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L’anno scorso in protesta all’inquinamento, gli artisti di Chengdu hanno messo maschere di cotone filtranti smog sulle statue (e sono stati arrestati). Le emissione di anidride carbonica salgono, Trump esce dall’accordo di Parigi e la pianificazione non si pone il problema. Non ci restano che le maschere? (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

domenica 3 maggio 2015

Bruciata la protesta

«Chi agi­sce ricor­rendo ad una vio­lenza fine a se stessa, distrugge in primo luogo la poli­tica, il diritto di mani­fe­stare paci­fi­ca­mente, mette in un angolo i movi­menti che vogliono espri­mere - anche in piazza - un’altra visione del mondo». Il manifesto, 3 maggio 2015

Che senso ha ince­ne­rire la giu­sta lotta per il diritto al cibo con una raf­fica di molo­tov? Come si pos­sono con­tra­stare la povertà e la fame nel mondo, se si dan­neg­giano negozi, se si incen­diano le auto di cit­ta­dini incol­pe­voli, se si mette in campo solo una anar­chica voglia di distru­zione? Cosa signi­fica mani­fe­stare indos­sando una maschera antigas?

Ha ragione il sin­daco di Milano, Pisa­pia, a defi­nire imbe­cilli que­sti tra­ve­stiti di nero che si diver­tono a fare i cat­tivi. A volto coperto. Tut­ta­via non basta qual­che agget­tivo per cata­lo­gare dei com­por­ta­menti scon­si­de­rati. Per­ché chi agi­sce ricor­rendo ad una vio­lenza fine a se stessa, distrugge in primo luogo la poli­tica, il diritto di mani­fe­stare paci­fi­ca­mente, mette in un angolo i movi­menti che vogliono espri­mere — anche in piazza — un’altra visione del mondo.

Gli effetti del van­da­li­smo anti-Expo del primo mag­gio non sono solo quelli che abbiamo visto nelle imma­gini tv. Ce ne sono altri, meno evi­denti. Eppure molto con­creti. Per­ché secondo il pre­ve­di­bile copione, la legit­tima pro­te­sta e la con­te­sta­zione della ras­se­gna uni­ver­sale sono state offu­scate pro­prio dal fumo nero che si è levato dai tanti foco­lai di incen­dio pro­vo­cati dai piro­mani di professione.

Que­sti cosid­detti black bloc cono­scono bene le regole della comu­ni­ca­zione, sanno benis­simo che il sen­sa­zio­na­li­smo delle loro azioni viene usato per igno­rare i com­por­ta­menti, paci­fici, altrui. E que­sto ruolo non gli va più con­cesso: i movi­menti devono essere i primi a sen­tirsi dan­neg­giati per quanto è acca­duto. E com­por­tarsi di con­se­guenza, pren­dendo le distanze e difen­den­dosi da chi ha nulla a che fare con la politica.

L’Expo può essere e deve essere cri­ti­cato. Per­ché non risol­verà i pro­blemi degli affa­mati della Terra. Per­ché l’economia mon­diale non può restare nelle mani delle mul­ti­na­zio­nali che, come dice Van­dana Shiva, pen­sano soprat­tutto a nutrire se stesse, non certo il Pia­neta. Per­ché come accade con i grandi eventi, sem­pre molto costosi, dif­fi­cil­mente sedi­men­terà qual­cosa che durerà nel tempo. Per­ché biso­gna essere dav­vero otti­mi­sti per cre­dere che risol­le­verà il nostro Pil di qual­che deci­male. Per­ché una delle “voca­zioni” del paese, il turi­smo, non si ali­menta con le mani­fe­sta­zioni a ter­mine ma con una stra­te­gia e inve­sti­menti di ampio respiro.

La vio­lenza ha messo in un angolo anche l’altro Primo Mag­gio, quello più auten­tico e sto­rico: la festa del lavoro che non c’è. La messa a soq­qua­dro di Milano ha fatto pas­sare in secondo piano la pro­te­sta sin­da­cale con­tro il governo e i suoi fal­laci e pate­tici pro­clami sulle magni­fi­che e pro­gres­sive sorti del Jobs Act. E ha messo in sor­dina il forte mes­sag­gio lan­ciato da un luogo sim­bo­lico dell’accoglienza agli immi­grati in fuga da guerre, dispe­ra­zione, fame. Forse Poz­zallo, pic­colo paese sici­liano, rap­pre­sen­tava il vero con­tral­tare all’abusata reto­rica del pre­si­dente del Con­si­glio all’inaugurazione dell’Expo.

Tutto que­sto è stato “bru­ciato” da chi ama distrug­gere le cose e anche le idee e le opi­nioni costruite fati­co­sa­mente. E soprat­tutto quelle die­tro le quali si nascon­dono. Per­ché agi­scono insi­nuan­dosi e con­fon­den­dosi nei cor­tei, nei movi­menti. Ai quali diamo un mode­sto con­si­glio: la pros­sima volta si scenda in piazza con un effi­ciente ser­vi­zio d’ordine. Un tempo si orga­niz­za­vano come stru­mento di auto­di­fesa. In primo luogo dalla poli­zia che, sta­volta, ha fatto un’opera di con­te­ni­mento, evi­tando di pro­vo­care uno scon­tro gene­ra­liz­zato che avrebbe avuto ben altre con­se­guenze. Adesso i ser­vizi d’ordine devono ser­vire anche per distin­guersi da chi pensa che ferire il cen­tro di una città sia la solu­zione. Ma una pre­senza orga­niz­zata in piazza non si improv­visa, richiede una coe­sione poli­tica e sociale che manca sia nei movi­menti che nella sini­stra di alternativa.
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