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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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lunedì 4 maggio 2015

Se a sgocciolare è l’Expo

Una vigorosa critica alla "Carta di Milano", espressione alimentare del "capitalismo compassionevole" e inno alla vittoria di Epulone. Il manifesto online, 3 maggio 2015


Trickle-down (in ita­liano, sgoc­cio­la­mento) è il nome di una teo­ria eco­no­mica, ma anche di una filo­so­fia, che molti hanno cono­sciuto attra­verso la para­bola di Laz­zaro che si nutriva delle bri­ciole che il ricco Epu­lone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19–31). Dopo la loro morte le parti si sono inver­tite per­ché Laz­zaro è stato ammesso al ban­chetto di Dio, in Para­diso, men­tre Epu­lone è finito all’inferno a sof­frire fame e sete. 

La teo­ria e la filo­so­fia del Trickle–down in realtà si fer­mano alla prima parte della parabola. La seconda parte è com­pito nostro rea­liz­zarla; e non in Para­diso, dopo la morte, ma su que­sta Terra, qui e ora.

In ogni caso, secondo la teo­ria, più i ric­chi diven­tano ric­chi, più qual­che cosa della loro ric­chezza “sgoc­cio­lerà” sulle classi che stanno sotto di loro, per cui che i ric­chi siano sem­pre più ric­chi con­viene a tutti. Discende da que­sta teo­ria la pro­gres­siva ridu­zione delle tasse sui red­diti mag­giori (fino alla flat tax, l’aliquota uguale per tutti, pre­di­cata negli Usa dal par­tito repub­bli­cano e, in Ita­lia, da Mat­teo Sal­vini) che, a par­tire dagli anni Set­tanta, ha inau­gu­rato la cre­scita incon­trol­lata delle dise­gua­glianze. In Ita­lia la pro­gres­siva ridu­zione delle ali­quote mar­gi­nali dell’imposta sui red­diti più ele­vati (al momento dell’introduzione dell’Irpef era di oltre il 70 per cento; oggi supera di poco il 40) è stata giu­sti­fi­cata soste­nendo che ali­quote troppo ele­vate incen­ti­vano l’evasione fiscale, men­tre ali­quote più “ragio­ne­voli” l’avrebbero eli­mi­nata. I risul­tati si vedono. L’altro cavallo di bat­ta­glia della Trickle-down eco­no­mics è che le misure di incen­ti­va­zione eco­no­mica dovreb­bero essere desti­nate esclu­si­va­mente alle imprese, per­ché sono solo le imprese a creare buona occu­pa­zio­ne e, quindi, red­dito e benes­sere anche per i lavo­ra­tori. Tutte le altre spese, spe­cie se di carat­tere sociale, sono, in ter­mini eco­no­mici, “spre­chi”. Ma l’evoluzione tec­no­lo­gica rende sem­pre di più job-less, cioè senza occu­pa­zione aggiun­tiva, la cre­scita sia della sin­gola impresa che del sistema nel suo com­plesso. Anzi, molto spesso la ridu­zione dell’occupazione in una impresa viene salu­tata con un dra­stico aumento del suo valore in borsa.

Tra­spo­sta sul piano sociale, la filo­so­fia del Trickle-down ha assunto i con­no­tati del “capi­ta­li­smo com­pas­sio­ne­vole”, che negli Stati uniti costi­tui­sce la dot­trina uffi­ciale dell’ala più rea­zio­na­ria del par­tito repub­bli­cano, e non solo di quella. In base ad essa il wel­fare, come insieme di misure tese a garan­tire in forma uni­ver­sa­li­stica i diritti fon­da­men­tali del cit­ta­dino – pen­sione, cure sani­ta­rie, istru­zione, soste­gno al red­dito – va eli­mi­nato per­ché induce chi ne bene­fi­cia all’ozio; e va sosti­tuito con la bene­fi­cienza gestita dalla gene­ro­sità dei ric­chi, nelle forme da loro pre­scelte e indi­riz­zan­dola, ovvia­mente, solo a chi, a loro esclu­sivo giu­di­zio, “se la merita”. Non c’è nega­zione più radi­cale della dignità dell’essere umano (e del vivente in genere) di una teo­ria come que­sta. Eppure è una con­ce­zione che sta pro­gres­si­va­mente pren­dendo piede in tutti gli ambiti della cul­tura uffi­ciale, anche là dove gli isti­tuti del Wel­fare State (che let­te­ral­mente signi­fica Stato del benes­sere, e che da tempo viene tra­dotto sem­pre più spesso con l’espressione “Stato assi­sten­ziale”) sono, bene o male, ancora in funzione.

Non deve stu­pire quindi di ritro­vare i capi­saldi di que­sta con­ce­zione vio­len­te­mente anti­de­mo­cra­tica in quello che viene fin da ora uffi­cial­mente indi­cato come “il lascito imma­te­riale” della peg­giore mani­fe­sta­zione della teo­ria e della prassi del capi­ta­li­smo finan­zia­rio, o “finan­z­ca­pi­ta­li­smo”: la cosid­detta “carta di Milano” dell’Expò. Lascito imma­te­riale, per­ché quello mate­riale, come è ormai noto, non è che deva­sta­zione del ter­ri­to­rio, asfalto e cemento, cor­ru­zione, nuovi debiti di Comune, Regione e Stato, vio­la­zione dei diritti, della dignità e della sicu­rezza del lavoro (l’Expò è stato il labo­ra­to­rio del Job-act), pro­pa­ganda per un’alimentazione, un’agricoltura e un’industria ali­men­tare tos­si­che e, dul­cis in fundo, un mec­ca­ni­smo di per­pe­tua­zione delle Grandi Opere inu­tili: per­ché, a Expò con­cluso, ci sarà da deci­dere che cosa fare, con nuovo cemento, nuovi debiti e nuova cor­ru­zione di quell’area ormai devastata.

Uno dei punti o pro­po­siti qua­li­fi­canti della Carta di Milano è infatti la lotta con­tro lo spreco ali­men­tare attra­verso il recu­pero del cibo che oggi viene but­tato via, desti­nan­dolo ai poveri. Nella carta i rife­ri­menti a que­sto pro­po­sito sono tre: “ che il cibo sia con­su­mato prima che depe­ri­sca, donato qua­lora in eccesso e con­ser­vato in modo tale che non si dete­riori”; “indi­vi­duare e denun­ciare le prin­ci­pali cri­ti­cità nelle varie legi­sla­zioni che disci­pli­nano la dona­zione degli ali­menti inven­duti per poi impe­gnarci atti­va­mente al fine di recu­pe­rare e ridi­stri­buire le ecce­denze”; “creare stru­menti di soste­gno in favore delle fasce più deboli della popo­la­zione, anche attra­verso il coor­di­na­mento tra gli attori che ope­rano nel set­tore del recu­pero e della distri­bu­zione gra­tuita delle ecce­denze ali­men­tari”. Appa­ren­te­mente si tratta di rac­co­man­da­zioni di buon senso: dare a chi non può per­met­ter­selo il cibo che altri­menti but­te­remmo via. E’ quello che si cerca di fare con isti­tu­zioni e pro­grammi bene­me­riti, come la legge detta del “Buon Sama­ri­tano” o il Last-minute mar­ket pro­mosso dal prof. Andrea Segrè. Il fatto è che sono misure messe a punto nell’ambito della gestione dei rifiuti e tese alla loro mini­miz­za­zione (in vista del loro azze­ra­mento, pre­vi­sto dal pro­gramma Rifiuti zero, che le ren­de­rebbe super­flue). Tra­spo­ste nell’ambito di un pro­gramma pla­ne­ta­rio per “nutrire il pia­neta” hanno l’effetto di retro­ce­dere all’ambito della gestione dei rifiuti il tema della sot­toa­li­men­ta­zione di una parte deci­siva dell’umanità, la cui con­di­zione è invece il pro­dotto delle grandi e cre­scenti dise­gua­glianze mon­diali nella distri­bu­zione dei red­diti, del lavoro e delle risorse.

Per cogliere meglio que­sto punto è neces­sa­rio risa­lire a quella che è la matrice della Carta di Milano, cioè il “Pro­to­collo di Milano”: un docu­mento ela­bo­rato dalla fon­da­zione Barilla – ema­na­zione dell’omonima mul­ti­na­zio­nale ali­men­tare – a cui l’Expò ha affi­dato il com­pito di indi­vi­duare i capi­saldi del pro­gramma “nutrire il pia­neta”, che sono poi stati tra­dotti “in pil­lole” nella Carta di Milano; e che ha la pre­tesa di defi­nire un pro­gramma di azione dei pros­simi decenni per tutti i sog­getti del mondo – Governi, imprese, asso­cia­zioni, cit­ta­dini — impe­gnati nella filiera agroa­li­men­tare come pro­dut­tori, distri­bu­tori o consumatori.

Nel Pro­to­collo di Milano il tema dello spreco di ali­menti occupa il primo posto: “Primo para­dosso – spreco di ali­menti: 1,3 miliardi di ton­nel­late di cibo com­me­sti­bile sono spre­cati ogni anno, ovvero un terzo della pro­du­zione glo­bale di ali­menti e quat­tro volte la quan­tità neces­sa­ria a nutrire gli 805 milioni di per­sone denu­trite nel mondo”. Nell’ambito dei pro­grammi per sra­di­care la fame, tra cui “le dispo­si­zioni per­ti­nenti nel qua­dro delle legi­sla­zioni inter­na­zio­nali, regio­nali e nazio­nali per la pro­te­zione e con­ser­va­zione delle risorse e l’adozione di azioni fina­liz­zate allo svi­luppo soste­ni­bile nella Diret­tiva qua­dro euro­pea sulle acque, il Piano d’azione per un’Europa effi­ciente sotto il pro­filo delle risorse, gli Obiet­tivi di Svi­luppo del Mil­len­nio per sra­di­care la povertà estrema e la fame”, il Pro­to­collo di Milano arriva a trat­tare que­sta prima emer­genza pla­ne­ta­ria con le stesse moda­lità con cui, in un qual­siasi Comune d’Italia, si affronta il pro­blema della gestione dei rifiuti: “Le ini­zia­tive per la ridu­zione degli spre­chi devono rispet­tare la seguente gerarchia:



1. Pre­ven­zione; 2. Riu­ti­lizzo per l’alimentazione umana; 3. Ali­men­ta­zione ani­male; 4. Pro­du­zione di ener­gia e com­po­stag­gio”. Se la guerra alla fame nel mondo è in primo luogo una lotta con­tro la tra­sfor­ma­zione degli ali­menti in rifiuti (e non per una più equa distri­bu­zione delle risorse), è ovvio che ai poveri e agli affa­mati del pia­neta non spetti altro che il com­pito di smal­tire ciò di cui i ric­chi si vogliono sba­raz­zare. Cioè sedersi, come Laz­zaro, ai piedi della tavola del ricco Epu­lone. Con il che la Trickle-down eco­no­mics fa il suo ingresso trion­fale nel “lascito” dell’Expò.
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