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domenica 24 maggio 2015

Lavoro com'era al tempo del fascismo

Il rullo compressore del piccolo Caudillo continua l'asfaltatura della democrazia e la restaurazione dell'autoritarismo,  anche questa volta aiutato dai ritardi delle potenziali controparti.  Articoli di Umberto Romagnoli e Roberto Ciccarelli. Il manifesto, 24 maggio 2015

LA CGIL A RENZI:
«DERIVA TOTALITARIA»
di Roberto Ciccarelli

Lavoro. Il premier: «Sogno un sindacato unico». Camusso: «Si dice unitario». Furlan: «Basta con l'uomo solo al comando». Critico anche Sacconi (Ncd). Ma il premier su La7 bersaglia anche la Fiom: «Marchionne batte Landini 3-0»

Il sin­da­cato unico sognato da Renzi «esi­ste solo nei regimi tota­li­tari». Per la segre­ta­ria gene­rale della Cgil Susanna Camusso l’uscita del pre­si­dente del con­si­glio a"Bersaglio mobile" su La7 è «con­cet­tual­mente sba­gliata per­ché pre­sup­pone che la tota­lità di orien­ta­menti e la rap­pre­sen­tanza di tutti i sog­getti, anche diversi, che vi sono nel mondo del lavoro, ven­gano inclusi in un pen­siero unico che non fa parte della moder­nità. Penso invece che il tema del sin­da­cato sia quello del sin­da­cato unitario».
In realtà la «moder­nità» sognata da Renzi è quella legata alla pro­dut­ti­vità dell’impresa, dun­que alla con­trat­ta­zione azien­dale e non a quella nazio­nale e di cate­go­ria. Que­sta pra­tica, che costi­tui­sce l’obiettivo della destra neo­li­be­ri­sta e della Bce di Mario Dra­ghi – secondo il quale «la disoc­cu­pa­zione viene com­bat­tuta meglio dalla nego­zia­zione azien­dale che da quella nazio­nale» — è stata richia­mata da Renzi nella mede­sima inter­vi­sta quando ha citato lo smacco della Fiat Chry­sler Auto­mo­bi­les (Fca) alla Fiom: «Mar­chionne – ha detto Renzi – è la dimo­stra­zione che la scom­messa sin­da­cale di Lan­dini è una scon­fitta. Ha ria­perto le fab­bri­che e da un punto di vista sin­da­cale Mar­chionne batte Lan­dini 3 a 0».

Ai lavo­ra­tori Fca, e pros­si­ma­mente anche a quelli Cnh Indu­striai, Marelli, Tek­sid e Comau, sono stati desti­nati a mag­gio bonus da 77, 82 o 101 euro a seconda dell’area pro­fes­sio­nale, per un totale medio di 330 euro in 12 mesi, per quat­tro anni, legati alla red­di­ti­vità azien­dale e desti­nati anche a chi è in cassa inte­gra­zione. In virtù di un accordo che esclude la Fiom, e sot­to­scritto dagli altri sin­da­cati, la Fca mira alla «pro­gres­siva messa in sof­fitta del vec­chio inqua­dra­mento anni ’70».

L’intesa, defi­nita da Camusso e Lan­dini come un «vul­nus nell’unità sin­da­cale» è stata dun­que usata da Renzi per attac­care l’idea stessa del sin­da­cato e, in gene­rale, di «corpo inter­me­dio» nella con­trat­ta­zione sul sala­rio tra l’imprenditore e il lavo­ra­tore. Un attacco poli­tico non nuovo che usa le con­trad­di­zioni tra i sin­da­cati, e la loro debo­lezza poli­tica, con­tro la stessa idea di sin­da­cato novecentesco.
L’attacco avviene nell’ambito della stra­te­gia indi­cata da Dra­ghi, e già nota dalla famosa let­tera della Bce al governo Ber­lu­sconi nel 2011. Renzi, però, è andato oltre e trat­teg­gia un oriz­zonte dove viene meno il plu­ra­li­smo e la rap­pre­sen­ta­ti­vità dei sin­da­cati pre­vi­sta dall’arti. 39 della Costituzione.
Con il sistema delle rela­zioni sin­da­cali della società for­di­sta, il pre­si­dente del Con­si­glio vuole eli­mi­nare un pila­stro delle società liberal-democratiche.

Lo ha ammesso per­sino uno dei pala­dini della con­trat­ta­zione azien­dale come Mau­ri­zio Sac­coni. L’alleato di governo ha cri­ti­cato Renzi: «Anche la sola spe­ranza di un sin­da­cato unico — ha detto — è incom­pa­ti­bile non solo con la sto­ria plu­rale della nazione ma anche con l’idea di una società libera in cui i lavo­ra­tori, come gli impren­di­tori, si asso­ciano in forme varie che tra loro si rela­zio­nano liberamente».

L’ipotesi pro­spet­tata da Renzi sarebbe uno sce­na­rio ine­dito nei paesi a capi­ta­li­smo avan­zato, a comin­ciare dalla Ger­ma­nia dove, anzi, vige la coge­stione nelle grandi fab­bri­che. Un prin­ci­pio, la coge­stione appunto, che rien­trava in una delle bozze far­loc­che del Jobs Act messe in giro prima che il prov­ve­di­mento diven­tasse realtà.

Tutti i sin­da­cati sono inter­ve­nuti, con le sfu­ma­ture ideo­lo­gi­che del caso.«L’Italia non ha biso­gno di un sin­da­cato unico — ha detto Anna­ma­ria Fur­lan, della Cisl — ma di sin­da­cati respon­sa­bili e rifor­ma­tori, capaci, come ha fatto sem­pre la Cisl nella sua sto­ria, di gui­dare le tra­sfor­ma­zioni del paese con una linea par­te­ci­pa­tiva e non anta­go­ni­stica». Car­melo Bar­ba­gallo della Uil va al cuore del popu­li­smo ren­ziano: «Sem­bra che Renzi voglia espor­tare il modello dell’uomo solo al comando anche nel mondo del lavoro e del sociale». «Final­mente Renzi ha ammesso di volere un paese a sua imma­gine e somi­glianza – sostiene Fran­ce­sco Paolo Capone (Ugl) — par­tito della nazione, terzo pre­si­dente del con­si­glio non eletto, abo­li­zione del voto nelle pro­vin­cie e in senato». È lo stesso pro­getto appli­cato alla scuola con il pre­side mana­ger, anche se Renzi e il Pd sem­brano volerlo annac­quare al senato.



SINDACATO,
UN DESTINO DA ARTICOLO 18

di Umberto Romagnoli

Alzi la mano chi si è mera­vi­gliato della bat­tuta di Mat­teo Renzi. In realtà, c’era da mera­vi­gliarsi che con­ti­nuasse a man­care dal suo reper­to­rio. Ma non si creda che gli sia stata sug­ge­rita da uno dei suoi spin doc­tor. È farina del suo sacco. È spon­ta­nea. Anche se, sotto sotto, c’è la curio­sità di vedere l’effetto che avrebbe pro­dotto nel mondo sin­da­cale un pre­mier che fa sua l’opinione in cir­co­la­zione da chissà quanto tempo tra i clienti di un bar, men­tre sor­seg­giano l’aperitivo, o di un bar­biere, men­tre aspet­tano il turno. Dun­que, non si può liqui­dare la bat­tuta come se fosse una improvvisazione.

C’è invece più di un motivo per dare ragione ad Altan che pro­prio in que­sti giorni si sta chie­dendo se sia «meglio una poli­tica che non fa un tubo o una che ne com­bina una ogni giorno». L’ultima, infatti, è quella di avviare un discorso pub­blico sulla riforma del sistema sin­da­cale nella maniera più dirom­pente pos­si­bile, valo­riz­zando cioè la bana­lità e spe­cu­lando sulla disin­for­ma­zione e sui pre­giu­dizi.

Non a torto, per­ciò (per ripor­tare un po’ di razio­na­lità e al tempo stesso dimo­strare come i sin­da­cati sap­piano bene ciò che devono fare) l’attuale Segre­ta­rio gene­rale della Cisl Anna­ma­ria Fur­lan ha rite­nuto di doversi richia­mare al trit­tico con­fe­de­rale assem­blato con la Con­fin­du­stria nel cosid­detto Testo Unico del 2014, anch’esso ani­mato dalla tra­spa­rente inten­zione di pre­fab­bri­care l’impianto di un futu­ri­bile inter­vento legi­sla­tivo che lo stesso Renzi par­rebbe dispo­sto a con­get­tu­rare. Io tut­ta­via sono del parere che, anche qua­lora tale evento si pro­du­cesse, il pro­blema della rap­pre­sen­tanza sin­da­cale si por­rebbe egual­mente. Infatti, la rap­pre­sen­tanza sin­da­cale è in crisi non solo a causa del vuoto di diritto in cui la con­trat­ta­zione col­let­tiva vive da una set­tan­tina di anni, ma anche (e ormai soprat­tutto) per­ché si è affie­vo­lita la capa­cità del sin­da­cato di rispec­chiare la realtà.

È da qui che biso­gna par­tire ed è per que­sto che biso­gna veri­fi­care la qua­lità della rap­pre­sen­tanza che il sin­da­cato è capace di offrire di fronte alla domanda pro­ve­niente da una base mutata sia nella sua com­po­si­zione socio-professionale che sul piano antropologico-culturale, a comin­ciare dall’universo femminil-giovanil sco­la­riz­zato.

Vice­versa, pur essendo ricco di solu­zioni giuridico-formali nel ten­ta­tivo, in sé enco­mia­bile, di far uscire il con­tratto col­let­tivo da una crisi dipen­dente dall’eccesso d’informalità, il Testo Unico non con­tiene se non un prin­ci­pio di rispo­sta: la sola fes­sura da cui tra­pela la con­sa­pe­vo­lezza della sua esi­stenza è costi­tuita dalla pre­vi­sione che i con­tratti nazio­nali saranno sot­to­scritti «pre­via con­sul­ta­zione cer­ti­fi­cata delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori a mag­gio­ranza semplice».

Si met­tano pure da parte le per­ples­sità cau­sate dall’indeterminatezza delle pro­ce­dure e dalla vaghezza della loro obbli­ga­to­rietà. Accan­to­nare invece non si può la cir­co­stanza che nell’insieme il Testo Unico, dando il mas­simo risalto alla «esi­gi­bi­lità» del con­tratto col­let­tivo, cele­bra l’elogio dell’efficacia cogente degli impe­gni con­trat­tuali e spon­so­rizza il deci­sio­ni­smo dei ver­tici nien­te­meno che al livello che sem­bra desti­nato a diven­tare il ful­cro dell’intero sistema con­trat­tuale. Pre­vede infatti che i con­tratti azien­dali sono effi­caci per tutto il per­so­nale «se appro­vati dalla mag­gio­ranza dei com­po­nenti delle rsu» e, se fir­mati da rsa, sono sot­to­po­ni­bili a veri­fica entro certi limiti ed a certe con­di­zioni.

Non può certo sor­pren­dere che il Testo Unico affronti il pro­blema della rap­pre­sen­tanza sin­da­cale nell’ottica della con­trat­ta­zione col­let­tiva pri­vi­le­giando il ruolo d’ordine che i fir­ma­tari sareb­bero tenuti a garan­tire. Anzi, è one­sto rico­no­scere come sia poco meno che sen­sa­zio­nale che in quella sede le parti abbiano tenuto in qual­che modo conto che, dopo­tutto, la rap­pre­sen­tanza è uno stru­mento di eser­ci­zio del potere del rap­pre­sen­tante sui rap­pre­sen­tati. Que­sto infatti è un pro­blema che appar­tiene ad una dimen­sione schiet­ta­mente endo-associativa e la Con­fin­du­stria non c’entra per nulla né ha qual­cosa da insegnare.

Quindi, l’auto-riforma del sin­da­cato è senz’altro la via migliore. In astratto. In con­creto, però, non si col­gono segni signi­fi­ca­tivi dell’interesse del sin­da­cato ad ispe­zio­nare il lato nasco­sto della rap­pre­sen­tanza che è suo com­pito eser­ci­tare. Lo stesso Testo Unico è rima­sto let­tera morta. Per que­sto, può suc­ce­dere che sia il par­la­mento — lo stesso par­la­mento che non senza inge­nuità un’opinione pub­blica stufa di par­titi inca­paci di gestirsi in maniera decente sol­le­cita ad occu­par­sene mediante una legge ad hoc — che fini­sce per appa­rire la sede più adatta. In astratto. In con­creto, il governo Renzi, che non con­si­dera il sin­da­cato come l’interlocutore col quale con­fron­tarsi nem­meno in vista dell’adozione di misure in mate­ria di lavoro, dimo­stra di volere che fac­cia la fine dell’articolo 18: scom­pa­rire senza la neces­sità di abrogarlo.
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