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martedì 30 giugno 2015

Quei 400 formaggi che senza latte perderanno il loro gusto

«La Commissione europea ha ribadito all’Italia la richiesta di consentire la produzione di formaggi senza latte fresco». La Repubblica, 29 giugno 2015 (m.p.r.)

Ora, colpire i formaggi significa colpire il cuore del patrimonio agricolo e gastronomico italiano. In Italia esistono oltre 400 tipi di formaggi frutto di una straordinaria diversità: di climi, di paesaggi, di pascoli, di razze animali, di tecniche, di saperi. Sono questi 400 formaggi, dalle tome di montagna alle paste filate del sud - orgoglio e ricchezza di altrettanti territori - che dovrebbero poter «circolare liberamente» in Europa, per restituire valore ai loro luoghi di origine, non di rado in montagne o alte colline che proprio le logiche dell’iperindustrializzazione hanno spinto sempre più ai margini. Ma lo stesso discorso vale per i numerosi formaggi di qualità di altre nazioni, patrimonio di un’Europa che troppo spesso si dimentica di queste realtà per rispondere ad altre logiche.

E invece, l’Unione si muove con una lettera di diffida per consentire la libera circolazione di una materia prima anonima e industriale, il latte in polvere. Per favorire, dunque, un’idea completamente diversa di cibo: un cibo divenuto merce, disponibile in grandi quantità a prezzi sempre più bassi. Per favorire, in questo caso specifico, allevamenti intensivi, che hanno trasformato le vacche in macchine da latte, che non hanno più legami con la terra, con i cicli naturali e con il territorio.

Come Slow Food, ci battiamo da anni per promuovere i formaggi a latte crudo, le produzioni di alpeggio, le tecniche tradizionali, le razze autoctone. Almeno dal 1997, prima edizione di Cheese, che proprio quest’anno a settembre celebrerà il decimo anniversario. In quella occasione saranno tutti i migliori produttori d’Europa a dire insieme a noi un secco e perentorio «no» a questa assurdità. Anzi, lavoreremo perché l’ottima legge italiana diventi norma in tutta Europa. Ci stupiamo che la Commissione europea, spesso aperta alle nostre istanze e sensibile al valore culturale e sociale ed economico della biodiversità, subisca poi un’influenza così pesante da parte della grande industria, al punto da prendere strade diametralmente opposte.

E questo atteggiamento altalenante ci preoccupa soprattutto perché, proprio in queste settimane, l’Europa sta discutendo il Ttip, ovvero il trattato commerciale con gli Usa. Non vorremmo che il libero scambio delle merci si traducesse in libertà dalle regole che tutelano l’ambiente, i piccoli produttori e i consumatori. Il nostro cibo e noi consumatori meritiamo più attenzione e tutela da parte
dell’Ue.

Alcuni giorni fa, la Commissione europea ha ribadito all’Italia la richiesta di consentire la produzione di formaggi senza latte fresco. Avete capito bene: senza latte. La legge nazionale del 1974 (la numero 138 dell’11 aprile) che vieta l’uso di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per produrre yogurt, caciotte, robiole e mozzarelle, secondo Bruxelles rappresenterebbe infatti una restrizione alla «libera circolazione delle merci». Libera circolazione delle merci prodotte dalle solite grandi lobby industriali interessate solo a spendere poco per guadagnare tanto, aggiungiamo noi. La legge 138 è una legge nazionale di cui andare fieri, perché ha consentito nel tempo di tutelare e promuovere prodotti unici di altissima qualità: di quel made in Italy di cui tanto ci vantiamo. Mi aspetto che il Governo italiano difenda questa normativa e non una logica al ribasso che non è utile a nessuno, tanto meno all’immagine del nostro Paese.

Questa vicenda scandalosa è l’ultima trovata burocratica in questo settore. Ci vengono subito in mente altre iniziative simili della Commissione europea, come quella a favore del cioccolato senza burro di cacao, o del vino senza uva, fatto con il famoso wine-kit. E ci ricorda ancora una volta che l’Europa ha due volti, molto spesso contrapposti. Da un lato un patrimonio di piccole produzioni di alta qualità, che potrebbero rappresentare il futuro dell’agricoltura e dell’artigianato alimentare, ma che faticano a sopravvivere. Dall’altro una produzione industriale che troppo spesso punta ad appiattire, a omologare, a ignorare l’origine delle materie prime, a cancellare il valore dei territori e dei saperi. Quando si tratta di legiferare o di assegnare contributi, purtroppo, prevale questa seconda realtà, capace di portare sui tavoli della politica europea numeri, volumi e interessi ben più significativi.
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