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sabato 2 maggio 2015

Il paese normale che ci aspetta, ovvero: Suicidio Italicum

Uno scenario inquietante ma assolutamente credibile del nostro futuro dopo vittoria del renzismo, se l'Italicum dovesse essere approvato. La pulsione suicida delle minoranze del Pd. Le responsabilità della sinistra radicale.  Il manifesto, 1° maggio 2015

La sen­sa­zione è di non potere dire nulla che resti­tui­sca l’enormità di quanto sta avve­nendo. Men­tre la gente comune – disin­for­mata e gra­vata dalle cure quo­ti­diane – crede di vivere giorni qual­siasi, si sta dav­vero facendo la sto­ria d’Italia. Cam­biano lo Stato, la Costi­tu­zione mate­riale (quella for­male muore assas­si­nata), il sistema poli­tico. E viene spez­zato il fra­gile nesso demo­cra­tico tra gover­nati e gover­nanti. Noi, que­sto gior­nale, rima­niamo tra gli ultimi a lan­ciare l’allarme. Con l’impressione di una vanità dispe­rante e la ten­ta­zione di desi­stere. Invece biso­gna resi­stere, par­lare, fosse anche in un deserto.

Pro­viamo a descri­vere il più vero­si­mile degli sce­nari. L’Italicum (che la zelante subal­ter­nità di qual­cuno ha pron­ta­mente ribat­tez­zato sovie­ti­cum) diverrà pre­sto legge. Nel 2016 Renzi e la «grande stampa» daranno in pasto all’opinione pub­blica un pre­te­sto per andare al voto col nuovo por­cel­lum poten­ziato. Il par­tito per­so­nale del pre­mier andrà al bal­lot­tag­gio e vin­cerà. Eletto da una mino­ranza di illusi e di com­plici, Renzi coman­derà per un’intera legi­sla­tura, padrone incon­tra­stato di un par­la­mento ridotto a un guscio vuoto. E riscri­verà la Costi­tu­zione, anche per evi­tare che la Con­sulta can­celli una legge elet­to­rale ever­siva dell’ordinamento repubblicano.

Quali altre leggi nel pros­simo quin­quen­nio monar­chico saranno varate in campo eco­no­mico e sociale è facile imma­gi­nare, con­si­de­rando la logica padro­nale del jobs act e la ten­denza pre­va­lente in quest’Europa. Al ter­mine di una deva­stante fase costi­tuente l’Italia sarà dav­vero il «paese nor­male». Tutto e tutti saranno sul mer­cato, dispo­ni­bili a chi potrà com­prare. La sfera pub­blica, eva­po­rata, ces­serà final­mente di inter­fe­rire con la sacra libertà dei pri­vati. E la si smet­terà una volta per sem­pre con l’assurda pre­tesa di vio­lare la legge natu­rale e divina della tra­smis­sione ere­di­ta­ria dei patri­moni e delle posi­zioni sociali.

Que­sta è sol­tanto un’ipotesi. Ma è la più vero­si­mile e con­viene chie­dersi come siamo arri­vati a que­sto punto e come potremmo limi­tare il danno.

Gli sto­rici di domani rico­strui­ranno age­vol­mente un incubo lineare. Un gio­vane spre­giu­di­cato uomo poli­tico s’impadronisce prima del par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva, poi del governo. Nel giro di un anno e mezzo, pro­tetto da un pre­si­dente di stretta osser­vanza atlan­tica, estorce a un par­la­mento dele­git­ti­mato alcune leggi spe­ciali, dette «riforme», che, da una parte, gli val­gono l’appoggio incon­di­zio­nato delle éli­tes finan­zia­rie, impren­di­to­riali e buro­cra­ti­che; dall’altra, gli con­se­gnano pieni poteri. In tutto que­sto, l’opinione pub­blica è intos­si­cata da una pro­pa­ganda asfis­siante che, dopo aver costruito il mito del nuovo uomo prov­vi­den­ziale, ne avalla siste­ma­ti­ca­mente bufale e mano­vre populistiche.

A que­sto punto gli sto­rici non potranno esi­mersi dal chia­rire come que­sta bril­lante ope­ra­zione sia riu­scita a un gio­va­notto senza par­ti­co­lari doti, che dap­prin­ci­pio era sol­tanto uno sma­nioso spac­cone. E por­ranno in evi­denza le respon­sa­bi­lità di quanti nel suo par­tito avreb­bero dovuto sbar­rar­gli per tempo la strada. E invece, rispar­mian­dosi la «fatica inu­tile» di opporsi (Bindi), lo hanno sot­to­va­lu­tato, pro­mosso e asse­con­dato, fino alla distru­zione della Costi­tu­zione nata dalla Resi­stenza. Par­le­ranno, chissà, di inet­ti­tu­dine e di stu­pi­dità. Di oppor­tu­ni­smo, di cor­ru­zione o di ipo­cri­sia. E ricor­de­ranno come tanti pur navi­gati poli­ti­canti si siano fatti alle­gra­mente «asfal­tare» o sem­pli­ce­mente sedurre dal più clas­sico dei piatti di len­tic­chie, la pro­messa di essere rie­letti o tutt’al più piaz­zati in qual­che lucrosa sinecura.

Ma di que­sto scon­cio non vale più la pena di par­lare e del resto è, come sem­pre, una que­stione di punti di vista. Da quello oppo­sto al nostro la sedi­cente sini­stra del Pd ha com­piuto, in pochi mesi, un’impresa che ha del por­ten­toso. Mossa da una incoer­ci­bile pul­sione sui­ci­da­ria (o forse ispi­rata sol­tanto dal cini­smo), ha estir­pato ogni sco­ria cri­tica dal par­tito sorto dalle ceneri del Pci-Pds-Ds. Così coro­nando l’espianto radi­cale della sini­stra dal qua­dro della rap­pre­sen­tanza poli­tica: un pro­cesso già pros­simo al tra­guardo anche gra­zie alla scia­gu­rata gestione, dal 1998 a que­sta parte, di un non tra­scu­ra­bile patri­mo­nio di con­sensi da parte dei gruppi diri­genti di Rifon­da­zione e dei Comu­ni­sti Italiani.

Così veniamo infine al punto più com­pli­cato del discorso. Pos­siamo fare ancora qual­cosa per limi­tare il danno e ten­tare magari di inne­scare un’inversione di ten­denza? La pre­messa è la con­si­de­ra­zione da cui siamo par­titi. È deci­sivo rea­liz­zare che, dopo Ber­lu­sconi, Renzi e una crisi sociale di ine­dita por­tata, il paese è cam­biato in pro­fon­dità, e non certo in meglio. L’ultimo decen­nio ha segnato una cesura di por­tata sto­rica, che rende non sol­tanto indi­spen­sa­bile (lo è dai tempi dell’Unione a tra­zione pro­diana) ma anche ine­vi­ta­bile ripar­tire da capo, riflet­tendo seria­mente sulle scon­fitte subite (e in buona parte meri­tate) e cer­cando di met­tere a frutto le lezioni impar­tite dalla dura realtà. Con un unico obiet­tivo: dotare anche il nostro paese di una sog­get­ti­vità poli­tica (e sin­da­cale) in grado di dare con­sa­pe­vo­lezza e rap­pre­sen­tanza, anche sul piano euro­peo, al lavoro (e al non-lavoro) e ai set­tori mar­gi­na­liz­zati della società.

«Ripar­tire da capo» signi­fica due cose, le uni­che che ha senso dire quando il cam­mino è ancora da intra­pren­dere. Azze­rare tutte le posi­zioni acqui­site, evi­tando che il vis­suto operi come fat­tore di divi­sione. E lavo­rare sul ter­reno dell’elaborazione cul­tu­rale, anti­doto neces­sa­rio con­tro l’eteronomia e la dege­ne­ra­zione tra­sfor­mi­stica. Per mio­pia o insi­pienza o pre­sun­zione, que­sto ter­reno è stato diser­tato da chi ha diretto le orga­niz­za­zioni della sini­stra dopo la Bolo­gnina, e non è que­sta la meno pesante delle respon­sa­bi­lità. Oggi il primo dovere è fare tesoro dei tanti gravi errori commessi.
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