogo deci­dere per sé e rispon­dere delle pro­prie scelte. Rifiu­tarsi di vivere sotto il giogo di qual­siasi potere impo­sto con la vio­lenza delle armi o della super­sti­zione, del denaro o del conformismo.

Sono tra­scorsi oltre due secoli densi di sto­ria. Il mondo è cam­biato. Ma nes­suno direbbe che quelle di Kant sono con­si­de­ra­zioni arcai­che, ina­datte al nostro tempo. Siamo tutti pronti a sot­to­scri­verle. Rifor­mu­late con parole meno alate, le ripe­tiamo ogni qual­volta ragio­niamo sui prin­cipi demo­cra­tici ai quali vor­remmo si ispi­ras­sero le nostre società. Eppure che suc­cede quando i nodi ven­gono al pet­tine e la dignità di tutto un popolo è messa dav­vero in discus­sione, quando un intero paese è posto di fronte al bivio tra mino­rità e autonomia?

Anche se tele­vi­sioni e gior­nali di tutto il mondo fanno a gara per nascon­dere la realtà descri­vendo i greci come un gregge di bugiardi paras­siti (e atten­zione: vale per i greci oggi quel che ci si pre­para a dire domani sul conto di spa­gnoli, por­to­ghesi e ita­liani, sudici d’Europa), è abba­stanza chiaro il motivo per cui Ue, Bce e Fmi hanno deciso di sca­te­nare la guerra con­tro la Gre­cia. I soldi (pochi) sono più che altro un pre­te­sto. La sostanza è il modello sociale che deve prevalere.

I cre­di­tori vogliono essere certi che a pagare il «risa­na­mento» e la per­ma­nenza nell’eurozona sia la grande massa pro­le­ta­riz­zata dei lavo­ra­tori dipen­denti, costretti a vivere sta­bil­mente in mise­ria e in schia­vitù. Se a pagare fos­sero i grandi capi­tali, i conti tor­ne­reb­bero ugual­mente. E solo così l’economia greca potrebbe per dav­vero risa­narsi. Ma il prezzo poli­tico sarebbe esor­bi­tante, tale da vani­fi­care quanto è stato sin qui fatto, per mezzo della crisi, al fine di «rifor­mare» i paesi euro­pei e con­for­marli final­mente al modello neo­li­be­rale di «società aperta».

La par­tita è quindi squi­si­ta­mente poli­tica. Se non c’è di mezzo tanto un pro­blema di ragio­ne­ria quanto una que­stione poli­tica di prima gran­dezza – il modello sociale, appunto: i cri­teri base dell’allocazione delle risorse – allora è sacro­santa la pre­tesa del governo greco che a deci­dere se obbe­dire o meno ai dik­tat della troika sia il popolo che dovrà pagare le con­se­guenze delle deci­sioni assunte in sede euro­pea. È un fatto ele­men­tare di demo­cra­zia. Che però spo­sta il con­flitto sul ter­reno, cru­ciale e deci­sivo, della legit­ti­ma­zione dell’Europa unita: uno spo­sta­mento del tutto inaccettabile.

Non c’è da sor­pren­dersi se pro­prio la deci­sione di Tsi­pras di andare al refe­ren­dum popo­lare abbia fatto sal­tare il banco. L’Europa – que­sta Europa dei tec­no­crati e degli spe­cu­la­tori – può accet­tare molte dero­ghe. Può tol­le­rare gravi infra­zioni alle regole finan­zia­rie, come ha dimo­strato pro­prio nei con­fronti di Fran­cia e Ger­ma­nia. Può anche fati­co­sa­mente chiu­dere un occhio su qual­che misura tesa a ridurre l’iniquità delle cosid­dette riforme strut­tu­rali che i paesi sono chia­mati a rea­liz­zare per con­for­marsi al modello sociale prescritto.

Ma sulla que­stione delle que­stioni – la sovra­nità – non si tran­sige. Nes­suno può rimet­tere in discus­sione il fatto che in Europa i pre­sunti «popoli sovrani» non hanno voce in capi­tolo sul pro­prio destino. Fin­ché si scherza, magari fin­gendo di avere un par­la­mento euro­peo, bene. Ma guai ad aprire una brec­cia sulla costi­tu­zione dispo­tica dell’Unione, che è il suo fon­da­mento ma anche, a guar­dar bene, il suo tal­lone d’Achille.

Se que­sto è vero, allora un silen­zio pesa assor­dante men­tre le cro­na­che docu­men­tano le bat­tute finali di quest’ultima guerra inte­stina del vec­chio con­ti­nente. Dove sono finiti i «grandi intel­let­tuali», quelli che lo spi­rito del tempo desi­gna a pro­pri por­ta­voce, coloro la cui sapienza e sag­gezza reca l’onore e l’onere di indi­care la retta via quando il cam­mino si ingar­bu­glia? Non se ne vede l’ombra. Tutto su que­sto fronte tace, come se si trat­tasse di baz­ze­cole. Eppure c’è ancora qual­che sedi­cente filo­sofo, qual­che sto­rico, qual­che giu­ri­sta o socio­logo in Europa. C’è chi si atteg­gia a inter­prete auten­tico della crisi e sforna a ripe­ti­zione libri che discu­tono di Europa e di demo­cra­zia. Forse che, per tor­nare al vec­chio Kant, ciò che vale in teo­ria non serve a nulla in pratica?

Ci si domanda che farebbe oggi un novello Zola (o un nuovo Sar­tre) di fronte alla pre­po­tenza e alla viltà di quest’Europa. Eppure non occor­rono gesti eroici per ricor­dare che esi­stono diritti invio­la­bili, per chia­rire che nes­suna ragione al mondo con­sente di sca­ra­ven­tare un popolo nell’indigenza e nella dispe­ra­zione, per ram­men­tare che in que­sta par­tita torti e ragioni sono, come sem­pre, ripar­titi fra tutte le parti in causa. Niente. Silen­zio. A sbrai­tare è solo chi può per­met­tersi di svol­gere due parti in com­me­dia, il ruolo dell’accusatore e quello del giu­dice. Quanto all’imputato, stiamo molto attenti. Nati a Palermo o a Sivi­glia, a Milano o a Lisbona, siamo tutti quanti greci anche noi.
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