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domenica 10 maggio 2015

Giorgio Nebbia e la storia della contestazione ecologica

Due testi "ambiziosi" di uno studioso che ha lavorato e sta lavorando instancabilmente per inserire criticamente i temi dell'ambientalismo nella consapevolezza  della cultura e del popolo.

Giorgio Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, a cura di Nicola Capone, Napoli, La scuola di Pitagora, 2015, € 13

Grazie ai tipi della casa editrice La scuola di Pitagora la Società di Studi Politici di Napoli ha avviato la pubblicazione di due eleganti collane di “piccoli classici” dell’ambientalismo: “Pan-Paesaggio ambiente e natura” e “Qua.Ed.Am-Quaderni di educazione ambientale”.

Sotto la direzione di Salvatore Settis sono già usciti o sono in uscita due testi di Antonio Cederna, due dello stesso Settis, uno di Elena Croce, uno di Paolo Maddalena, uno dello stesso Maddalena in collaborazione con Franco Tassi e infine due di Giorgio Nebbia: la “Breve storia della contestazione ecologica” del 1994 e “Per una definizione di storia dell’ambiente” del 1997.

La riedizione di questi due ultimi saggi, parallela peraltro alla pubblicazione di una più ampia antologia di scritti storici in forma digitale già segnalata su eddyburg”, è un’operazione meritoria e soprattutto utile. Si tratta in effetti di testi importanti nonostante la loro circolazione, al pari di alcuni altri scritti impegnativi di Nebbia, non sia stata all’altezza dei loro meriti.

Uno loro pregi principali è anzitutto la precocità, in quanto alla metà degli anni Novanta il panorama italiano di testi dedicati alla storia dell’ambientalismo era desolante. Nonostante tale filone di ricerca fosse ormai non solo consolidato ma addirittura istituzionalizzato sin dagli anni Sessanta negli Stati Uniti e dagli anni Settanta in Germania, nel 1994 in Italia si poteva contare solo qualche pionieristico saggio sull’attività protezionistica della Società Botanica Italiana di Franco Pedrotti e una buona storia di Pro Natura di Walter Giuliano mentre era in via di pubblicazione la bella tesi di Edgar Meyer sull’associazionismo italiano del secondo dopoguerra fino al 1970 (entrambe queste opere erano peraltro prefate proprio da Nebbia).

Rispetto a quanto era già uscito fino a quel momento nel nostro paese i due testi si segnalavano inoltre per ambiziosità, in due sensi.

Essi tentavano anzitutto di fornire una panoramica esaustiva (nel tempo, nello spazio e nelle tematiche) della contestazione ecologica e dei possibili oggetti della storia ambientale. Alla loro base stava infatti il desiderio di fornire un affresco quanto più completo e chiaro possibile. In secondo luogo, questo ampio sforzo descrittivo si appoggiava su un indispensabile lavoro tassonomico e teorico: un censimento, cioè, delle varie forme prese storicamente dalla contestazione ecologica nella storia e una ricognizione preliminare dei vari possibili oggetti della storia ambientale. Vista la solitudine in cui si muoveva Nebbia in Italia all’epoca ciò può apparire a prima vista straordinario, ma a uno sguardo più ravvicinato la cosa sorprende meno perché si era trattato in sostanza di mettere in ordine i tanti tasselli di una riflessione sui vari aspetti della storia dell’ambiente e dell’ambientalismo che era iniziata una trentina di anni prima ed era andata avanti alacremente nel mezzo di un intenso lavoro teorico, politico e giornalistico.

I due scritti si segnalano infine per originalità. Come per tutte le discipline quando noi parliamo di storia ambientale parliamo anzitutto di un canone: i libri che hanno impresso una direzione e uno stile alla disciplina, le tematiche, il linguaggio, gli approcci metodologici, contenuti e toni del dibattito mainstream. Alla fine degli anni Ottanta, quando Nebbia ha cominciato ad abbozzare questi due saggi, un canone del genere esisteva già a livello mondiale, in larga parte dominato dagli studiosi e dalle studiose statunitensi. Come la maggior parte di coloro che si sono occupati sino a tempi recenti di storia ambientale in Italia Nebbia non era uno storico, sapeva poco di quel canone e soprattutto aveva interesse a fare un discorso suo, coerente con certe premesse culturali e politiche ed efficace nei confronti di un pubblico di militanti e di opinione pubblica colta, non certo nei confronti dei colleghi italiani o stranieri appartenenti a uno specifico ambito disciplinare. Queste circostanze hanno contribuito a generare due testi che facevano un ampio uso di un’aggiornata bibliografia internazionale in larga parte sconosciuta in Italia ma la utilizzavano in maniera estremamente libera e creativa, incanalandola in un ragionamento poco accademico e molto politico. Mi viene da pensare che se mettessimo una laureanda o un laureando di oggi con un impeccabile bagaglio di letture di storia ambientale a confronto con questi testi essi rimarrebbero al tempo stesso disorientati e affascinati da una scrittura al contempo così ambiziosa e documentata e così fuori squadro rispetto al canone storiografico corrente (aggiungo peraltro che se insegnassi in un corso universitario di storia ambientale, ma anche in una scuola superiore, non esiterei ad adottarli come testi di primo orientamento).

Questa originalità si manifesta già nella terminologia scelta da Nebbia. Faccio un esempio che mi consentirà di focalizzare il mio intervento su un tema già trattato da Marco Armiero nell’introduzione.

A pochi sarebbe infatti venuto in mente a metà anni Novanta, e ad ancor meno verrebbe oggi, di utilizzare un’espressione come “contestazione ecologica”. Il termine “contestazione” appartiene infatti a un periodo ben circoscritto della storia recente, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, e si riferisce al tempo stesso a un insieme di movimenti sociali specifici (soprattutto studenteschi) e a un atteggiamento di rifiuto non solo politico ma anche e forse soprattutto culturale degli assetti di potere esistenti. La scelta di questa espressione è stata però quasi certamente consapevole ed è anzi a mio avviso molto felice in quanto definisce in modo preciso la scelta analitica di Nebbia.

Ciò che infatti Nebbia pone a oggetto della propria analisi è proprio una sequela storica di movimenti sociali che condividono una critica radicale ai guasti e all’ingiustizia di un assetto di potere specifico: quello del capitalismo industriale e finanziario. L’ambientalismo, e ancor prima la scienza ecologica che lo sottende (e Giorgio non ha mai smesso di sottolinearlo, come si vede bene dall’intervista di Sergio Messina che accompagna il testo), sono infatti intrinsecamente eversivi in quanto un’economia e una società realmente rispettosi degli equilibri ambientali non sono possibili rimanendo all’interno del ciclo denaro-merce-denaro, cioè della logica capitalistica globalmente dominante la cui unica finalità è un profitto che per definizione non conosce limiti. Non solo quindi i movimenti ambientalisti ma la logica stessa che sottende il sapere ecologico sono strutturalmente in contraddizione con il modo di produzione capitalista, e a maggior ragione con la sua attuale forma industriale avanzata, finanziarizzata e globalizzata.

Qui sta a mio avviso uno dei motivi che non solo non fa invecchiare questi testi pubblicati vent’anni fa ma al contrario li rende sempre più attuali. È vero infatti che progressivo trionfo del capitalismo - oggi sempre più finanziarizzato, sempre più globale e sempre più pervasivo anche della sfera politico-istituzionale - rende ancor più che in passato trasparente il fatto che l’unica logica che sottintende l’economia mondiale è la valorizzazione del capitale. Il che per l’ambiente costituisce una pessima notizia.

E questo è anche il motivo per cui l’ambientalismo, talvolta anche quello più rotondo e programmaticamente inoffensivo, è per lo più visto con sospetto e spesso aspramente combattuto dalla cultura e dalla politica mainstream.

Nebbia tutto questo lo sa bene, lo ha sperimentato in prima persona sin dai primi anni Settanta e non ha mai mancato di sottolinearlo, di studiarlo e di domandare che fosse studiato. Questo corpo a corpo (Nebbia lo ricorda anche nell’intervista a Sergio Messina) è stato risolto in genere con successo dall’establishment capitalista che è riuscito volta a volta a silenziare la contestazione ecologica oppure a far propri in modo solo apparente alcuni suoi obiettivi per depotenziarli e aggirarne così le eventuali conseguenze. È questa tutta la ricca e complessa storia di fenomeni come il negazionismo ambientale, il greenwashing, le tecniche di disinquinamento utilizzate come business che non impedisce il mantenimento delle stesse tecnologie inquinanti, l’uso strumentale e distorto o semplicemente propagandistico dei processi produttivi “sostenibili” che informa tra l’altro una parte cospicua dell’attuale “green economy”. Trattandosi dell’altra faccia della contestazione ecologica questa è una storia che Nebbia ha sempre cercato (coerentemente e pressoché in solitudine in Italia) di esplorare e che ha sempre invitato in modo pressante a esplorare, finora con scarso successo.

Partendo proprio da qui, cioè da questo continuo stimolo di Nebbia verso lo studio della storia dell’ambientalismo e dell’ambiente e dai risultati tutto sommati un po’ magri di questo sforzo, veniamo a un secondo punto: quello riguardante lo stato della storia ambientale in Italia.

Nebbia, come si è visto, fa parte di un ristretto manipolo di studiosi che hanno praticamente inventato la storia dell’ambientalismo in Italia senza esserne pressoché consapevoli in quanto non erano mossi da un interesse accademico-disciplinare e che hanno in seguito continuato a studiare, a scrivere e a pubblicare spinti essenzialmente da moventi politici e civili. È questa la storia di Nebbia, di Franco Pedrotti, di Valter Giuliano, di Edgar Meyer e di altri, ed è vero più in generale che tutte e tutti coloro che fanno ricerca nel campo della storia ambientale e dell’ambientalismo in Italia o fanno mestieri non accademici oppure insegnano discipline diverse: chi storia economica, chi storia contemporanea, chi botanica, chi merceologia, eccetera. Come se ciò non bastasse bisogna riconoscere che alcune delle persone che hanno provato con maggiore impegno e serietà a costruire una carriera accademica nel campo della storia ambientale alla fine hanno dovuto andar via dall’Italia.

Poco male, si potrebbe dire. Ma non è proprio così.

È vero infatti che non è necessario stare in cattedra in un preciso ambito disciplinare per scrivere cose buone in quell’ambito, e quanto ho detto finora credo lo dimostri, ed è anche vero che non basta stare in cattedra in un preciso ambito disciplinare per scrivere cose attendibili e solide. E tuttavia il fatto che non si sia riusciti a mettere efficacemente in rete tutte queste esperienze, a farle riconoscere reciprocamente, a farle fruttificare in modo più ampio, a trovare dei punti di coagulo che fossero riviste, cattedre o associazioni è stato dannoso, ha indebolito tutti: gli storici ambientali in quanto tali, gli studi sull’ambiente e sull’ambientalismo e quindi anche il loro possibile ruolo di ispiratori e di stimolatori del movimento ambientalista.

Certo, questo non può sorprendere in un paese in cui la presa della sensibilità e della cultura ambientale si è rivelata col tempo più superficiale che altrove, peraltro con un forte effetto retroattivo: ambientalismo debole > studi deboli e studi deboli > ambientalismo debole. Ma ci sono state anche responsabilità di tutti noi e potrei fare un malinconico elenco di fallimenti dovuti a scarsa visionarietà, a scarso dinamismo, a scarsa elasticità mentale, a un’attenzione eccessiva al proprio piccolo orto individuale o di gruppo: insomma a scarsa generosità.

Ma proprio a quest’ultimo proposito va precisato che Nebbia ha costituito sempre e continua a costituire un’eccezione, o una delle pochissime eccezioni: instancabile nello studio e nella scrittura, generoso e protettivo verso i giovani, stimolatore e promotore continuo di nuovi cantieri, disinteressato. Se dovessi indicare dove può stare il futuro degli studi di storia dell’ambiente e dell’ambiente in Italia lo indicherei proprio nell’esempio che continua a dare il suo esponente anagraficamente più anziano.

Ma, sempre per rimanere al “che fare”, io vedo anche come inaggirabile il tentativo, enunciato da Nicola Capone nell’introduzione al libro, di stimolare attivamente una convergenza delle culture protezioniste italiana di ispirazione paesaggista, ambientalista e di giustizia ambientale. Ciascuna di queste culture ha in Italia una sua storia (quale lunga, quale breve), un suo seguito (quale piccolo quale grande), un suo linguaggio e suoi obiettivi specifici, anche molto diversi tra loro, ma tutte hanno punti in comune e comuni avversari. Secondo me è quindi corretto pensare che dalla lunga crisi dell’ambientalismo italiano si può uscire soprattutto se queste ispirazioni e queste energie riescono a trovare la volontà e i mezzi per fare massa critica. Alcune condizioni perché ciò avvenga ci sono già oggi come ci sono già alcuni utili e intelligenti luoghi di aggregazione (penso, per fare un esempio che ho molto caro, al sito “eddyburg”) ma bisogna fare molto di più e ogni contributo ben intenzionato e ben impostato, anche se di nicchia, è assolutamente prezioso.

E la riedizione di questi due saggi di Nebbia, vecchi solo anagraficamente, arricchiti dalle introduzioni di Marco Armiero e di Nicola Capone e dall’intervista curata da Sergio Messina, è senz’altro un contributo di questo tipo.

Giorgio Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, a cura di Nicola Capone, Napoli, La scuola di Pitagora, 2015, € 13

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