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giovedì 18 giugno 2015

Controllo a distanza su pc, tablet, cellulari Dipendenti nel mirino

Doppio risultato per il renzismo: si rafforza il controllo su quei potenziali facinorosi che sono i lavoratori, e s'incentiva ulteriormente la produzione di prodotti digitali. La Repubblica, 18 giugno
Il decreto che attua il Jobs Act va in Parlamento Niente permessi per vigilare. Sindacati in rivolta
ROMA. Le informazioni raccolte dalle aziende - tramite cellulari, smartphone, tablet, portatili, badge in dotazione al lavoratore, ma anche telecamere di sorveglianza - «sono utilizzabili a tutti i fini». C’è anche questo, in uno dei decreti attuativi del Jobs Act, arrivato martedì nelle commissioni Lavoro di Camera e Senato, per un parere non vincolante.

Quindi non solo d’ora in avanti il datore di lavoro non avrà più bisogno di un accordo con i sindacati né del permesso delle Direzioni territoriali del lavoro (il ministero) per controllare da remoto il proprio dipendente tramite vecchi e nuovi strumenti high-tech. Non solo per le telecamere quell’accordo non sarà più obbligatorio, come dal 1970. Ma l’utilizzo dei dati a posteriori (tutti i dati, anche quelli video) potrà essere praticamente infinito. Utilizzo «ad ogni fine, connesso al rapporto di lavoro», si legge nella relazione illustrativa al decreto. «Purché sia data al lavoratore adeguata informazione circa le modalità d’uso degli strumenti e l’effettuazione dei controlli, sempre comunque nel rispetto del Codice della privacy».

Un rispetto che ora i sindacati, uniti e furiosi, mettono in dubbio. Come anticipato da Repubblica , la norma non poteva non sollevare un polverone. «Siamo al colpo di mano», denuncia Serena Sorrentino, segretario confederale Cgil, che parla di «arretramento pesante» rispetto allo Statuto dei lavoratori (il cui articolo 4 in materia di controlli a distanza viene aggiornato). «Non solo daremo battaglia in Parlamento», annuncia. Ma «verificheremo anche con il Garante della privacy se ciò si può consentire». Anche la Cisl chiede una riscrittura del testo. «Così com’è non va bene, va cambiato, perché è attraverso la contrattazione sui luoghi di lavoro che si devono gestire questi aspetti così delicati per la vita di un lavoratore, ma anche per l’azienda», commenta Annamaria Furlan, segretario generale Cisl, in linea con le posizioni della Uil. Si allarma anche Cesare Damiano, presidente pd della commissione Lavoro della Camera: «Non bisogna far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta. La delega prevede un controllo sugli impianti e non sulle persone. Buon senso vorrebbe che il governo, com’è avvenuto nel passato, affidasse questa regolazione alla contrattazione delle parti sociali. E soltanto nel caso di mancata intesa, far intervenire la legge».

La norma tra l’altro non vale per gli statali, altra benzina sul fuoco delle polemiche. «Il Grande fratello è nelle cose, già oggi», commenta il giuslavorista e senatore pd Pietro Ichino a Radio24 . «I controlli a distanza sono stati inseriti nel 1970, nello Statuto dei lavoratori, ma con l’obbligo di negoziazione. Mezzo secolo dopo, passare da accordi con i sindacati vorrebbe dire non fare una rete Internet aziendale oppure le auto con il gps o rinunciare a dotare i lavoratori del cellulare». Il dibattito è aperto.

Il decreto sulle Semplificazioni, con la norma incriminata (l’articolo 23), dovrà ora essere esaminato dalla commissioni parlamentari, le cui raccomandazioni potrebbero o meno essere accolte dal governo (con altri decreti del Jobs Act, però, è successo).

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