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martedì 12 maggio 2015

Terra Viva, il manifesto che rompe il recinto

Il significato autentico di un documento che esprime il contrario del mondo e dell'ideologia che l'Expo milanese vuole celebrare. Il manifesto, 12 maggio 2015

Cronaca e commenti sull’inaugurazione di Expò e gli scontri del 1° maggio hanno offuscato non solo la partecipazione di massa al Mayday, ma anche il lato grottesco di una manifestazione svoltasi il 2 maggio, alla presenza di Maurizio Martina, ministro dell’Expò e, in subordine, dell’agricoltura, alla cascina Triulza (il green washing dell’Expò) con la presentazione di Terra Viva: un manifesto messo a punto dall’associazione Navdanya di Vandana Shiva, cui hanno collaborato, tra gli altri, anche Andrea Baranes e Piero Bevilacqua.

Perché grottesco? Quel manifesto è la negazione plateale di tutto quanto l’Expò rappresenta: “far nutrire” il pianeta dalle multinazionali dell’agrobusiness, degli OGM, della chimica, del petrolio, dell’industria alimentare e della Grande Distribuzione; ma anche spreco di suolo, profusione di asfalto e cemento, stravolgimento dell’assetto urbano, degrado del lavoro, economia del debito, corruzione e, soprattutto, una concezione dello “sviluppo” che ha da tempo portato il suo focus sull’economia dello spettacolo e della promessa: in questo caso con una infilata senza fine di ristoranti etnici, accompagnata da edifici costosi e caduchi e da una coreografia in gran parte virtuale. Espediente a cui è stato affidato il compito di far uscire l’Italia dalla crisi, di rilanciare la crescita, di restituire spirito di cittadinanza e di appartenenza a una comunità fondata su sfruttamento e speculazione. Terra Viva si sviluppa lungo tutt’altri temi:

invece di un’economia “lineare”, fondata sull’estrazione di sempre nuove risorse da trasformare in rifiuti, un’economia “circolare”, fondata sulla Legge del Ritorno: la restituzione a società e ambiente (che sono un tutt’uno) di ciò che vi è stato prelevato: “La civiltà industriale ci ha distolti dal considerare un valore la nostra relazione con il suolo, in virtù della convinzione arrogante che più siamo in grado di sottomettere la natura, maggiore è il nostro sviluppo”;

invece di un’agrobusiness estensivo e monocolturale fondato su petrolio e chimica, un’agricoltura basata su aziende piccole, biologiche, di prossimità, multicolturali e multifunzionali: “Il secolo scorso è stato dominato da un modello uscito dall’industria bellica e incentrato sull’uso di sostanze chimiche e sui combustibili fossili. Tale modello ha distrutto il suolo, sradicato gli agricoltori, generato malattie, creato rifiuti e sprechi a tutti i livelli, compreso quello del 30% del cibo”;

invece del potere delle multinazionali, una democrazia partecipata, e inclusiva: “La partecipazione delle persone alle decisioni esige un decentramento del potere e del processo che lo produce, insieme al rafforzamento dei diritti comunitari”;

invece di mercificazione di tutto l’esistente, cooperazione e condivisione: “assicurare che tutti gli esseri umani siano in grado di partecipare a questa economia vivente come creatori, produttori e beneficiari”;

invece dei grandi impianti centralizzati, il decentramento produttivo e la riterritorializzazione dei mercati: “Una Nuova Economia basata sul suolo è necessariamente locale. Essa promuove la produzione locale e riduce i trasporti”;

invece delle megalopoli, città sostenibili: “L’inclusione della città nell’economia circolare dipenderà dalla sua capacità di autoproduzione delle risorse, quelle culturali - dalle competenze pratiche a quelle linguistiche, dalle risorse morfologiche alla tutela e alla produzione dei saperi e così via - e quelle energetiche, agricole, demografiche etc.”;

invece della corruzione sempre più compenetrata all’economia “legale”, una legalità legittimata da consenso e coinvolgimento; invece della privatizzazione, i beni comuni: “I contrasti maggiori del nostro tempo - sul piano intellettuale, materiale, ecologico, economico, politico - riguardano la mercificazione e la privatizzazione di risorse di tutti, l’appropriazione privata dei beni comuni. Una risorsa è un bene comune quando esistono sistemi sociali che la utilizzano in base a principi di giustizia e sostenibilità”;

invece dell’incombente catastrofe climatica, il riassorbimento dei gas di serra: “I suoli rappresentano il più grande bacino per l’assorbimento del carbonio e contribuiscono a mitigare il cambiamento climatico”;

invece di una concezione del suolo come mero supporto di ogni speculazione, una concezione dell’unità tra umanità e ambiente, tra cultura e natura, sintetizzata dalla simbologia della Madre Terra: “Questa nuova democrazia va al di là dell’antropocentrismo. È una democrazia della vita intera. La nostra esistenza dipende dalla rete della vita, e i nostri diritti e le nostre libertà scaturiscono dai diritti e dalle libertà della Terra e delle specie non umane”.

Che cosa hanno in comune, allora, due approcci all’agricoltura, all’economia, alla società e alla vita così diametralmente opposti? L’essere promossi come le due facce dello stesso business: uno in pompa magna, con grande dispendio di mezzi; l’altro come legittimazione “sociale” del primo, lasciandolo il più possibile nell’ombra. E che cosa resterà dell’uno e dell’altro, una volta chiusi i cancelli dell’Expò? Da un lato un deserto di cemento pieno di edifici insensati da demolire; il bisogno di fare altri debiti per trovargli una nuova destinazione; il degrado irreversibile del lavoro consolidato nel Jobs act; tante autostrade vuote costruite su montagne di rifiuti tossici e una città trasformata ancora di più in un in circo. Dall’altro, convegni e incontri usati per dare un fugace senso di protagonismo proprio alle persone e alle idee contro cui viene giocata la grande partita dell’Expò. Quella manifestazione grottesca con il ministro Martina ci insegna che le parole, da sole, non contano niente: ciascuno può usarle tutte e il loro contrario per portare avanti il proprio business. Renzi è maestro in questo campo.

Ma Terra Viva è il nostro manifesto, quello in cui possono riconoscersi tutti coloro che nel XXI secolo si battono in modo radicale per “abolire lo stato di cose presente”. Non è il programma di una società rurale che reclama un suo posto nell’economia globalizzata, ma il progetto di una radicale conversione ecologica di un intero assetto produttivo e sociale e, prima ancora, una cultura radicalmente “altra”. Ora deve trovare forza e gambe per uscire da quel (costoso) recinto dell’Expò dei popoli, per riprendersi strade, piazze, campi, fabbriche e uffici. Ma può contare solo su pratiche, sia quotidiane che straordinarie, capaci di costituire una alternativa reale sia al discorso mainstream veicolato dall’Expò, sia alla sua traduzione in cemento, asfalto, debito, tangenti, sfruttamento e nell’“economia della promessa”. 
Questo significa continuare a sviluppare quelle alternative sia attuali che di prospettiva su cui hanno lavorato per anni i comitati e la rete No-expò e su cui si sono incontrate e riconosciute le tante realtà diverse che hanno preso parte al corteo del 1°maggio. Occorre prendere atto, e far prendere atto, del fatto che contro quella miseria infinita di cui l’Expò è il simbolo più vistoso ed esaustivo si può aggregare una pluralità di iniziative e di forze ancora assai eterogenee: uno schieramento potenzialmente maggioritario, in barba a quei sondaggi, che, come tutti i media di regime, ci raccontano di una popolazione planetaria che non desidera altro che immedesimarsi con quella simbologia fasulla. E’ uno schieramento che ha ancora bisogno di molte articolazioni e mediazioni, ma che ha dimostrato, nonostante la torsione che i guastatori del “blocco nero” hanno cercato di imprimergli, di avere un propria identità e di poter marciare sulle proprie gambe. Ora è la volta di iniziative capaci superare pregiudiziali e false identità, per portare in piena luce la solidità di una cultura politica radicalmente alternativa, come quella sintetizzata dal manifesto Terra Viva, che davvero ci può riaggregare tutti.

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