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sabato 16 maggio 2015

Il lupo neoliberale

«Nel suo libro "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Gruppo Abele), Livio Pepino spiega come le strategie securitarie abbiano terreno fertile quando il soggetto è un fantasma. Bisogna riconsegnare realtà a migranti, emarginati, bambini e outsiders». Il manifesto, 16 maggio 2015

C’è un lupo (bella coper­tina di Lisa Gelli) ad acco­glierci sulla soglia di que­sto agile, ma molto denso e ric­chis­simo di docu­men­ta­zione e dati, Prove di paura. Bar­bari, mar­gi­nali, ribelli (Gruppo Abele, pp. 191, euro 14) di Livio Pepino. A Pepino dob­biamo da sem­pre il merito, piut­to­sto raro nel paese degli emer­gen­zia­li­smi ad oltranza, con­di­visi da destra e troppo spesso da sini­stra, di aver difeso sem­pre con tena­cia e luci­dità il fronte delle garan­zie. Ma, ancor più, di aver soste­nuto un garan­ti­smo com­ples­sivo, all’interno di una visione impe­gna­tiva e ricca di uno stato sociale di diritto avan­zato. Sem­pre più net­ta­mente, nel suo per­corso, il discorso sul diritto e sui diritti si è intrec­ciato con gli espe­ri­menti di demo­cra­zia dal basso, con la cri­tica al modello di svi­luppo fon­dato sulle grandi opere e con l’azione giu­ri­dica e poli­tica di difesa del ter­ri­to­rio e dell’ambiente dal sac­cheg­gio da parte dei poteri pub­blici e pri­vati: ne è esem­pio la par­te­ci­pa­zione attenta con cui Pepino segue le ragioni e le vicende del movi­mento No Tav.

Que­sto sag­gio è lo spec­chio per­fetto dell’impegno intel­let­tuale e poli­tico del suo autore, arti­co­lato com’è su un dop­pio fronte. Da un lato, è una let­tura cri­tica, che incro­cia in modo molto utile teo­ria giu­ri­dica e dati empi­rici, sulle stra­te­gie di governo della paura che segnano le poli­ti­che cri­mi­nali con­tem­po­ra­nee. Dall’altro, è un viag­gio tra le sog­get­ti­vità con­crete, tra i bar­bari, i mar­gi­nali e i ribelli, con­tro cui quelle poli­ti­che secu­ri­ta­rie con­ti­nua­mente si mobi­li­tano. Sul primo fronte, quello della cri­tica del governo con­tem­po­ra­neo della paura, incon­triamo evi­den­te­mente il lupo che ci aspet­tava in coper­tina: è la scena pri­ma­ria della moder­nità, lo stato di natura evo­cato da Tho­mas Hob­bes, quell’insicurezza radi­cale e dispe­rata da cui la città prima, lo stato nazio­nale poi, hanno sto­ri­ca­mente pro­messo di sal­varci. Una sal­vezza che coin­ci­de­rebbe con l’esclusione, con l’estromissione fuori dai con­fini di tutti gli ele­menti di insi­cu­rezza e di con­flitto che potreb­bero tur­bare la vita ordi­nata dell’ordine politico.

Ma que­sto schema rigi­da­mente bina­rio, ordine/sicurezza/stato da un lato, stato di natura/insicurezza/conflitto dall’altro, si è ben pre­sto sve­lato come un rac­conto tutto ideo­lo­gico. La città – nata per esclu­dere l’insicurezza – «diven­terà nel tempo luogo di paura, per­ché chiun­que può entrarvi, ognuno può muo­versi come vuole», ricorda Pepino. Allo stesso modo, lo stato nazio­nale, quel Levia­tano che doveva paci­fi­care defi­ni­ti­va­mente i lupi, «sarà spesso pro­ta­go­ni­sta di oppres­sione e cor­ru­zione sul ver­sante interno e di guerre con­ti­nue all’esterno, al punto che la società si sen­tirà sem­pre meno pro­tetta». Lo schema ideo­lo­gico che leg­geva l’ordine sta­tale come spa­zio di sal­vezza nei con­fronti dell’insicurezza radi­cale si rivela ben pre­sto per quello che è: una fra­gile nar­ra­zione a fine di legit­ti­ma­zione del potere. Nella realtà, la paura, lungi dall’essere defi­ni­ti­va­mente tenuta fuori dalle mura della città ben sicura, viene con­ti­nua­mente pro­dotta e ripro­dotta, non­ché uti­liz­zata per riscri­vere quo­ti­dia­na­mente con­fini, moda­lità e gra­da­zioni dell’inclusione e dell’esclusione sociale.

Nella crisi dello stato sociale e con­tem­po­ra­nea­mente all’attacco delle poli­ti­che neo­li­be­rali, que­sta con­ti­nua capi­ta­liz­za­zione della paura, secondo l’espressione di Zyg­munt Bau­man ricor­data da Pepino, pro­duce tutta una gamma, molto dif­fe­ren­ziata e modu­lare, di stra­te­gie secu­ri­ta­rie. Resi­ste ovvia­mente la tra­di­zio­nale repres­sione car­ce­ra­ria, con l’innalzamento con­ti­nuo dei tassi di car­ce­ra­zione che ha carat­te­riz­zato il pano­rama peni­ten­zia­rio almeno fino al 2010 e che, come Pepino docu­menta in modo molto effi­cace, non ha nes­suna rela­zione con l’andamento effet­tivo dei tassi di cri­mi­na­lità, in sostan­ziale e costante decre­scita, in barba a tutti gli allarmi sicu­rezza pro­dotti dai mass media. Ma accanto al car­cere, il libro di Pepino illu­stra anche diversi altri dispo­si­tivi secu­ri­tari, che hanno a che fare più con il governo dif­fuso, pre­ven­tivo e ammi­ni­stra­tivo della paura, e che vanno dalle deten­zioni ammi­ni­stra­tive per i migranti, sino all’utilizzo di un’ampia gamma di stru­menti cau­te­lari e di sicu­rezza, sem­pre più segnati da una fun­zione pre­ven­tiva e inti­mi­da­to­ria, piut­to­sto che repres­siva: da stru­menti come il Daspo, col­lau­dati in quel labo­ra­to­rio spe­ri­men­tale del secu­ri­ta­ri­smo che sono diven­tati gli stadi, all’utilizzo sem­pre più fre­quente, come sanno bene i mili­tanti dei col­let­tivi stu­den­te­schi e dei cen­tri sociali, di fogli di via e obbli­ghi di dimora.

Il libro di Pepino, però, non è solo un’analisi det­ta­gliata di que­sti dispo­si­tivi: c’è l’altro lato di cui dice­vamo all’inizio, il ten­ta­tivo cioè di resti­tuire carne e san­gue ai sog­getti reali che sono inse­guiti, con­trol­lati e gover­nati dalle stra­te­gie secu­ri­ta­rie vec­chie e nuove. Non è pos­si­bile ela­bo­rare un discorso sulle paure non stru­men­tale, scrive molto oppor­tu­na­mente Pepino, se non si esa­mi­nano quelle sog­get­ti­vità che le poli­ti­che secu­ri­ta­rie vor­reb­bero ridurre a fan­ta­smi, in un pro­cesso di derea­liz­za­zione che pre­ten­de­rebbe di farne spet­trali fat­tori di rischio, ombre disin­car­nate, minacce da neu­tra­liz­zare. Per que­sto, il libro attra­versa le vite dei bar­bari (gli stra­nieri, i migranti, i nomadi, le figure dell’alterità che minac­ciano il mito dell’omogeneità interna ai con­fini nazio­nali), dei mar­gi­nali (le vec­chie e nuove povertà, sulle quali torna ad abbat­tersi, con nuovi anda­menti «gover­na­men­tali», la guerra alle classi peri­co­lose, oggi con­dotta attra­verso un work­fare sem­pre più disci­pli­nare), dei ribelli (dai movi­menti sociali ter­ri­to­riali ai cen­tri sociali, alla gestione poli­zie­sca sem­pre più inca­pace di poli­tica e di trat­ta­tiva dell’ordine pub­blico e delle piazze).



Ed è solo a par­tire da poli­ti­che che attra­ver­sino que­ste sog­get­ti­vità reali, che può aprirsi la strada indi­cata in con­clu­sione da Pepino: una tra­sfor­ma­zione di para­digma che rico­no­sca il fal­li­mento radi­cale dello stato hob­be­siano, mono­po­li­sta della gestione della sicu­rezza, e che guardi a poli­ti­che non para­noi­che, in grado di «resti­tuire un posto al disor­dine», di ritro­vare forme diverse e dif­fe­ren­ziate, poli­ti­che, di media­zione pro­dut­tiva e avan­zata dei con­flitti. E forse, aggiun­ge­rei, rom­pere le stra­te­gie secu­ri­ta­rie signi­fica prin­ci­pal­mente, pro­prio a par­tire da quelle sog­get­ti­vità reali, oltre­tutto oggi sem­pre meno «mar­gi­nali» o «escluse» in senso clas­sico, lavo­rare per costruire ambiti di radi­ca­liz­za­zione demo­cra­tica e di vita-in-comune, isti­tu­zioni che si nutrano della valo­riz­za­zione della coo­pe­ra­zione sociale piut­to­sto che dell’incubo della sicu­rezza pro­prie­ta­ria. In fondo ce lo indi­cava già Spi­noza, con­tro Hob­bes: la secu­ri­tas non è com­pito da dele­gare a un sovrano sal­vi­fico, ma cre­sce insieme alla potenza demo­cra­tica che il corpo poli­tico rie­sce a sviluppare.
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