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venerdì 1 maggio 2015

Disoccupazione e bisogni sociali

La rilettura. Stralcio di un libro che dopo 20 anni è ancora di bruciante attualità. Almeno per chi vuole uscire dalla crisi: "L’età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali". Il manifesto, 30 aprile 2015, con postilla


Giorgio Lunghini, L’età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali. Bollati Boringhieri, 1995

In una con­fe­renza sulle “Pro­spet­tive eco­no­mi­che per i nostri nipoti”, tenuta a Madrid nel 1930, negli anni dell’ansia, John May­nard Key­nes affer­mava che (…) nell’arco di cent’anni l’umanità avrebbe risolto il suo pro­blema eco­no­mico (…). Nei ses­san­ta­cin­que anni pas­sati da allora l’umanità non si è mossa nella dire­zione della libertà dal biso­gno, della libe­ra­zione dalla neces­sità di ven­dersi in cam­bio dei mezzi di vita. Dall’età dell’ansia che Key­nes ha cer­cato di scio­gliere siamo pas­sati all’età dello spreco, non a quella della libertà e della sobrietà. L’atroce ano­ma­lia della disoc­cu­pa­zione in un mondo pieno di biso­gni è oggi ancora più grave di allora (…). Alla pro­li­fe­ra­zione immane delle merci e alla cre­scita della disoc­cu­pa­zione si accom­pa­gnano vec­chie e nuove povertà, guerre fra poveri e un gene­rale imbar­ba­ri­mento dei rap­porti mate­riali dell’esistenza. La teo­ria eco­no­mica e l’arte del governo non sanno spie­gare né vogliono risol­vere il pro­blema economico-politico più grave: troppe merci, poco lavoro (…). La mia tesi è che la disoc­cu­pa­zione ha oggi carat­tere strut­tu­rale, ha ori­gine nelle forme attuali del cam­bia­mento tec­no­lo­gico e orga­niz­za­tivo, ed è ten­den­zial­mente irre­ver­si­bile. Nel ragio­na­mento seguente sostengo che la fama­co­pea orto­dossa non ha medi­ca­menti che pos­sano risol­vere o almeno lenire la nuova forma della malat­tia cro­nica del capi­tale, la con­trad­di­zione tra spreco e penu­ria. Occorre cer­care anche altrove, fuori da una logica esclu­si­va­mente mer­can­tile. Occorre met­tere in moto lavori con­creti, essen­zial­mente lavori di cura delle per­sone, delle città e delle campagne. (stralci dalle pagine 7-9)

postilla

Lunghini pone il tema della finalizzazione del lavoro. Il lavoro è uno strumento per la produzione di merci destinate a loro volta a essere vendute a un prezzo superiore al loro costo di produzione, oppure un'attività mediante la quale l'uomo (e l'umanità) raggiunge i fini che volta a volta si pone in relazione ai suoi obiettivi? Nel primo caso il lavoro (anzi la "forza lavoro", cioè  la capacità degli uomini di lavorare) è anch'esso una merce, che al proprietario e gestore dei mezzi di produzione conviene pagare il meno possibile;  il reddito del lavoratore sarà il prezzo che  egli riuscirà ad ottenere da  compra la sua forza-lavoro. Tutt'altro è invece è il ruolo e il destino sociale  del lavoro se, come Claudio Napoleoni,  lo si concepisca  come «lo strumento, peculiarmente umano, col quale l’uomo consegue i suoi fini; ed è strumento universale, nel senso che esso è a disposizione dell’uomo per ogni possibile suo fine» (vedi in proposito alcuni dei testi di Marx, di Robbins e di Napoleoni indicati nella nota Il lavoro su eddyburg . Se si sviluppasse il ragionamento a partire da queste premesse la questione del  New Deal per l'Europa, posto da Guido Viale e da altri autori in occasione della vicenda della lista "l'Altra Europa con Tsipras" e il dibattito sul "reddito di cittadinanza" acquisterebbero un carattere più concreto, perché più solidamente fondato in una visione dell'uomo e dello sviluppo.
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