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martedì 12 maggio 2015

L’affondo del papa: «Non c’è la pace perché i potenti vivono sulle guerre»

E' lo "sviluppo" del capitalismo. E non da oggi. Vuoi forse fermarlo, Borgoglio? Ti risponderanno che There Is No Alternative. Oppure che sei un comunista. Il manifesto, 11 maggio 2015

«Per­ché i potenti non vogliono la pace? Per­ché vivono sulle guerre» e «gua­da­gnano con le armi». Davanti a 7mila alunni delle scuole pri­ma­rie, che ieri mat­tina hanno par­te­ci­pato ad un’udienza nell’aula Nervi in Vati­cano nell’ambito di un’iniziativa pro­mossa dalla fon­da­zione «La fab­brica della pace» (ani­mata dalla psi­co­te­ra­peuta Maria Rita Parsi), papa Fran­ce­sco mette da parte il discorso uffi­ciale e risponde a brac­cio a 13 domande dei bam­bini, affron­tando con ine­vi­ta­bile imme­dia­tezza e sem­pli­cità di lin­guag­gio temi come la guerra, gli arma­menti, la pace, ma anche il car­cere e la disa­bi­lità («A me non piace dire che un bam­bino è disa­bile, que­sto bam­bino ha un’abilità dif­fe­rente, non è disabile»).

La sem­pli­cità della comu­ni­ca­zione per­mette a Ber­go­glio di andare al noc­ciolo delle que­stioni, peral­tro già affron­tate in altre occa­sioni. «I potenti, alcuni potenti, gua­da­gnano con la fab­brica delle armi, e ven­dono le armi a que­sto Paese che è con­tro quello, e poi le ven­dono a quello che va con­tro que­sto. È l’industria della morte», dice Ber­go­glio rispon­dendo ad un bam­bino egi­ziano di Tor­pi­gnat­tara, popo­lare quar­tiere delle peri­fe­ria romana. «Si gua­da­gna di più con la guerra. Si gua­da­gnano i soldi, ma si per­dono le vite, si perde la cul­tura, si perde l’educazione, si per­dono tante cose». E per sin­go­lare coin­ci­denza le parole del papa arri­vano subito dopo la dif­fu­sione dei dati del 2014 sull’export ita­liano di arma­menti, anti­ci­pata dal men­sile dei mis­sio­nari com­bo­niani Nigri­zia: 1 miliardo e 879 milioni di euro di espor­ta­zioni auto­riz­zate dal governo (+34% rispetto al 2013), con quasi un terzo delle armi ita­liane (il 28%) finite nei Paesi del nord Africa e del Medio Oriente. «Tutto gira intorno al denaro – aggiunge Fran­ce­sco –, il sistema eco­no­mico gira intorno al denaro e non intorno alla per­sona, all’uomo, alla donna» e «si fa la guerra per difen­dere il denaro».

«La pace è prima di tutto che non ci siano le guerre», ma la pace è anche «giu­sti­zia», dice il papa, che fa ripe­tere in coro ai bam­bini – una costante delle cate­chesi «popo­lari» di Ber­go­glio, non limi­tata ai bam­bini – «dove non c’è giu­sti­zia, non c’è pace». «Tutti siamo uguali – pro­se­gue –, ma non ci rico­no­scono que­sta verità, non ci rico­no­scono que­sta ugua­glianza, e per que­sto alcuni sono più «felici» degli altri. Ma que­sto non è un diritto! Tutti abbiamo gli stessi diritti! Quando non si vede que­sto, quella società è ingiu­sta. E dove non c’è la giu­sti­zia, non può esserci la pace».

Nel car­cere non c’è giu­sti­zia e non c’è per­dono, dice anche papa Fran­ce­sco (che, nella tele­fo­nata di qual­che giorno fa per infor­marsi sulla sua malat­tia, ha invi­tato all’udienza anche Emma Bonino, pala­dina, insieme ai Radi­cali, dei diritti dei dete­nuti). «È più facile riem­pire le car­ceri che aiu­tare ad andare avanti chi ha sba­gliato nella vita», che «aiu­tare a rein­se­rire nella società chi ha sba­gliato», aggiunge Ber­go­glio. «Tutti cadiamo. Ma la nostra vit­to­ria è non rima­nere «caduti» e aiu­tare gli altri a non rima­nere «caduti». E que­sto è un lavoro molto dif­fi­cile, per­ché è più facile scar­tare dalla società una per­sona che ha fatto uno sba­glio brutto e con­dan­narlo a morte, chiu­den­dolo all’ergastolo», «la solu­zione del car­cere è la cosa più comoda per dimen­ti­care quelli che soffrono».

Discorso social­mente avan­zato quello di Fran­ce­sco, all’interno di una gior­nata che tut­ta­via pre­senta un ele­mento di con­fu­sione: la par­te­ci­pa­zione ad un’udienza papale, in ora­rio sco­la­stico, di 7mila alunni delle scuole pri­ma­rie – metà fre­quen­tanti isti­tuti sta­tali, metà isti­tuti cat­to­lici –, con la bene­di­zione del mini­stero dell’Istruzione, come ha ricor­dato lo stesso Fran­ce­sco al ter­mine del suo discorso. Non si tratta di un’attività di culto – la nor­ma­tiva non per­mette di orga­niz­zarle durante le lezioni –, ma comun­que di un’iniziativa a forte con­no­ta­zione confessionale.
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