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Guido Viale
Il muro del Nord
9 Giugno 2015
Articoli del 2015
«Per una Unione euro-mediterranea. Che significa quel "teneteveli", rivolto non solo a Italia e Grecia, Sicilia e Puglia, ma a Libano, Giordania, Turchia, Egitto, che di profughi ne "ospitano" milioni?»,
«Per una Unione euro-mediterranea. Che significa quel "teneteveli", rivolto non solo a Italia e Grecia, Sicilia e Puglia, ma a Libano, Giordania, Turchia, Egitto, che di profughi ne "ospitano" milioni?»,

Il manifesto, 9 giugno 2015

Il capi­tolo «seces­sione», che le Regioni leghi­ste (la “Pada­nia” senza più il Pie­monte, ma con in più la Ligu­ria) non erano riu­scite ad aprire e legit­ti­mare in campo fiscale, viene oggi ripro­po­sto sulla que­stione delle «quote» di pro­fu­ghi e migranti da tra­sfe­rire al Nord dai porti di sbarco; nono­stante che a gui­dare la rivolta sia pro­prio Maroni, l’ex-ministro che quelle quote le aveva intro­dotte. Ma que­sta volta la fronda leghi­sta avrà un impatto mag­giore, per­ché è in per­fetta sin­to­nia con le posi­zioni che i paesi dell’Unione Euro­pea stanno adot­tando nell’affrontare lo stesso pro­blema: «Teneteveli».

Cioè: anche se, con­tro gli intenti ori­gi­nari, la mis­sione Tri­ton è costretta a sal­varli, i pro­fu­ghi restino là dove sbar­cano. E con loro se la vedano i paesi e le regioni a cui li lasciano in carico. Il default greco non è dun­que più l’unica minac­cia per la coe­sione dell’Unione Europea.

Una gover­nance che si com­porta così verso i suoi mem­bri non è più la legit­tima guida dell’Ue, come non sarebbe più uno Stato uni­ta­rio quello che accet­tasse una divi­sione simile tra le sue Regioni.

Le destre ita­liane ed euro­pee lo sanno, anche se ancora pos­sono — e torna loro comodo — nascon­dere a se stesse e agli altri le con­se­guenze di que­sta linea di con­dotta: che è desti­nare allo ster­mi­nio milioni di esseri umani. Cioè, pro­prio la ripro­po­si­zione di ciò che la Comu­nità, poi Unione Euro­pea, ha come sua ragion d’essere ori­gi­na­ria: che le tra­ge­die pro­dotte da due guerre mon­diali e dai campi di ster­mi­nio «non abbiano a ripe­tersi mai più». Invece sono di nuovo davanti a noi, e tra noi. Non lo si può igno­rare. Le deboli forze che in Ita­lia e in Europa si bat­tono per un mondo diverso ne devono pren­dere atto; anche se que­sta è in asso­luto la più dif­fi­cile delle bat­ta­glie che finora non siamo stati capaci di com­bat­tere, e soprat­tutto di vincere.

Che cosa signi­fica infatti quel «tene­te­veli», rivolto non solo a Ita­lia e Gre­cia, Sici­lia e Puglia, ma anche a Libano, Gior­da­nia, Tur­chia, Egitto, che di pro­fu­ghi ne «ospi­tano» già non decine di migliaia, ma milioni? O rivolto a Libia, Tuni­sia, Sudan, Mali, Niger, ecc.? Paesi, que­sti, dove non si rie­sce nep­pure a fare una conta som­ma­ria degli sban­dati (displa­ced per­sons) e dove è ormai impos­si­bile distin­guere tra pro­fu­ghi di guerra, di per­se­cu­zioni poli­ti­che, reli­giose o etni­che, di crisi ambien­tali o di fame e mise­ria (i cosid­detti migranti eco­no­mici); anche se l’esito di que­ste tante con­cause è quasi sem­pre una guerra ali­men­tata dal com­mer­cio di armi a bene­fi­cio di nazioni che le producono.

L’Italia affronta il pro­blema affi­dan­dolo a mala­vita, mafia e mal­go­verno, gli stru­menti tra­di­zio­nali di gestione di tutte le emer­genze vere o inven­tate: Expò, Mose, rifiuti, ter­re­moti, allu­vioni, ele­zioni, sanità, lavoro nero. Con i pro­fu­ghi, gli affari di mafia e mal­go­verno si asso­ciano a sfrut­ta­mento, umi­lia­zione e degrado di coloro che ven­gono affi­dati alle loro «cure». Ma anche a cre­scenti motivi di timore, mal­con­tento, rivolta aperta; a invo­ca­zione di poteri forti e solu­zioni defi­ni­tive (o «finali»?); a pro­fes­sioni di raz­zi­smo osten­tate delle popo­la­zioni locali.

Ma in che modo pen­siamo che ven­gano gestiti in Medio Oriente i campi pro­fu­ghi di milioni di esseri umani senza alcuna pro­spet­tiva di ritorno alle loro terre per molti anni? E in Libia, in Sudan, o in tutti gli altri paesi verso cui li vor­remmo riso­spin­gere? E che cosa ci aspet­tiamo che fac­ciano i Buzzi o gli Alfano di quei paesi? Il loro lavoro sarà «farli spa­rire», dopo averli tor­tu­rati, rapi­nati e vio­lati in tutti i modi: unica alter­na­tiva alla man­cata pos­si­bi­lità tra­ghet­tarli in Europa.

Ma lo Stato ita­liano, lasciato solo a veder­sela con flussi cre­scenti e incon­trol­la­bili, diven­terà anch’esso desti­na­ta­rio dei respingi-menti: ridotto a tra­sfor­mare la poli­zia, come già sta facendo, in «sca­fi­sti di Stato», per cer­care di far pas­sare la fron­tiera, in vio­la­zione della con­ven­zione di Dublino, al mag­gior numero pos­si­bile di migranti; o a «ester­na­liz­zarne» la gestione a orga­niz­za­zioni alla Buzzi (ma in campo c’è già anche di peg­gio); o ad abban­do­narli per strada, insce­nando fughe di massa dai luo­ghi di deten­zione, e creando così situa­zioni di degrado e di effet­tivo peri­colo con cui ali­men­tare rivolte sem­pre più dif­fuse di comu­nità locali.

Che l’Italia possa rima­nere «aggan­ciata» all’Europa in una situa­zione del genere è dif­fi­cile. Ma che l’Europa possa con­ti­nuare a occu­parsi di sfo­ra­menti dei defi­cit dello «0 vir­gola», senza darsi uno strac­cio di poli­tica per affron­tare, in una pro­spet­tiva di paci­fi­ca­zione, la bel­li­ge­ranza ende­mica ai suoi con­fini, o le derive auto­ri­ta­rie, nazio­na­li­sti­che e raz­zi­ste al suo interno, è altret­tanto surreale.

D’ora in poi tutti i pro­getti per cam­biare la società, o la distri­bu­zione del red­dito, o per difen­dere lavoro, ter­ri­to­rio, scuola, sanità, cul­tura, diritti, dovranno con­fron­tarsi con il pro­blema dei pro­fu­ghi e dei migranti: per cer­care una via di uscita paci­fica e nego­ziata alla crisi geo­po­li­tica del Medi­ter­ra­neo; e per tro­vare un posto e un ruolo alle cen­ti­naia di migliaia che cer­cano sal­vezza in Europa.

Una via di uscita soste­ni­bile, accet­ta­bile per tutti, che riduca anzi­ché esa­cer­bare le molte ragioni di con­tra­sto tra locali e migranti; che per­metta di vivere l’arrivo di tanti pro­fu­ghi non come una minac­cia e un peso inso­ste­ni­bili, bensì – lo hanno dimo­strato vicende locali esem­plari, come quella di Lam­pe­dusa — come un’opportunità di nuove forme di con­vi­venza, di cre­scita cul­tu­rale, di aper­tura poli­tica, di un approc­cio di respiro euro-mediterraneo ai pro­blemi quo­ti­diani: un approc­cio, cioè, che riguardi al tempo stesso il nostro con­ti­nente e i paesi dell’Africa, del Magh­reb e del Medio Oriente.

Con un piano che deve, sì, essere euro­peo, ma che va messo a punto qui, comin­ciando a dimo­strarne la fat­ti­bi­lità per pic­coli epi­sodi: a par­tire da una vigi­lanza e una con­te­sta­zione dif­fuse e di massa su tutti gli affidi in mate­ria di acco­glienza e gestione dei profughi.

Innan­zi­tutto i cit­ta­dini ita­liani non devono essere messi nella con­di­zione di temere che a loro siano riser­vate meno risorse e meno oppor­tu­nità di quelle desti­nate a pro­fu­ghi e migranti: dun­que, red­dito garan­tito e piani gene­rali per creare lavoro e dare occu­pa­zioni e solu­zioni abi­ta­tive decenti a tutti (e fine, quindi, dei patti di stabilità).

Poi, auto­ge­stione: è cri­mi­nale costrin­gere i pro­fu­ghi «accolti» a un ozio for­zato di anni e affi­dare a imprese cosid­dette sociali la gestione di ogni aspetto della loro vita quo­ti­diana. Assi­stiti e con­trol­lati, pro­fu­ghi e migranti pos­sono gestire da soli risorse ed edi­fici riser­vati alla loro permanenza.

Poi devono essere distri­buiti sul ter­ri­to­rio, con misure per faci­li­tare con­tatti e scambi con i locali: accesso a scuole, sanità, atti­vità ricrea­tive, media­zione cul­tu­rale. Infine devono potersi orga­niz­zare anche sul piano poli­tico, valo­riz­zando i con­tatti tra comu­nità nazio­nali già inse­diate in Europa, e con chi è restato nei paesi da cui sono fuggiti.

La costru­zione di una iden­tità regio­nale – di una comu­nità euro-mediterranea, da fon­dare sulle mace­rie dell’Unione attuale, che ha dimen­ti­cato le ragioni che l’hanno fatta nascere — ha biso­gno di que­ste cit­ta­dine e cit­ta­dini, che qui pos­sono met­tere a punto un pro­getto, un embrione di governo in esi­lio, e una road map per il riscatto poli­tico e sociale dei loro paesi di origine.

È una strada lunga e tor­tuosa (come lo è stata quella che ha por­tato alla fon­da­zione dell’Unione Euro­pea), ma ine­lu­di­bile per non venir sopraf­fatti da una guerra per­ma­nente ai con­fini dell’Unione e dal trionfo del raz­zi­smo al suo interno.

P.S. Que­sto è un tema ine­lu­di­bile per la coa­li­zione sociale, un pro­getto che poteva nascere un anno fa con L’Altra Europa con Tsi­pras, ma che è stato disat­teso a favore di un enne­simo assem­blag­gio di inu­tili par­ti­tini; ma che per for­tuna è stato ripreso dalla Fiom e da tutti coloro che vi si stanno impegnando.

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