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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)

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sabato 23 maggio 2015

Cooperazione e sviluppo, la pace che l’Europa respinge

Folle cecità spinge i governanti dell'Europa a ucciderla. I suoi governi, ciascuno rinchiuso nel recinto del suo piccolo egoismo e e tutti insieme rinserrati nelle mura della Fortezza Europa, scrutano l'ombelico del loro PIL e aspettano che le rovine del pianeta li sommerga con i loro sudditi e le speranzedei loro padri. Il manifesto, 23 maggio 2015
In Libano ci sono 1,6 milioni di pro­fu­ghi siriani (oltre a 500mila pale­sti­nesi, lì da decenni): il 36 per cento (il 48, con i pale­sti­nesi) della popo­la­zione; in Gior­da­nia ce ne sono 600mila (su 6 milioni di abi­tanti, oltre a 1,7 milioni di pale­sti­nesi). In Tur­chia 650mila; in Iraq 250mila; in Iran 2 milioni (più tutti gli afgani). All’interno della Siria gli sfol­lati sono 6,5 milioni. In Egitto i pro­fu­ghi di diversa pro­ve­nienza sono oltre 500mila; in Libia non si sa: secondo il pro­cu­ra­tore di Palermo Sca­lia circa un milione. In Nige­ria Boko Haram, ma anche Eni e Shell, hanno creato 3,2 milioni di pro­fu­ghi: metà è già in Ciad, Came­run e Niger; metà sta cer­cando di fuggire.

Dif­fi­cile, in que­sti disa­stri, distin­guere pro­fu­ghi di guerra, pro­fu­ghi ambien­tali e “sem­plici” migranti. Poi c’è un milione di pro­fu­ghi del Don­bass: metà in Rus­sia, metà in Ucraina. Unhcr (l’agenzia dell’Onu che si occupa dei pro­fu­ghi), Croce rossa e Mez­za­luna rossa stanno finendo i fondi per assi­sterli, peral­tro, in con­di­zioni inso­ste­ni­bili: 41 per cento dei gio­vani “ospi­tati” in quei campi pro­fu­ghi, dice un’inchiesta, pensa al sui­ci­dio come unica via di uscita. Per­ché die­tro quei numeri ci sono delle per­sone: donne, vec­chi, bam­bini, uomini sfiancati.

E’ una situa­zione desti­nata a porre fine per sem­pre, in Europa, all’idea di una “nor­ma­lità” delle nostre vite. Per­ché i “flussi” visti finora sono desti­nati a mol­ti­pli­carsi. Ma quei pro­fu­ghi non sono migranti: tutti o quasi vor­reb­bero tor­nare a casa loro quando tor­nerà la pace. Ma sanno che non tor­nerà per molti anni. Nel frat­tempo cer­che­ranno in tutti i modi di rag­giun­gere l’Europa, anche a rischio della vita. Non hanno alter­na­tive. Inol­tre, molti di loro vedono nell’Europa un retro­terra, la zona forte di un’area che abbrac­cia Medi­ter­ra­neo, Medio Oriente e Africa cen­tro­set­ten­trio­nale, men­tre noi euro­pei non sap­piamo ancora vedere in quei ter­ri­tori mar­to­riati, in gran parte dalle nostre guerre, una pro­pag­gine delle nostre società.

Ma che cosa fa l’Europa e chi governa? Dichiara guerra ai pro­fu­ghi. Ai pro­fu­ghi, non agli sca­fi­sti. Bloc­care gli sca­fi­sti (oggi in Libia, domani chissà dove), posto che sia fat­ti­bile, signi­fica con­dan­nare cen­ti­naia di migliaia di fug­gia­schi a rima­nere dove sono: alla fame, al freddo e al caldo sof­fo­cante; spesso in preda a regimi o bande che li tor­tu­rano, li rapi­nano, le stu­prano, li ucci­dono. Fer­marli prima che rag­giun­gano la Libia, o altri porti, è ancora peg­gio: vuol dire allar­gare il fronte di guerra agli “sca­fi­sti del deserto”. Se tante per­sone fug­gono, sapendo che cosa li aspetta, è per­ché non hanno altra scelta. Voi che cosa fare­ste al loro posto? Respin­gerli signi­fica con­dan­narli a morte.

Il popolo tede­sco e chi viveva accanto ai campi di ster­mi­nio sape­vano. Sape­vano anche i governi alleati che non bom­bar­da­vano le fer­ro­vie ger­ma­ni­che per non dover acco­gliere, a guerra finita, gli ebrei soprav­vis­suti. Ma nean­che Hitler, all’inizio, voleva ster­mi­nare gli ebrei; voleva spe­dirli in Mada­ga­scar. Poi…Oggi chi invoca i respin­gi­menti sa benis­simo di pro­porre uno ster­mi­nio. Se i pro­fu­ghi noi non li vogliamo, come è pos­si­bile costrin­gere a “tener­seli” tanti Stati più fra­gili dei nostri, senza che ciò signi­fi­chi auto­riz­zarli a sba­raz­zar­sene in qual­siasi modo?

C’è un’alternativa a tutto ciò? C’è se si ammette che per noi, in Europa, è finita per sem­pre la nor­ma­lità. Sette anni di crisi, d’altronde, un po’ ce lo hanno inse­gnato. Non basta pro­porre cor­ri­doi uma­ni­tari per­ché pro­fu­ghi e fug­gia­schi rag­giun­gano in sicu­rezza le loro mete. Que­sto affronta (e non risolve) il prima. Ma che ne è del poi? Si pos­sono gestire cen­ti­naia di migliaia di pro­fu­ghi, e poi forse milioni, con i Cie, i Cara, gli Sprar? E affi­dare a ladri di Stato come Buzzi o le asso­cia­zioni di Alfano la gestione di un sistema che tiene lì a far niente, per anni, per­sone in gran parte gio­vani e sane, esi­ben­dole in que­sto ozio for­zato a una popo­la­zione aiz­zata a con­si­de­rarle nient’altro che un peso? E tra­sfor­mando la poli­zia in “sca­fi­sti di Stato” per aiu­tarle a pas­sare i con­fini, o farle scap­pare in massa dai cen­tri, o lasciarle ad arran­giarsi in mezzo alla strada, per­ché la con­ven­zione di Dublino pre­scri­ve­rebbe all’Italia di trat­te­nerle per sem­pre sul pro­prio suolo?

Solo ora i governi dell’Unione comin­ciano a rea­liz­zare che quei flussi non si pos­sono fer­mare nel modo faci­lone e cri­mi­nale su cui hanno tro­vato l’accordo: sor­ve­glianza armata alle fron­tiere e guerra agli sca­fi­sti. E allora si sfi­lano, uno dopo l’altro, dagli obbli­ghi di soli­da­rietà inter­sta­tuale (e se mai accet­te­ranno delle quote, sarà solo per con­trol­lare che tutto il resto non possa più scon­fi­nare: per l’Italia sarebbe ancor peg­gio). I pro­fu­ghi? se la veda il paese dove sbar­cano! Ma que­sta ripulsa della soli­da­rietà inter­sta­tuale suona a morto per l’Unione. E se Renzi non ha sol­le­vato la que­stione quando ne era alla Pre­si­denza, è per­ché rap­pre­senta più di tutti quella cul­tura da ragio­nieri che la sta distrug­gendo con l’austerity, e che ora pre­tende di risol­vere un pro­blema geo­po­li­tico di dimen­sioni pla­ne­ta­rie affon­dando dei bar­coni di legno con appa­rati da guerre stellari.

L’alternativa, allora, è un grande e lun­gi­mi­rante piano di coo­pe­ra­zione allo svi­luppo. Quei pro­fu­ghi vogliono tor­nare a casa loro; molti hanno dei legami con fami­glie o comu­nità già inse­diate in Europa, ma quasi tutti man­ter­ranno anche, come e quando potranno, solidi legami con le comu­nità da cui sono fug­giti. Ade­gua­ta­mente assi­stiti e con­trol­lati, pos­sono gestire auto­no­ma­mente strut­ture e fondi desti­nati alla loro per­ma­nenza in Europa. Se ben distri­buiti sul ter­ri­to­rio e pro­tetti con un con­tra­sto effi­cace alle cam­pa­gne raz­zi­ste, pos­sono inte­grarsi nel tes­suto sociale, tes­sere rela­zioni, impa­rare lin­gua e mestieri, man­dare i bam­bini e i ragazzi a scuola (stru­mento fon­da­men­tale di inclu­sione). Se coin­volti in piani per dare lavoro a milioni di disoc­cu­pati, ita­liani ed euro­pei – indi­spen­sa­bili per argi­nare gli effetti della crisi — pos­sono con­cor­rere a creare ric­chezza. Se auto­riz­zati e aiu­tati a orga­niz­zarsi, per comu­nità nazio­nali, pos­sono costi­tuire con le loro rela­zioni la base sociale e poli­tica indi­spen­sa­bile per un ritorno alla pace e alla nor­ma­lità dei loro paesi (altro che ter­ro­ri­sti! Chi attra­versa vicende del genere è il più grande amico della pace che si possa incon­trare). Con loro diven­te­rebbe pos­si­bile costruire una rete di rela­zioni per dare final­mente corpo a una grande comu­nità euromediterranea.

«Andiamo ad aiu­tarli nei loro paesi, così non emi­grano più» è l’ultimo alibi di chi non vuole pro­prio vederli. Ma per noi andare in quei paesi è sem­pre più rischioso, se non impos­si­bile; e i pro­getti di coo­pe­ra­zione sono da sem­pre, nel migliore dei casi, ini­zia­tive di nic­chia, di nes­suna effi­ca­cia sull’insieme della popo­la­zione (quando non sono vere e pro­prie rube­rie a spese delle comu­nità assi­stite). Quale occa­sione migliore, allora, per un grande pro­gramma di coo­pe­ra­zione medi­ter­ra­nea, lavo­rando e pro­get­tando insieme, con le per­sone che sono già qui per sopravvivere?
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