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mercoledì 29 aprile 2015

Tsipras: «Referendum sui negoziati»

«Il 12 mag­gio, senza un aiuto finan­zia­rio il governo greco dif­fi­cil­mente potrà rim­bor­sare i 700 milioni di euro al Fmi. A meno di sal­tare sti­pendi e pen­sioni per il pros­simo mese, cosa che Tsi­pras ha escluso». Il manifesto, 28 aprile 2015

Pronto a un com­pro­messo sem­pre ono­re­vole e non a una capi­to­la­zione incon­di­zio­nata, Ale­xis Tsi­pras. Ma il tempo stringe per il governo greco e il cam­pa­nello d’allarme non viene dalle casse dello stato più o meno vuote, né dai bot­te­gai, il cui pre­si­dente, già can­di­dato euro­par­la­men­tare con le liste della Nea Dimo­kra­tia, ha minac­ciato che «i lun­ghi nego­ziati» tra Atene e i suoi cre­di­tori «aggra­vano la crisi del com­mer­cio greco».

Manco a dirlo, l’allarme è giunto da Bru­xel­les e da Riga dove mini­stri dell’eurozona hanno espresso la loro rituale pre­oc­cu­pa­zione su cosa acca­drà nel caso in cui l’Eurogruppo dell’11 mag­gio dovesse finire con un altro nulla di fatto. Il pre­mier greco sa che anche que­sti «timori» fanno parte delle pres­sioni eser­ci­tate su Atene per farla retrocedere.

Ma il 12 mag­gio, senza un aiuto finan­zia­rio il governo greco dif­fi­cil­mente potrà rim­bor­sare i 700 milioni di euro al Fmi. A meno di sal­tare sti­pendi e pen­sioni per il pros­simo mese, cosa che Tsi­pras ha escluso. Lunedì sera, in un’intervista-fiume finita nella notte, si è detto pronto a un com­pro­messo ono­re­vole, ma non ha indie­treg­giato: fermo sem­pre sul pro­gramma di Salo­nicco, ma con uno spi­rito più ade­guato alle circostanze.

Pronto all’autocritica, ma anche espli­cito nel caso il nego­ziato dovesse fal­lire e le condizioni-diktat impo­ste dai cre­di­tori inter­na­zio­nali doves­sero costrin­gere il governo Syriza–Anel a vio­lare le pro­messe elettorali. Lo stallo delle ultime set­ti­mane «sta spin­gendo il paese nella reces­sione», per­ció «è neces­saro arri­vare a un accordo in tempi stretti… entro la fine della set­ti­mana pros­sima», ha detto Tsi­pras, che è parso prò otti­mi­sta: «Siamo vicini a un accordo — ha detto -, nono­stante restino diver­genze su lavoro, pen­sioni e pri­va­tiz­za­zioni». Per­ché i ricavi delle pri­va­tiz­za­zione, per il pre­mier greco, ser­vono a soste­nere la crisi sociale non, come sostiene Bru­xel­les, a ripa­gare il buco nero del debito lasciato dal governo Samaras.

Ma in caso di fal­li­mento delle trat­ta­tive o di intesa sfa­vo­re­vole ad Atene, nel caso che la Gre­cia var­casse le pre­an­nun­ciate «linee rosse», non si tor­ne­rebbe alla dracma, né ci sareb­bero ele­zioni anti­ci­pate come paven­tato da molte parti. Per Tsi­pras l’alternativa è un refe­ren­dum. Una con­sul­ta­zione popo­lare sui risul­tati del nego­ziato euro­peo, mal­grado le pole­mi­che pro­ve­nienti dall’opposizione e i dubbi di chi sostiene che la Costi­tu­zione elle­nica non pre­vede refe­ren­dum per leggi di bilancio.

Ma l’oggetto non sarebbe una legge di bilan­cio. «Si tratta di un argo­mento d’interesse nazio­nale che ha una com­po­nente finan­zia­ria», ha rispo­sto ieri Tsi­pras, che ha cri­ti­cato Jeroen Dijs­sel­bloem e Mario Dra­ghi. «Abbiamo sba­gliato a non chie­dere per iscritto ciò che ci ave­vano pro­messo, ovvero la garan­zia che dopo l’accordo del 20 feb­braio avreb­bero lasciato mano libera alle ban­che con­sen­tendo loro di inve­stire di più nei titoli di stato». Rife­ren­dosi al pre­si­dente della Bce, l’ha con­si­de­rato respon­sa­bile della deci­sione «non orto­dossa» di ridurre la pos­si­bi­lità del finan­zia­mento delle ban­che gre­che dall’Eurotower. Nes­suna frec­ciata sta­volta per Angela Mer­kel con la quale ha deciso nel recente ver­tice bila­te­rale di tenere sem­pre aperto il col­le­ga­mento tele­fo­nico per garan­tire il pro­se­gui­mento del negoziato.

Varou­fa­kis? Ora è meno solo

Tsi­pras ha poi tes­suto le lodi di Yanis Varou­fa­kis — «il mini­stro delle finanze resta un asset impor­tante per il Paese» -, nono­stante dome­nica scorsa, nella riu­nione a Megaro Maxi­mou, sede del governo, sia stato deciso di coa­diu­vare il suo potere di trat­ta­tiva. Varou­fa­kis man­tiene sem­pre l’incarico del mini­stero delle Finanze, ma respon­sa­bile dei nego­ziati con i part­ner euro­pei sarà d’ora in poi il vice­mi­ni­stro delle Rela­zioni inter­na­zio­nali Euclid Tsa­ka­lo­tos, che ha stu­diato a Oxford e che, secondo alcuni, avrebbe il pro­filo giu­sto per trat­tare con i cre­di­tori. Il governo ha inol­tre for­mato una squa­dra tec­nica coor­di­nata dal segre­ta­rio gene­rale Spy­ros Sagias, men­tre la respon­sa­bi­lità del gruppo che tratta con il Bruxelles-Group l’avrà il pre­si­dente del con­si­glio eco­no­mico Jor­gos Hou­lia­ra­kis. Diverse le inter­pre­ta­zioni del mini-rimpasto del gruppo che tratta con le «isti­tu­zioni» europee.

È opi­nione dif­fusa che con tale deci­sione il governo intenda «esten­dere il soste­gno» al mini­stro delle Finanze, men­tre a sen­tire parte della stampa locale e inter­na­zio­nale (impe­gnata in una vasta opera di fal­si­fi­ca­zione), il «depo­ten­zia­mento» di Varou­fa­kis era quasi obbli­gato dopo le enne­sime, dure cri­ti­che dell’Eurogruppo a Riga.

Pole­mi­che anche sul nego­ziato per le riforme. Alle voci secondo le quali Tsi­pras sarebbe giá pronto a rinun­ciare alle pro­messe elet­to­rali come l’aumento del sala­rio minimo e il raf­for­za­mento dei diritti dei lavo­ra­tori con il ripri­stino del con­tratto col­let­tivo nazio­nale di lavoro, il pre­mier mostra invece di non volere rinun­ciare a nes­suno di que­sti con­te­nuti; al mas­simo sem­bra dispo­sto solo a riman­dare a giu­gno il nego­ziato su que­sti argo­menti nell’ambito delle trat­tat­tive per la ridu­zione del debito e per un pro­gramma a lungo ter­mine. Comun­que ieri il pre­mier si é limi­tato a dire sol­tanto che l’ abo­li­zione della tassa unica sulla casa potrebbe slit­tare al 2016.
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