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martedì 23 giugno 2015

Galbraith: «L’Europa si sbaglia se pensa che la Grecia arretrerà»


Intervista di Thomas Fazi a James K. Galbraith, consigliere del ministro Varoufakis. «Il sem­plice fatto che oggi in Europa si parli aper­ta­mente della pos­si­bi­lità che l’Unione stia archi­tet­tando un «cam­bio di regime» con­tro un governo demo­cra­ti­ca­mente eletto, che sia vero o meno, la dice lunga su quanto sia caduta in basso l’Unione euro­pea». Il manifesto, 23 giugno 2015

James K. Gal­braith, figlio del grande eco­no­mi­sta John Ken­neth Gal­braith, inse­gna eco­no­mia e altre disci­pline all’università Lyn­don John­son del Texas, la stessa in cui inse­gnava Varou­fa­kis prima di essere «chia­mato alle armi» da Ale­xis Tsi­pras. Da allora ha seguito il suo col­lega ed amico molto da vicino, accom­pa­gnan­dolo anche a varie riu­nioni dell’Eurogruppo. Gli abbiamo chie­sto di farci il punto sullo stato della trat­ta­tiva Grecia-Ue, nel momento in cui que­sta entra nella sua fase più dram­ma­tica da cin­que anni a que­sta parte.

Pro­fes­sore, secondo lei è ancora pos­si­bile che Gre­cia e Ue rag­giun­gano un «accordo ono­re­vole»?

Que­sto dipen­derà dai cre­di­tori. A dif­fe­renza di quanto soste­nuto dalle isti­tu­zioni euro­pee e da gran parte dei media, il governo greco ha fatto molto per venire incon­tro alle posi­zioni dei cre­di­tori, oltre­pas­sando molte delle pro­prie «linee rosse».

Resta da vedere se il governo sarà dispo­sto a fare ulte­riori con­ces­sioni. Ma sia Tsi­pras che Varou­fa­kis hanno fatto inten­dere che la misura è colma, e che ora sta ai cre­di­tori fare qual­che passo avanti e dimo­strare di essere real­mente inte­res­sati a tro­vare un accordo. Pur­troppo in que­sti mesi i cre­di­tori non hanno ammor­bi­dito la loro posi­zione di una vir­gola – un’altra verità spesso occul­tata dai media. La loro ultima pro­po­sta ricalca per filo e per segno i pre­ce­denti memo­randa della troika. Que­sto è inac­cet­ta­bile e irre­spon­sa­bile, con­si­de­rando che l’attuale pro­gramma si è dimo­strato un fal­li­mento sotto ogni punto di vista. Cin­que anni fa, il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale aveva pre­vi­sto che il Pil greco si sarebbe con­tratto del 5% a causa delle misure di auste­rità. Ad oggi si è ridotto del 25%. Dovrebbe bastare a decre­tare il fal­li­mento del pro­gramma, e la neces­sità di un suo supe­ra­mento radicale.

Lei ha scritto che quelle che chie­dono i cre­di­tori non sono riforme ma, al con­tra­rio, «contro-riforme».

Esatto. I tagli ai salari e alle pen­sioni, gli aumenti di tasse e le pri­va­tiz­za­zioni sel­vagge non sono riforme ma, appunto, contro-riforme, che mirano a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e a imporre un sin­golo modello di poli­tica eco­no­mica in tutta Europa.

Qua­lun­que riforma che sia degna di que­sto nome richiede tempo, pazienza, pia­ni­fi­ca­zione e denaro. La riforma del sistema pen­sio­ni­stico e di sicu­rezza sociale, l’introduzione di stan­dard del lavoro moderni, una poli­tica di pri­va­tiz­za­zione ocu­lata, la crea­zione di un sistema di riscos­sione delle impo­ste effi­ciente: que­ste sono vere riforme, che favo­ri­reb­bero la cre­scita e il dina­mi­smo dell’economia, e su cui il governo sarebbe ben felice di muo­versi, se solo i cre­di­tori glielo per­met­tes­sero. Le «riforme» dei cre­di­tori, invece, vanno nella dire­zione oppo­sta: mirano ad estrarre quanta più ric­chezza pos­si­bile dall’economia greca e a met­tere pres­sione al governo greco.

Pochi giorni fa Tsi­pras ha accu­sato l’Europa di voler imporre un «cam­bio di regime» nel paese elle­nico. È d’accordo?

innan­zi­tutto, direi che il sem­plice fatto che oggi in Europa si parli aper­ta­mente della pos­si­bi­lità che l’Unione stia archi­tet­tando un «cam­bio di regime» con­tro un governo demo­cra­ti­ca­mente eletto, che sia vero o meno, la dice lunga su quanto sia caduta in basso l’Unione euro­pea. Detto que­sto, mi pare che il com­por­ta­mento di tutte le isti­tu­zioni coin­volte — dalla Bce all’Fmi, dalla Com­mis­sione euro­pea all’Eurogruppo — parli da sé. I cre­di­tori sanno bene che se i greci non accet­tano le con­di­zioni che gli ven­gono impo­ste, il sistema ban­ca­rio greco potrebbe implo­dere, costrin­gendo il paese a fuo­riu­scire dall’euro. Ed è per que­sto che con­ti­nuano a tenere la Gre­cia con le spalle al muro. La stra­te­gia dei cre­di­tori, però, si basa su un duplice assunto: che l’Europa potrebbe soprav­vi­vere ad un’uscita della Gre­cia dalla moneta unica, e che Syriza e il popolo greco alla fine capi­to­le­ranno piut­to­sto che rischiare il Gre­xit. Entrambe le ipo­tesi però sono tutte da veri­fi­care, e dimo­strano una hýbris molto pericolosa.

Tra le isti­tu­zioni coin­volte, la Bce è quella che ha tenuto il com­por­ta­mento più ambi­guo. Da un lato ha chiuso uno ad uno tutti i «nor­mali» rubi­netti della liqui­dità, dall’altro ha tenuto in piedi il sistema ban­ca­rio elle­nico attra­verso la liqui­dità di emer­genza, spesso con­tro il volere della Bun­de­sbank. Come giu­dica l’operato della banca cen­trale?

Molto nega­ti­va­mente. La Bce è la prin­ci­pale respon­sa­bile del pro­gres­sivo dete­rio­ra­mento della situa­zione finan­zia­ria greca a cui abbiamo assi­stito da quando Syriza è salita al potere. Il 4 feb­braio, a soli nove giorni dalle ele­zioni, la Bce ha pri­vato il governo greco di una delle sue prin­ci­pali linee di cre­dito, esclu­dendo i bond elle­nici dai titoli che pote­vano essere usati dalle ban­che come col­la­te­rale, costrin­gendo que­ste a dipen­dere in toto dalla liqui­dità di emer­genza for­nita dalla banca cen­trale attra­verso l’Ela (Emer­gency Liqui­dity Assi­stance) e acce­le­rando la fuga di capi­tali dal paese. A que­sto è seguita la deci­sione della Bce di sta­bi­lire un tetto ai titoli di Stato acqui­sta­bili dalle ban­che gre­che, un limite che la banca cen­trale non aveva impo­sto al pre­ce­dente governo e che ha ulte­rior­mente ridotto il mar­gine di mano­vra di Syriza.

È chiaro che que­sta stra­te­gia di lenta asfis­sia finan­zia­ria aveva – ed ha – come obiet­tivo uni­ca­mente quello di desta­bi­liz­zare il paese e met­tere pres­sione al nuovo governo. È un fatto di una gra­vità inau­dita: non credo che esi­stano altri esempi nella sto­ria di una banca cen­trale che si pro­pone di desta­bi­liz­zare deli­be­ra­ta­mente la situa­zione finan­zia­ria di un paese per motivi poli­tici. Il rap­porto di qual­che giorno fa della Banca cen­trale greca — legata a dop­pio filo alla Bce — secondo cui la man­canza di un accordo com­por­te­rebbe «una crisi incon­trol­la­bile» con l’uscita del paese dall’euro e per­sino dall’Unione euro­pea si inse­ri­sce ovvia­mente nella mede­sima stra­te­gia della tensione.

Come giu­dica invece il com­por­ta­mento degli altri governi dell’eurozona, tutti appa­ren­te­mente appiat­titi sulle posi­zione della Ger­ma­nia?

Innan­zi­tutto, non penso che si possa par­lare di una sin­gola «posi­zione tede­sca», giac­ché il governo tede­sco appare spac­cato in due, tra chi vor­rebbe cer­care di tenere la Gre­cia den­tro l’euro sal­vando la fac­cia (Mer­kel) e chi invece vor­rebbe lasciare il paese al suo destino (Schäu­ble). Detto que­sto, è indub­bio che la Gre­cia si sia ritro­vata com­ple­ta­mente iso­lata all’interno dell’Eurogruppo. L’avversione dei governi di destra era scontata.

Ma è inte­res­sante notare che i governi più ostili si sono rive­lati pro­prio gli altri governi della peri­fe­ria. E in un certo senso è facile capire per­ché: sono tutti governi che hanno imple­men­tato pedis­se­qua­mente i dik­tat della troika, con con­se­guenze spesso deva­stanti. È dun­que nor­male che non vogliano dare cre­dito ad un governo che si batte pro­prio con­tro quelle poli­ti­che, e si pro­pone di mostrare che un’alternativa è pos­si­bile. Que­sto è par­ti­co­lar­mente vero nel caso delle forze social­de­mo­cra­ti­che con­ver­tite al neo­li­be­ri­smo — in par­ti­co­lar modo in Ita­lia, in Ger­ma­nia e in Fran­cia -, che giu­sta­mente non vogliono creare aper­ture alla loro sini­stra. Para­dos­sal­mente, le prin­ci­pali dimo­stra­zioni di soli­da­rietà sono arri­vate da paesi non euro­pei, tra cui gli Stati Uniti, che per ovvi motivi spin­gono affin­ché la Gre­cia rimanga nell’orbita d’influenza euro­pea. Non è un caso che Varou­fa­kis sia stato l’unico mini­stro delle Finanze ad incon­trare il pre­si­dente Usa Barack Obama a mar­gine dei ver­tici dell’Fmi e della Banca mon­diale che si sono tenuti ad aprile a Washington.

Lei al momento si trova in Gre­cia. In que­ste ore così dram­ma­ti­che, che atmo­sfera si respira nelle strade?

Un’atmosfera straor­di­na­ria­mente calma. I greci sanno bene che la situa­zione è dif­fi­cile. Si stanno ripren­dendo in mano il pro­prio destino, e sanno che que­sto ha un costo. Ma è la prima volta in cin­que anni che hanno un governo di cui pos­sono sen­tirsi fieri. Tutti i son­daggi mostrano che Tsi­pras con­ti­nua a godere del soste­gno della mag­gio­ranza della popo­la­zione. Lo si vede dalle rea­zioni che suscita Varou­fa­kis nella gente comune quando cam­mina per le strade di Atene. Una cosa è certa: il popolo greco non ha nes­su­nis­sima inten­zione di tor­nare all’ordine poli­tico pre­ce­dente o di cedere il fianco ai neo­na­zi­sti di Alba Dorata. Le minacce dell’Europa, poi, fanno sem­pre meno effetto. I greci sanno bene che non vanno prese troppo sul serio.
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