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mercoledì 20 maggio 2015

Gli errori e le bugie sulla guerra in Iraq

«La verità è importante, non solo perché chi si rifiuta di imparare le lezioni della storia è condannato a ripeterla.  Allora sull’Iraq diciamo che dal punto di vista dell’interesse della nazione, l’invasione è stata un errore. Ma peggio che un errore, un crimine». La Repubblica, 20 maggio 2015

CHE sorpresa! A quanto sembra, avere il fratello di un presidente fallimentare che prova a sua volta la scalata alla Casa Bianca qualche risvolto positivo ce l’ha. Grazie a Jeb Bush, finalmente ha preso corpo quel dibattito franco e aperto sull’invasione dell’Iraq che un decennio fa non c’è stato. Ma molte persone influenti (non solo Bush), quel dibattito preferirebbero che non ci fosse. C’è la sensazione palpabile che l’élite politica e mediatica abbia voglia di tirare una riga sull’argomento. La loro versione suona più o meno così: adesso lo sappiamo che invadere l’Iraq è stato un terribile errore, ed è tempo che tutti lo riconoscano. Però ora andiamo avanti. Eh no, proprio per niente: perché è falso e tutti quelli che hanno preso parte al dibattito sulla guerra sanno che è falso. La guerra in Iraq non è stato un errore innocente, un’avventura intrapresa sulla base di informazioni di intelligence che si sono rivelate sbagliate. L’America ha invaso l’Iraq perché l’amministrazione Bush voleva una guerra. Le giustificazioni ufficiali per l’invasione non erano altro che pretesti, e pretesti contraffatti per giunta. In un certo senso, ci hanno condotti in guerra con l’inganno.

Il dolo fraudolento dei sostenitori della guerra era evidente anche all’epoca: le giustificazioni che cambiavano sempre per uno scopo sempre uguale lo dimostravano. E arrivati a questo punto abbiamo prove in abbondanza a conferma di ciò che dicevano gli oppositori della guerra. Ora sappiamo, per esempio, che proprio l’11 settembre, prima che la polvere si fosse posata (e lo dico letteralmente), Donald Rumsfeld, il segretario alla Difesa, stava già pianificando la guerra contro un regime che non aveva nulla a che fare con l’attacco terroristico. Insomma, questa era una guerra che la Casa Bianca voleva, e i presunti errori, come dice Jeb, che «sono stati commessi» da un soggetto innominato derivano da questo desiderio di fondo. I servizi segreti sono giunti alla conclusione sbagliata che l’Iraq avesse armi chimiche? Perché erano sottoposti a forti pressioni. Le valutazioni hanno sottostimato difficoltà e costi dell’occupazione? Perché il partito della guerra non voleva sentire dubbi.

Perché volevano una guerra? A questo è più difficile rispondere. Alcuni guerrafondai erano convinti che il potere degli Stati Uniti nel mondo ne sarebbe uscito rafforzato. Altri vedevano l’Iraq come un progetto pilota, la preparazione per una serie di cambi di regime. Ed è difficile non avere il sospetto che abbia pesato la volontà di usare il trionfo militare per rafforzare il brand repubblicano in patria. A prescindere dai motivi esatti, il risultato è stato un capitolo oscuro della storia dell’America. Lo ripeto: ci hanno condotti in guerra con l’inganno. Si può capire perché tanti personaggi della politica e dei media preferiscano non parlarne. Alcuni forse si sono fatti abbindolare, hanno abboccato alle bugie. Altri, sospetto più numerosi, sono stati complici: avevano capito che la giustificazione ufficiale per la guerra era un pretesto, ma avevano le loro ragioni per volere una guerra o hanno accondisceso per paura. Perché c’era un clima di paura nel 2002-2003: criticare il crescente entusiasmo per la guerra significava correre il rischio di dire addio alla propria carriera. Oltre alle motivazioni personali, i mezzi di informazione si trovano in imbarazzo di fronte all’insincerità dei politici. I giornalisti sono sempre riluttanti a mettere i politici di fronte alle loro bugie. Più è grossa la bugia, più è evidente che stanno mettendo in atto una truffa, più i giornalisti esitano a dirlo. Ed è difficile immaginare una cosa più grossa che condurre l’America in guerra con l’inganno.

Ma la verità è importante, e non solo perché chi si rifiuta di imparare le lezioni della storia è condannato a ripeterla. La campagna di menzogne che ci ha portati in Iraq è ancora sufficientemente recente da consentire di chiamare i singoli responsabili a renderne conto. Lasciamo perdere gli inciampi verbali di Jeb Bush: pensiamo invece al suo team di politica estera, guidato da persone che hanno contribuito direttamente a costruire una giustificazione falsa per la guerra. E allora sull’Iraq diciamo le cose come stanno. Sì, dal punto di vista dell’interesse della nazione, l’invasione è stato un errore. Ma (chiedendo scusa a Talleyrand) è stato peggio che un errore, è stato un crimine.

© 2-015 New York Times News Service ( Traduzione di Fabio Galimberti)
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