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venerdì 22 maggio 2015

Il Comune di Venezia chiude la “moschea” della Biennale

L'ottusità non perdona. Quella dei decisori veneziani è talmente pronunciata che non si accorge di negare mille anni di storia. «Bloccato il Padiglione Islanda che trasforma la chiesa della Misericordia in tempio islamico “Doveva essere una mostra, non un luogo di culto”». La Repubblica, 22 maggio 2015



VENEZIA
LAPREGHIERAè finita. Il Comune di Venezia ha imposto ieri la chiusura della moschea allestita per la Biennale d’arte nella chiesa di Santa Maria della Misericordia – privata dal 1973 – perché utilizzata senza autorizzazioni come luogo di culto. È questa la principale delle prescrizioni violate dal Padiglione islandese la cui curatrice Nina Magnúsdóttir ha affittato nei mesi scorsi la chiesa nel sestiere di Cannaregio affidandola all’artista svizzero Christoph Büchel.

 La sua installazione, chiamata “Moschea della Misericordia”, voleva dare una risposta alle richieste dei ventimila fedeli della comunità musulmana della città, coinvolta nell’allestimento, di avere un luogo nel quale pregare che non fosse un capannone di Marghera. Una vera e propria moschea quindi, che si è prestata a contrapposte interpretazioni fin dal giorno dell’inaugurazione, lo scorso 8 maggio: invito al dialogo o provocazione? Nessuno in città era stato informato dell’apertura – in questi termini – di una moschea in una chiesa, se pur privata, venduta nel 1973 con un decreto firmato dall’allora patriarca di Venezia Albino Luciani, poi diventato Papa Giovanni Paolo I. 

Dopo l’analisi degli ulteriori documenti richiesti ai curatori e arrivati mercoledì in municipio è stata comunicata ieri la decisione di revoca delle autorizzazioni che si traducono con la chiusura della moschea, nelle prossime ore. «Hanno presentato le carte per allestire una mostra, non per un luogo di preghiera: hanno giocato sull’ambiguità», spiegano dal Comune, retto da un commissario prefettizio dopo lo scandalo del Mose. Nel corso dei ripetuti controlli fatti dopo l’inaugurazione – aggiungono Comune e prefettura – sono state riscontrate altre violazioni. Riguardano le modalità di ingresso dei visitatori – nei primi giorni erano costretti a togliersi le scarpe e, le donne, invitate a indossare il velo – e il ripetuto superamento del limite massimo di capienza. 

Al termine della preghiera di venerdì scorso anche la comunità islamica, messo da parte l’iniziale entusiasmo e valutata l’irritazione del patriarcato, aveva preso le distanze dal padiglione per non interrompere il percorso di dialogo interreligioso con la chiesa veneziana. «Siamo stati ospiti del padiglione, per un’iniziativa che ci sembrava andare nella direzione giusta, della tolleranza», dice ora Mohamed Amin Al Ahdab, architetto e presidente della comunità islamica di Venezia, «ma la reazione della città è stata priva di equilibrio per una moschea destinata a restare aperta sette mesi, il tempo della Biennale. Una moschea provvisoria come una tenda». 

Il provvedimento può essere impugnato entro 60 giorni, e la Biennale si augura soluzioni che «possano consentire la riapertura del padiglione espressione della partecipazione dell’Islanda alla Biennale». Altre volte artisti ospiti della città erano intervenuti con installazioni a servizio della comunità. Nel 2012 il russo Arseniy Zhilyaev aveva realizzato una lavanderia gratuita nell’isola della Giudecca. Anche in quel caso erano scoppiate le proteste. Ma solo quando l’installazione era stata chiusa, lasciando i residenti senza la possibilità di lavare i panni gratis.



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