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venerdì 15 maggio 2015

Difendo Barbara Spinelli

Un quadro chiaro, e soprattutto esplicito, delle ragioni per cui molti dei suoi fondatori e militanti non si riconoscono più nell'organizzazione che ha il nome L'Altra Europa con Tsipras. da una mailing list, 15 maggio 2015

La dissociazione di Barbara Spinelli dagli eredi formali della lista italiana "L'Altra Europa con Tsipras" ha provocato un ampio dibattito nelle mailing list della sinistra extrapartitica. Qualcosa ne è trapelato nella stampa. Su eddyburg abbiamo ripreso alcuni testi che ci sembravano più significativi. Tra questi segnaliamo, e pubblichiamo, questa nota di Guido Viale il quale - come il lettore comprenderà subito - replica molto argomentatamente a chi ha criticato l'iniziativa di Spinelli.

Non credo che possa destare stupore la dissociazione di Barbara Spinelli da L’Altra Europa. Aveva postato, insieme ad altri, tra cui il sottoscritto, una lettera aperta di critica alla gestione dell’organizzazione. Non ha avuto alcuna risposta. Che cosa ci si poteva aspettare di diverso? Vorrei comunque tranquillizzare coloro che se ne dispiacciono: non cambia niente. La delegazione degli europarlamentari dell’Altra Europa, come corpo unitario, non è mai esistita. Ciascuno di loro continuerà a fare, bene o male, quello che ha fatto finora,  cose coerenti con l’impostazione che ha dato finora al proprio lavoro. E continueranno anche a firmare insieme comunicati importanti come quello sulle violenze poliziesche di Pozzallo; anche, si spera, con altri parlamentari del GUE o di altre liste, magari accodandosi, come in questo caso, al lavoro fatto da lei sola. 

Nemmeno si interromperanno i loro rapporti con gli organismi “centrali” de L’Altra Europa, perché anche questi rapporti, a mia conoscenza, non ci sono mai stati. Eleonora ha partecipato con maggiore frequenza alle audio-riunioni del CON e del COT e gira come una trottola (il che va a suo merito) per partecipare a iniziative dell’Altra Europa. Ma lo veniamo in gran parte a sapere a posteriori. Del lavoro e dei programmi dei tre parlamentari gli “organi centrali” dell’Altra Europa non si sono mai occupati (o, se lo hanno fatto con alcuni, è stato “a latere” delle riunioni ufficiali, senza renderne conto). Meno che mai, scusate se insisto, si sono occupati di come venissero spesi i fondi a disposizione del gruppo parlamentare (o anche questo è stato fatto, probabilmente, “a latere”).

C’è però da chiedersi se è Barbara Spinelli a non volersi più considerare parte de L’Altra Europa o è L’Altra Europa – o i suoi “organi centrali” – a non considerarla più, e da tempo, parte del proprio “progetto”. Vi sembra un modo normale di tenere i rapporti tra colleghi di uno stesso gruppo parlamentare definire in una riunione pubblica “un carnevale” le scelte di Barbara Spinelli, come ha fatto Curzio Maltese, e senza che il COT abbia sentito il bisogno di eccepire alcunché (e ricevendone in premio l’assunzione negli organi direttivi di Sel)? Ma non si tratta purtroppo di una novità, 

Barbara Spinelli, senza alcuna difesa da parte dei suoi colleghi o del COT, è stata fatta oggetto per mesi di una campagna che ne denunciava l’assenteismo, quando le uniche votazioni che ha mancato - in un anno, ormai, di sedute parlamentari - sono dovute all’assenza di un giorno, in cui le era stato fissato un incontro con Tsipras. Incontro a cui avevano peraltro partecipato anche gli altri due parlamentari, senza mai essere sfiorati da alcuna accusa di assenteismo (e senza sentire il bisogno di chiedersi perché). E certamente non è estraneo a questa campagna sul suo presunto assenteismo il fatto che, subito dopo il 25 maggio, una foto di Roberto Musacchio, sedutosi non autorizzato al seggio di Barbara Spinelli, abbia campeggiato per giorni, senza esserne rimosso, sul profilo FB de L’Altra Europa, mentre su un’altra pagina FB de L’Altra Europa qualcuno la dipingeva addirittura sgozzata. 

Tralascio qui tutti gli improperi di cui è stata fatta oggetto su altre pagine di FB, alcune delle quali appartenenti a noti esponenti della nostra organizzazione che oggi si travestono da mammolette. Ma la denigrazione di Barbara era cominciata ben prima del 25 maggio, subito dopo la sortita di Paola Bacchiddu in bichini che ha offerto il destro ad attacchi, molti dei quali provenienti dalle nostre file, per dipingerla come bacchettona e autoritaria. O ci siamo dimenticati che l’impareggiabile Nicolò Ollino, che oggi lamenta il fatto di venir esposto “al pubblico ludibrio” dalle scelte di Barbara, aveva inaugurato la nostra campagna elettorale chiedendo, su FB, perché mai la nostra comunicazione fosse stata affidata “a una vecchia di 160 anni”? C’è un perché di tutto ciò (e altro ancora)? Sì, soprattutto se si passa dal personale, che personale non è, al politico (che meglio sarebbe chiamare partitico).

Barbara Spinelli è stata, fin dall’inizio di questa vicenda, per il suo nome, per il suo lavoro di giornalista, per i suoi interessi, testimone e garante non solo dell’orizzonte europeo del progetto, che è la prima delle grandi novità che fanno la differenza dell’Altra Europa rispetto a tutte le altre formazioni politiche; ma anche del suo carattere unitario ma apartitico, che è ciò che ha permesso a quel progetto di arrivare là dove tutte le precedenti “iniziative unitarie” non erano più da tempo riuscite ad arrivare. La lista Arcobaleno, quella Ingroia o la Federazione della sinistra avevano già abbondantemente dimostrato come anche gli elettori di sinistra avessero ormai voltato le spalle a qualsiasi lista con una caratterizzazione partitica. 

Ma il vero grande fallimento della sinistra italiana si chiama in realtà Beppe Grillo. Quando ci si chiede perché in Italia non si sia riusciti a realizzare una Syriza o un Podemos, ma neanche una Linke o un Front de Gauche, che pure non sono altrettanto entusiasmanti, non si tiene conto del fatto che negli anni in cui quelle iniziative si andavano formando o consolidando, la sinistra italiana ha lasciato campo libero alla costruzione del movimento Cinque stelle, che ha raccolto e convogliato verso un’organizzazione padronale e monocratica non solo un grande malcontento diffuso, ma anche gran parte dei temi che i movimenti più vari erano andati elaborando nel corso di anni di lotta. Così il movimento Cinque stelle ha potuto avere il suo primo exploit, non a caso, proprio contestualmente allo scippo di “Cambiare si può” da parte delle segreterie dei partiti che avevano finto di appoggiare quel progetto. Questo solo fatto avrebbe dovuto e potuto convincere chiunque della necessità di un nuovo inizio. 

E un nuovo inizio infatti c’era stato: mai, da anni, tanti intellettuali, artisti e studiosi si erano raccolti intorno a un progetto politico come era successo con L’Altra Europa. Mai tanti movimenti diffusi in tutto il paese avevano guardato con interesse, a volte, certo, misto a diffidenza, nei confronti di uno schieramento che affrontava una competizione elettorale. Ma di quella temperie non è rimasto niente. Perché? La colpa, ci sentiamo dire, e proprio da parte di chi è responsabile di quello scialo, è di Barbara Spinelli; delle sue scelte; della sua irresponsabilità, del suo disprezzo per la quotidianità.

Il fatto che Barbara si fosse “rimangiato” l’impegno a non accettare un eventuale seggio nell’Europarlamento, così come era stata indotta a “rimangiarsi” la decisione di non candidarsi, come tutti gli altri garanti (ma allora senza alcuna protesta) avrebbe potuto e dovuto essere accolto come un altro grande passo avanti lungo la strada intrapresa. Nessuno infatti osava negarlo; tanto che persino il segretario e il coordinatore dei due principali partiti che avevano sostenuto la lista erano stati concordi nel riconoscerlo. E l’autentica rappresentante, nel nome e nei fatti, della lista l’Altra Europa avrebbe potuto entrare nell’aula del Parlamento Europeo intitolata a suo padre come prova vivente di quel nuovo inizio. Invece ci è dovuta entrare accompagnata sì, dall’entusiasmo di tanti di noi, ma anche inseguita dagli insulti e dai lazzi di molti di coloro che avrebbero dovuta sostenerla (non poi così tanti; ma sufficienti a fare caciara, anche con il rincalzo di tanti nemici giurati della lista). Che cosa era mai successo? Era successo che Barbara aveva “portato via” il posto non a un altro candidato de L’Altra Europa (cosa che nelle liste elettorali è ordinaria amministrazione); ma all’”Europarlamentare di SEL”, rompendo quell’equilibrio così diligentemente illustrato dai cultori dell’alta politica (uno a Rifondazione, uno alla “società civile” e uno a Sel) che avrebbe dovuto riportare la lista a quella condizione di mera aggregazione di organizzazioni diverse a cui si era cercato in tutti i modi di sottrarla; peraltro non sempre riuscendoci, come evidenziato in molte situazioni da una conduzione separata della campagna elettorale.

Quella guerra contro Barbara, scatenata dall’interno e dall’esterno dell’organizzazione, è stata in realtà una guerra contro il progetto dell’Altra Europa; che da allora è rimasta paralizzata, nell’attesa di arrivare a un qualche compromesso con le sue presunte “componenti”. Che da allora, poco per volta, sono diventate tre: Rifondazione, Sel, ma anche l’Altra Europa: al tempo stesso (presunto) contenitore sia delle altre due componenti che di se stessa… Oggi si rinfaccia a chi non ha un partito il lavoro che i membri dei partiti hanno fatto per raccogliere le firme e fare campagna elettorale (i volantini, i manifesti, i comizi, i viaggi, i soldi, il tempo…). Ma non hanno fatto le stesse cose anche quelle e quelli senza partito? E non eravamo, o non avremmo dovuto essere, tutti della stessa partita? Invece oggi si invoca invece quell’impegno come se dovesse legittimare la compartecipazione alla gestione de L’Altra Europa non di chi vi milita, il che sarebbe normale, ma degli apparati dei relativi partiti. E perché mai? Perché questa è la strada che è stata imboccata da L’Altra Europa.

In realtà, una scelta o una decisione ufficiale non c’è mai stata; c’è stata una pratica che si è andata trascinando per mesi e mesi nell’inconcludenza: niente gruppi di lavoro (quindi niente elaborazione); niente apertura dell’associazione (perché Sel non voleva; ma chi l’ha deciso?); niente appoggio alle liste regionali Altra Emilia Romagna e Altra Calabria (il silenzio, in una situazione del genere, si chiama boicottaggio, che significa non “vendere” e non “comperare” un prodotto. Ma Sel si presentava con il PD, e non bisognava “dividersi”); niente rapporto con i movimenti (tutti) e, in particolare con No-triv e No-expo per non disturbare governanti e amministratori di Sel; niente autofinanziamento e quindi niente comunicazione per mesi e mesi (10); niente regole di funzionamento fino a che non sono state messe a punto quelle che, scimmiottando un congresso, hanno garantito al gruppo permanente al comando la propria perpetuazione; niente, ovviamente, dibattito su quelle regole, da prendere o lasciare. Ma abbiamo appoggiato la Grecia, Syriza e il governo Tsipras! Ci mancherebbe solo che non si fosse fatto… Ma una scelta del genere non basta a tenere in piedi un’organizzazione che si pretende politica. (di associazioni Italia-qualcosa ne abbiamo tante; tutte o quasi meritorie, anche se certo meno importanti). Ma quanto maggiore è stato il riferimento, sacrosanto, alla Grecia, di altrettanto si è affievolita la capacità di misurarsi con i maggiori processi sociali in corso nel nostro paese. Il punto di approdo di questa parabola è stato l’appoggio alla lista Pastorino. Certo è una lista che potrebbe anche avere un certo successo: non per proprio merito, ma per l’incancrenimento del PD. Dubito però, per come si è costituita, che possa pescare gran che tra tutti coloro che non votano più perché sono disgustati dalla politica, e non solo dal PD così com’è ora. 

Ma è il modo in cui il gruppo al comando dell’Altra Europa è arrivato a questa decisione che è scandaloso: passando come un bulldozer sopra il lavoro di mesi e mesi delle compagne e dei compagni dell’Altra Liguria, senza nemmeno interpellarle. Passando cioè sopra un lavoro, quello sì, unitario, di base, costruito a partire dai temi centrali per la Liguria, come la lotta contro le privatizzazioni, contro il nesso Grandi Opere-dissesto idrogeologico e finanziario, contro il razzismo e per il sostegno ai migranti, per un diverso modo di vivere, e convivere, nella quotidianità. Quel punto di approdo è la negazione del valore del lavoro politico di base tra e con in movimenti in nome di un accordo tra vertici stipulato a prescindere dal programma e dalle persone chiamate a rappresentarlo. Tutto ciò, se permettete, non ha niente a che fare con l’essere pro o contro i partiti in astratto; ha molto di più a che fare con l’idea che abbiamo, e che vogliamo diffondere, della politica come presa di parola e autogoverno e non come rappresentanza autoreferenziale. Che cosa resterà di tutto questo dopo le elezioni? Certamente resterà la possibilità di continuare il lavoro iniziato mesi fa, grazie al fatto che quel processo unitario promosso dal basso sarà stato in qualche modo “tenuto insieme” dai molti o pochi che non si sono lasciati illudere dall’ennesima riproposizione di una lista calata dall’alto. Il lavoro dell’Altra Liguria.

Ma quel punto di approdo era nella logica delle cose. Dal documento Siamo a un bivio, che è stata la bandiera del finto congresso di aprile dell’Altra Europa, si era esplicitamente voluto escludere una clausola – ed è stato il motivo per cui ho rifiutato di sottoscriverlo - che prevedeva di darsi “una struttura provvisoria, democraticamente eletta, che abbia il suo fulcro nei comitati e nelle associazioni dell’Altra Europa che si sono andati costituendo o si costituiranno nei territori”. La si è esclusa con l’esplicita affermazione che quei comitati “non contano nulla”, e che occorreva guardare al di là: alle decine di migliaia di firmatari dell’appello iniziale (quelli che così facendo abbiamo in gran parte perso) e al milione e passa di nostri elettori (idem): apparentemente un rapporto demiurgico tra il “centro” e una platea tutta da costituire; in realtà, la predisposizione di una sommatoria di “componenti” da non mettere in discussione.

E’ ovvio che queste ed altre decisioni fanno di me, come di molti altri e altre che hanno vissuto con passione la vicenda dell’Altra Europa (e in primis, credo, di Barbara Spinelli) degli e delle “esuli”, che si riconoscono sì nell’appello e nel progetto iniziali, ma non possono più accettare questo modo di procedere. Non ho difficoltà a riconoscere la buona fede di tante altre compagne e compagni che attribuiscono anche loro tutti questi difetti, o altri ancora, o qualcuno in meno, a ciò che L’Altra Europa è diventata nel frattempo. Ma che contano di poter ancora raddrizzarne la rotta (mentre ce ne sono molti altri, al suo interno, che considerano quell’esperienza conclusa, e che stanno pensando solo a come venirne fuori “onorevolmente”, con una aggregazione di partiti e correnti su cui, per non guastare la manovra, è opportuno, per ora, dire il meno possibile). Se quei tentativi di “cambiare rotta” avranno successo – ne dubito – sicuramente ci rincontreremo da qualche parte. Con alcune e alcuni forse anche prima di quanto ciascuno di noi riesca a pensare. Perché i tempi corrono.
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