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mercoledì 27 maggio 2015

Apriamo il giardino dei partiti

Regole per i partiti sarebbero necessarie per riparare almeno in parte i dasnni provocati di Renzi alla democrazia, ma dovrebbero essere più ricche da quelle che Renzi starebbe preparando. La Repubblica, 27 maggio 2015

IL GIARDINO chiuso dei partiti verrà aperto dal progetto di legge per una loro regolamentazione giuridica presentato ieri dal Partito democratico? La settantennale autoreferenzialità dei partiti e il roccioso rifiuto di rispondere del loro operato, in quanto corpo collettivo, di fronte alla legge, forse volgono al termine. Una norma sui partiti è quanto mai necessaria per molti motivi. Innanzitutto in rapporto con il nuovo sistema elettorale che offre agli organi dirigenti ampia discrezionalità nel collocare candidati direttamente sulla rampa di lancio dell’elezione sicura. Visto che gli elettori hanno una limitata possibilità di scelta di fronte a liste in gran parte bloccate, è opportuno che, per mantenere in vita almeno un filo di fiducia tra rappresentanti e cittadini, questi ultimi possano intervenire nella stesura delle liste elettorali. Se la legge annunciata offre garanzie su questo punto, e cioè obbliga i partiti a precisare le modalità con le quali vengono individuati i candidati, allora un passo in avanti è stato fatto. Riportare all’aperto, nell’ agorà pubblica, la selezione dei futuri rappresentanti consente di contrastare quella immagine di oligarchie chiuse sulla quale ha prosperato la polemica antipartitica e populista.

Ma, per rendere i partiti degli organismi in linea con le migliori pratiche di un sistema liberaldemocratico, altre regole sono necessarie e auspicabili. Ad esempio, è indispensabile rivedere l’infelice legge sul finanziamento pubblico — pura concessione alla demagogia antipolitica — per rendere più contenute e trasparenti le donazioni private. En passant, possibile che si sia invocata la privacy per i partecipanti alle sconvenienti cene di finanziamento del Pd anche dopo lo scoppio dello scandalo di “mafia capitale”. E come regolare i conflitti interni? Lasciarli alla piena discrezionalità dei partiti (i litigi si consumano tra le quattro mura…), oppure aprire uno spiraglio per un intervento arbitrale esterno? Nella maggior parte dei Paesi europei, soprattutto in quelli dell’Europa centroorientale, è in atto una crescente giuridicizzazione: ovvero, viene affidato alla magistratura il potere di intervenire a dirimere dispute interne laddove vengano violate le norme statutarie o le leggi sui partiti.

Questa tendenza non è necessariamente la strada migliore in un Paese come il nostro, ridondante di avvocati e di cause inutili. Però, sulla scia dell’esempio tedesco — e americano — una normativa che garantisca la “democraticità” interna dei partiti può persino favorire il depotenziamento delle tensioni interne. Le minoranze si sentirebbero in qualche modo più garantite rispetto alle tentazioni egemonizzanti di una maggioranza. Quasi tutte le leadership (o singoli leader, in casi particolari), anche al di là dei buoni propositi, tendono ad esercitare un dominio incontrastato senza alcun riguardo per le voci dissidenti. Il centralismo democratico di antica marca comunista, per quanto aborrito a parole da tutti i partiti democratici, è sempre stato allegramente praticato. Gli statuti sono stati calpestati innumerevoli volte, con la mozione degli affetti o con ricatti espliciti, invocando situazioni di emergenza o evocando un nemico alle porte, e, sopra di tutto, richiamando il valore dell’unità. Il tratto monistico e monolitico dei partiti non può essere modificato da una norma perché dipende dalla cultura politica degli aderenti e del contesto più generale.

Laddove, come in Italia, il valore del dissenso è svalutato a favore dell’unità (forzosa e inevitabilmente falsa), le minoranze finiscono emarginate. Questa sensazione di minorità, e quasi di illegittimità, che le minoranze interne percepiscono produce tensioni e favorisce la sviluppo di correnti e fazioni. Una norma che offra con forza di legge una rete di protezione alle minoranze può favorire un rapporto più disteso con la maggioranza. Mentre oggi assistiamo a scomuniche, fuoriuscite ed espulsioni, frutto di scarsa democraticità interna e di bulimia di potere delle leadership, lo scudo di una legge renderebbe la vita interna dei partiti meno aspra e rissosa. I conflitti e le divisioni non scompaiono, è evidente; ma con una buona norma sarebbero più regolati. E questo “pulirebbe” l’immagine dei partiti, spesso visti come campi di battaglia dove ambiziosi e arrivisti vogliono mantenere a tutti i costi il loro piccolo o grande potere.

Il vento antipolitico soffia in ogni parte d’Europa: non solo in Spagna, in Grecia e in Polonia, ma anche nella ricca e placida Germania crescono movimenti di protesta come gli antieuropei dell’Afd e i populisti di Pegida. E si mantiene forte anche sul nostro Paese. Norme che rendano i partiti più trasparenti e democratici nelle loro dinamiche interne e più rispondenti ai cittadini (e alla legge) offrono una buona opportunità per rivendicare la nobiltà del fare politica e contrastare l’antipolitica. Impresa ardua, ovviamente. Ma indispensabile per non cedere a demagoghi e arruffapopoli.
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