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venerdì 22 maggio 2015

La sequenza infernale dell’Europa

«Il progetto di unificazione europea sta arrivando in un punto critico. L’eventuale espulsione della Grecia dall’eurozona segnerà nel modo più formale l’incompatibilità tra la moneta comune e qualsiasi politica economica espansiva». Sbilanciamoci.info, 21 maggio 2015
Tsi­pras ostenta otti­mi­smo e punta su un «accordo di reci­proco van­tag­gio» da defi­nire nel col­lo­quio con la Mer­kel e Hol­lande al Con­si­glio Euro­peo di Riga. Varou­fa­kis è ancora più det­ta­gliato: «La rot­tura delle trat­ta­tive è fuori dal nostro oriz­zonte», ha dichia­rato lunedì, spe­ci­fi­cando anche che il nodo più dif­fi­cile sono le pen­sioni. «Ci chie­dono casse in pareg­gio con 27% di disoc­cu­pa­zione», si è lamen­tato il mini­stro delle Finanze.

Se a Riga sarà fumata nera, allora Atene si avvierà spe­di­ta­mente verso una sospen­sione dei paga­menti del debito. Dal 5 giu­gno ini­zia infatti una sequenza infer­nale di ver­sa­menti che alla fine del mese ammon­te­ranno a 1,2 miliardi. Poi, a luglio e inizi ago­sto altri 6 miliardi, tra Fmi, Bce e titoli in sca­denza. Sono soldi che la Gre­cia sem­pli­ce­mente non ha.

Anche Varou­fa­kis è con­vinto che alla fine vin­cerà la «ragio­ne­vo­lezza». Secondo lui, il domi­nio di Schau­ble den­tro l’eurogruppo non è asso­luto: «Certo, ci sono i fana­tici dell’austerità, ma ci sono anche quelli che hanno dovuto subire l’austerità e che ora, per ragioni poli­ti­che, non pos­sono dire che hanno sba­gliato. E poi ci sono coloro che temono di alzare troppo la voce per non subire a loro volta misure di auste­rità». Ovvia­mente, nel secondo gruppo c’è la destra spa­gnola e por­to­ghese e nel terzo i socia­li­sti fran­cesi e i demo­cra­tici italiani.

Tsi­pras è con­vinto di avere alleati in Europa, sep­pure occa­sio­nali. Non per­ché piace loro la sini­stra radi­cale greca, ma per­ché vedono con grande pre­oc­cu­pa­zione i rischi che com­porta l’estremismo libe­ri­sta tede­sco. In sostanza, hanno il fon­da­tis­simo sospetto che sul caso greco Schau­ble stia gio­cando fino in fondo la sua carta più poli­tica: che la que­stione del debito esca anche uffi­cial­mente dagli schemi della poli­tica mone­ta­ria comune e diventi il para­digma della nuova geo­me­tria della poli­tica europea.

L’eventuale espul­sione della Gre­cia dall’eurozona segnerà nel modo più for­male l’incompatibilità tra la moneta comune e qual­siasi poli­tica eco­no­mica espan­siva. Ber­lino smet­te­rebbe di nascon­dersi die­tro ai trat­tati e mostre­rebbe la sua fac­cia di vero e unico prin­cipe euro­peo. Per otte­nere que­sto, la destra oltran­zi­sta tede­sca sem­bra anche dispo­sta a pro­ce­dere in mezzo alle rovine dell’eurozona. Le ripe­tute assi­cu­ra­zioni di Schau­ble sulla pre­sunta «corazza» che la difen­de­rebbe dal fal­li­mento greco espri­mono esat­ta­mente que­sto spi­rito avven­tu­riero: il «ricatto» di Tsi­pras non deve pas­sare, costi quel che costi.

In queste condizioni il progetto di unificazione europea sta arrivando in un punto critico.

La vit­to­ria di Came­ron ha aperto la strada verso il refe­ren­dum bri­tan­nico sulla per­ma­nenza nell’Ue e non è per niente scon­tato che vin­cano gli euro­pei­sti. Gli umori dei popoli euro­pei li abbiamo potuti tastare in maniera esau­riente nelle ele­zioni euro­pee dell’anno scorso. Infatti, non a caso, i risul­tati di quelle urne sono stati imme­dia­ta­mente rimossi, cen­su­rati e messi tra paren­tesi. Ora il loro spet­tro ritorna e batte forte sul tavolo: gli euro­pei sono furiosi con l’Europa, una fetta cre­scente della popo­la­zione non ne vuole più sapere: o si astiene visto­sa­mente oppure indi­rizza pole­mi­ca­mente il suo voto verso movi­menti anti­eu­ro­pei, spesso di destra.

Lasciando da parte la que­stione immi­gra­zione, sulla quale (pur­troppo) l’Europa incide pochis­simo, la pro­te­sta popo­lare si rivolge con­tro un avver­sa­rio che si chiama euro e le sue regole.

Negli ultimi 6 anni gli euro­pei hanno assi­stito a una gestione della crisi aper­ta­mente e spie­ta­ta­mente di classe, a una tem­pe­sta di tagli, all’abbattimento del costo del lavoro, alla disgre­ga­zione dello stato sociale e all’impoverimento della società. Tutto que­sto in nome di regole appli­cate da orga­ni­smi privi di legit­ti­ma­zione democratica.

La «destra» e la «sini­stra» non solo hanno «abban­do­nato» la società ma sono stati «com­plici» nel far nascere que­sto mostro, si sente dire, e non è facile smen­tire que­sta accusa. Que­sta nostra tra­ge­dia, ovvia­mente, si svolge di fronte al mondo intero e sarebbe strano che anche i bri­tan­nici non trag­gano le loro conseguenze.

Anche Tsi­pras viene accu­sato den­tro il suo par­tito di aver tirato le trat­ta­tive per le lun­ghe, con il rischio di «annac­quare troppo» il pro­gramma del governo di sinistra.

La vera accusa però è un’altra e nes­suno osa dirla a voce alta: è quella di non aver voluto rom­pere con l’eurozona, non aver voluto ricor­rere da subito alla «bomba ato­mica» in mano alla Gre­cia, cioè la sospen­sione imme­diata del paga­mento del debito. È un’accusa fon­data: né Tsi­pras né Varou­fa­kis hanno voluto spa­rare per primi e hanno sem­pre rispo­sto in maniera ferma ma con­ci­liante alle pro­vo­ca­zioni di Schau­ble e dei suoi amici. Il pre­mier greco si è giu­sti­fi­cato dicendo che il man­dato elet­to­rale diceva: niente auste­rità ma all’interno dell’eurozona. Una posi­zione estre­ma­mente più com­plessa e più dif­fi­cile di quella di Beppe Grillo, di Farage o di Marine Le Pen che vogliono farla finita con l’Ue una volta per tutte.
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