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mercoledì 20 maggio 2015

Martín Caparrós:«L’Expo sul cibo è una beffa non fa nulla contro la fame»

Spreco  e povertà, i due poli del pianeta Terra oggi. E quelli che fuggono dalla miseria del Terzo mondo per raccogliere un po' delle briciole del Primo, l'Europa concorde offre barriere invalicabili o cannonate. La Repubblica, 20 maggio 2015

QUANTO è costato l’Expo? Dodici miliardi di euro? Più o meno la metà di quanto la Fao ritiene necessario, ogni anno, per nutrire quella parte del pianeta che non ha nulla da mangiare. C’era bisogno di spendere tutti questi soldi per discutere della fame nel mondo?». Forse no, dice lo scrittore argentino Martín Caparrós. Forse quei (tanti) soldi potevano invece cambiare più di un destino. La vita di Aisha, magari, a cui bastavano due vacche per sopravvivere, o il futuro dei bambini di Tana, in Madagascar, la cui speranza di crescere dipende anche da un bidone di latte in più. E forse il domani di Talisma che non ricorda più il sapore di un pasto vero. Il loro nemico si chiama F come Fame, effe maiuscola. I loro occhi raccontano la crisi mortale di un pezzo di umanità che l’Occidente si ostina a non voler guardare, dove la sopravvivenza è appesa ad un pugno di miglio e a un sorso d’acqua potabile. È un controcanto amaro nella grande festa dell’Expo che glorifica il cibo il nuovo saggio di Martín Caparrós, “La Fame”, (Einaudi), un reportage duro e appassionato tra le povertà più estreme. In Italia per il festival “Encuentro” di Perugia, Caparrós, giornalista, scrittore, storico, racconta cinque anni di cammino tra gli angoli più affamati del pianeta.

Lei parte dal ricordo del Biafra.
«Quei bambini con le mosche negli occhi e le pance gonfie furono per noi, generazione degli anni Sessanta, la prima immagine concreta di cosa fossero la fame e lo strazio di un popolo decimato dalla carestia. Siamo cresciuti con quelle immagini. Ma la fame poi continuavo ad incontrarla ovunque, in tutti reportage che facevo, la fame era sempre dietro, sotto, dentro ogni storia. Come un basso continuo. Qualcosa di irreversibile, anche senza carestie e inondazioni. Di fronte ad una tale vergogna le strade sono due: o il silenzio o la denuncia ».

Dal Niger il suo viaggio si snoda attraverso il Madagascar, l’India, il Sudamerica e approda tra i mendicanti di Chicago.

«Si dice sempre che in Niger la mancanza di cibo è strutturale. Un paradigma della fame inestirpabile. La terra è arida, l’acqua non c’è, il miglio non cresce. È vero, ma il Niger ha anche immensi giacimenti di uranio, il cui sfruttamento potrebbe garantire benessere ad un enorme numero di nigerini. Peccato però che tutte le miniere siano in mano a corporation cinesi e francesi, e alle popolazioni locali non resti nulla. Dunque la fame del Niger nasce da cause ben precise di sfruttamento coloniale e non dall’aridità del Sahel».

Una sorta di “land grabbing”, cioè rapina di territori.
«Così come accade in molte parti dell’Africa e del mondo. Il Madagascar, ad esempio, è una nazione fertile, ma gli abitanti sono stati espropriati delle loro terre da multinazionali straniere. E oggi lavorano con paghe irrisorie nelle coltivazioni che un tempo gli appartenevano, per produrre cibo che vola verso paesi ricchi. Una rapina».

Nel libro li chiama “Appropriatori di terre dell’altro mondo”.
«Un nuovo schiavismo, sotto forma di industrie di cibo Ogm, e di produzioni di biocombustibili».

Il cibo appunto. Il cuore dell’Expo italiano.
«Francamente a me sembra una beffa crudele che si possa utilizzare una gigantesca fiera del business, per discutere della tragedia di un miliardo di esseri umani. Sono proprio i paesi presenti all’Expo i responsabili di questa vergogna. È un controsenso».

Ma anche molte nazioni “povere” sono a Milano...
«Non è uno stand con un gruppetto di funzionari governativi che può cambiare le cose. Ma destinare i miliardi dell’Expo ad un programma di aiuti per il Sahel avrebbe potuto, invece, avere un senso».

Eppure lei è molto critico sui progetti umanitari.
«Al di là dell’effetto momentaneo non agiscono sui meccanismi che producono la fame».

“La Fame” è un saggio ma anche romanzo di vite e storie.
«Volevo descrivere quant’è breve l’orizzonte di chi passa l’esistenza chiedendosi se il giorno dopo sfamerà i propri figli. Dove l’unico sogno di Aisha è di avere due vacche, mentre Ai spera che il suo bambino non muoia di dissenteria. Senza cadere però nella “pornografia della miseria”. Non volevo commuovere, volevo far arrabbiare».

Ci sono tante madri nel libro. Ultime tra i derelitti.
«Donne la cui vita è una ininterrotta ricerca di cibo, di gravidanze e di figli che muoiono. Perché esiste la fame e la “fame di genere”. Quando c’è poco per tutti, sono le donne a rinunciare anche alle briciole».

Lei parla anche di una nuova forma di “rapina”.
«Nei paesi della fame migliaia di ragazze per sopravvivere affittano il proprio utero a ricche coppie occidentali. Alcune fanno anche cinque, sei gravidanze per altri. Subito i neonati vengono loro tolti e consegnati a chi li ha comprati... Una nuova ed estrema forma di sfruttamento ».
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