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lunedì 4 maggio 2015

Una piramide all'Expo

Un diamante è tornato a brillare, nei giorni scorsi, nel cielo di Roma e svetta, con la sua cuspide candida... (leggi tutto)

Un diamante è tornato a brillare, nei giorni scorsi, nel cielo di Roma e svetta, con la sua cuspide candida, riuscendo a spandere una parte del suo splendore sulla consueta cornice di traffico e caos urbano che lo circonda. La piramide Cestia, innalzata alla moda egizia da un ricco commerciante romano, nel I secolo a.c., è stata di nuovo riaperta al pubblico completamente ripulita e consolidata, dopo un restauro durato 327 giorni (quanto la costruzione) e terminato con 75 giorni di anticipo rispetto alla stima di progetto. L'operazione, curata integralmente dalla Soprintendenza Archeologica statale di Roma, è stata finanziata in toto da un imprenditore giapponese, Yuzo Yagi che, come unica contropartita, ha voluto offrire una festa finale in occasione della conclusione dei restauri e della riapertura al pubblico del monumento, il 20 aprile scorso.

Alla festa non ha partecipato il ministro Franceschini che pure questo rarissimo - forse l'unico da molti anni a questa parte - esempio di mecenatismo puro nei confronti del nostro patrimonio culturale dovrebbe tenerselo caro, visti i non esaltanti risultati del suo Art Bonus, il provvedimento che avrebbe dovuto moltiplicare le erogazioni liberali dei privati a sostegno del patrimonio (comunque posteriore all'elargizione di Yagi).

Non è il suo unico problema, in verità: allo stesso modo la cosiddetta riforma del Mibact, la riorganizzazione della macchina ministeriale originata dalla spending review, pare impantanata in gravi impasses organizzative, con strutture, archivi e biblioteche in primis, già ora in forte sofferenza, mentre si dilatano i tempi per l'avvio a pieno regime dei venti Musei autonomi: sicuramente i 20 direttori non arriveranno, come previsto, a giugno. Esito non stupefacente considerato il modus operandi del ministro e dell'altissima dirigenza Mibact programmaticamente diffidenti nei confronti delle competenze interne, costantemente ignorate quando non delegittimate.

È accaduto, ad esempio e a più riprese, con la vicenda della ricostruzione dell'arena del Colosseo che il ministro, anche pochi giorni orsono ha ribadito di voler ricostruire per ricavarne i diritti TV derivati da "rappresentazioni uniche al mondo". Uniche non solo nello spazio, ma anche nel tempo, visto che nessun romano ha mai assistito agli spettacoli dal livello dell'arena. A meno che - falsificazione per falsificazione - non si intenda poi procedere con la ricostruzione delle gradinate: peccato che quei guastafeste dei magistrati abbiano messo sotto accusa quel brillante antecedente costituito dal rifacimento del Teatro Grande di Pompei. Anche in questo caso, il ministro ha ignorato il parere dei propri funzionari: la direttrice del Colosseo ha più volte pacatamente esposto le molteplici ragioni tecniche e scientifiche che si oppongono ad un progetto simile.

Lo spregio nei confronti delle competenze interne è evidentemente una delle cifre "stilistiche" di questo governo, basta pensare alle inaudite dichiarazioni della ministra Giannini sugli insegnanti suddivisi fra abulici e squadristi. E le conseguenze nefaste di una simile deriva si sono viste ieri, 3 maggio, a Bologna, dove l'unico confronto concesso dal premier agli insegnanti che protestavano- manganelli permettendo - è stata un'udienza in un retrobottega, a favor di telecamere.

Al contrario, proprio chi cerca di far valere le ragioni della scienza e dell'esperienza, di una competenza maturata sul campo in condizioni sempre più difficili di anno in anno, sia sul piano materiale che della delegittimazione politica è forse l'unico antidoto efficace agli squadrismi reali, da un lato e dall'altro alla "retorica delle puttane" (cit. Montanari) di cui l'inaugurazione Expo ci ha fornito esemplificazione mortifera. Una retorica che non può nascondere il vuoto culturale di una manifestazione ormai fuori tempo massimo quanto a spirito e motivazioni socioeconomiche e il cui unico obiettivo appare la celebrazione acritica della monocoltura commerciale. Osservando le inutili e pretenziose architetture dei padiglioni di questa fiera scombiccherata - una sorta di postalmarket dell'archistar - si pensa sconsolati al "less is more" dell'autore del più bel padiglione Expo mai concepito, quello sì, all'insegna dell'innovazione. Ma era il 1929 ed era Ludwig Mies van der Rohe.

E si pensa che l'innovazione, in realtà, nonostante tutto, qualcuno riesce ancora a farla in questo paese malandato. Con un'architettura di 2000 anni fa, riportata alla bellezza originaria attraverso l'uso sapiente e sperimentale di nuove metodologie di restauro e manutenzione e nuovi studi che ne hanno ricomposto una storia particolare e affascinante. E così pienamente restituita al godimento di tutti, per i secoli a venire.

È la piramide Cestia, o meglio i pochi ma competentissimi tecnici di un'istituzione di tutela statale, che meriterebbero il palcoscenico dell'Expo, perché è il loro sapere, esercitato sui resti del passato, non per feticismo, nè per sfruttamento effimero, che è in grado di insegnarci qualcosa di profondo sul nostro presente e di indicarci una possibile via per un futuro un po' più consapevole e meno retoricamente velleitario.
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