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lunedì 22 giugno 2015

La Waterloo ai confini così gli Stati inseguono la sovranità perduta

«La funzione di questa esibizione è occultare la crisi e l’impasse di un’Europa a corto di sovranità, fra un contesto nazionale che si disfa e una costruzione europea che resta virtuale, fra Stati-nazione che la sovranità la stanno perdendo e un’Europa che la sovranità ancora non ce l’ha». La Repubblica, 22 giugno 2015 (m.p.r.)

Le immagini dei profughi bloccati a Ventimiglia hanno scioccato l’opinione pubblica da una parte e dall’altra delle Alpi. Ma tra quelle immagini c’è una foto che va ben oltre l’indignazione suscitata dal blocco. In essa si vedono dei migranti avvolti in coperte isotermiche che lottano contro il freddo sugli scogli in riva al mare. È stata scattata il 15 giugno. Se è assurta a icona probabilmente è perché quei rifugiati avvolti in coperte non hanno più forma umana, sono fantasmi, spettri, marziani venuti da un altro pianeta. In ogni caso non sono del tutto umani, della loro antica condizione conservano solo un’impronta sulla pellicola di poliestere che funge loro da involucro, sono dei mutanti, dei white walkers, dei morti viventi… Sono lo spettro della nostra società. L’immagine ci invita ad analizzare gli avvenimenti di questi ultimi giorni non solo in termini giuridici, politici o morali, ma come un teatro, il teatro della sovranità perduta.

Perché questo blocco, se è illegittimo rispetto al diritto d’asilo, è anche illegale rispetto agli accordi di Schengen e di Dublino. Rappresenta perciò non solo un’inadempienza morale e politica nei confronti di queste persone che hanno diritto di chiedere asilo, ma una negazione dell’Europa, perché intacca uno dei principi fondamentali che legittimano la costruzione europea, la libera circolazione delle persone all’interno di uno spazio comune. Nel momento in cui si brandisce di fronte al governo greco il rispetto delle regole instaurate dai trattati, ecco uno dei membri fondatori dell’Unione Europea che le calpesta esplicitamente sotto la pressione di un’opinione pubblica largamente influenzata dalle idee dell’estrema destra; ecco la Francia che erige in tutta fretta un muro di polizia di fronte all’Italia, che dovrebbe farsi carico da sola del diritto d’asilo!

Inadempienza morale contro i profughi, attentato al diritto d’asilo, negazione dell’Europa: il blocco di Ventimiglia è una sconfitta politica interna, una «Waterloo morale», come l’ha definita l’ex ministra delle Politiche per l’alloggio, Cécile Duflot. È l’agitazione a porte chiuse di un potere che crede, in questo modo, di gestire un’opinione pubblica in cerca di autorità e tormentata dalla paura. Perché qui non si sta neppure parlando di limitare l’afflusso di profughi sul territorio nazionale: a Ventimiglia si trattava di accogliere qualche migliaio di migranti in transito, quando in Francia abbiamo appena superato la soglia dei 300.000 lavoratori stranieri distaccati (una cifra che è raddoppiata in cinque anni!).

Qual è allora la razionalità di una politica del genere? Com’è possibile che un governo eletto per farla finita con gli accenti xenofobi di un Nicolas Sarkozy finisca per cedere a sua volta a questa hybris anti-immigrati che il filosofo Jacques Rancière ha definito «passione dall’alto »? Si tratta di ripristinare una sovranità sgretolata dalla costruzione europea e dalla globalizzazione? Si tratta di recuperare un po’ di quel potere d’agire che manca drammaticamente ai governanti? Tutto il contrario.

Al di là dell’indignazione che legittimamente suscitano, quelle immagini di rifugiati, quelle scene di gente fermata dalla polizia nei treni solo per il suo aspetto, quei naufraghi ricacciati da un capo all’altro dell’Europa, quelle violenze in piena Parigi contro lavoratori immigrati non sono segnali di sovranità, ma segnali di impotenza dell’Europa di fronte a problemi che essa stessa ha creato. Mettono a nudo delle falle di sovranità degli Stati-nazione e costituiscono, a furia di prove generali nello spazio pubblico, un’esibizione collettiva di cui i profughi sono, loro malgrado, i figuranti, e che va analizzata in quanto tale. Queste operazioni non puntano tanto a dissuadere i migranti quanto a gestire l’immagine della frontiera. I migranti non costituiscono soltanto «l’esercito di riserva del capitale» destinato a far abbassare i salari, come diceva Marx: costituiscono un «esercito di figuranti» scritturati nel teatro della sovranità perduta. Il controllo della frontiera è uno spazio rituale, scenografico, che ha come scopo immaginare il fantasma della frontiera, celebrare la frontiera: è un sacrificio rituale di cui i profughi fanno le spese.

La funzione di questa esibizione è occultare la crisi e l’impasse di un’Europa a corto di sovranità, fra un contesto nazionale che si disfa e una costruzione europea che resta virtuale, fra Stati-nazione che la sovranità la stanno perdendo e un’Europa che la sovranità ancora non ce l’ha. È qui che Ventimiglia si staglia, nella nebbia di un progetto europeo che nessuno vuole più. Non è uno Stato sovrano che fa rispettare il tracciato stabilito della frontiera; è uno Stato «insovrano» che mette in scena la frontiera, la traccia e la sposta, è uno Stato che fabbrica frontiere. È una frontiera di nuovo tipo. Una frontiera mobile, porosa, evanescente. Una frontiera che si muove. La frontiera è dappertutto, si sposta alla velocità delle camionette dei Crs, i celerini francesi, da Ventimiglia a Calais, da Parigi a Marsiglia. 

«Le frontiere attraversano le nostre città», diceva il sindaco di Chicago dopo le rivolte razziali che avevano colpito la sua città negli anni 60. Ormai le frontiere dividono gli spiriti. La frontiera non è più soltanto territoriale, è morale, inquisitrice: distingue il bene dal male, noi dagli altri, il dentro dal fuori… Accredita il fantasma di un’Europa bastione da difendere a ogni costo e produce una scenografia visiva dello stato di emergenza di fronte a presunte invasioni. Produce l’iperbole mediatica di Stati che agiscono in mare e su terra, con pattuglie o «patriot act» alla francese, come il surrogato di una sovranità perduta. Il grande storico della Grande Muraglia cinese, Owen Lattimore,scriveva: «Le frontiere, contrariamente alle apparenze, sono fatte per impedire ai cittadini di uscire, più che per impedire agli stranieri di entrare».

Traduzione di Fabio Galimberti
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