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venerdì 24 aprile 2015

Quella guerra dall’alto decisa dal computer “Droni, ora nuove regole”


Un incredibile ossimoro: la "quasi certezza"  della tecnologia bellica basta per uccidere due innocenti. Il diavolo si nasconde nei dettagli degli effetti collaterali. La Repubblica, 24 aprile 2015


La “quasi certezza”: è questo che la Casa Bianca pretende per dar via libera ai Predator B e ai loro missili Hellfire. E quando si uccidono le persone sbagliate, ha detto ieri Barack Obama, è perché «nella nebbia della guerra al terrorismo si possono compiere errori, a volte mortali». Errori che uccidono occidentali come Giovanni Lo Porto e il suo compagno di sventura, Warren Weinstein, o che straziano ragazzi, donne, civili e in genere tutti quelli che si trovavano al momento sbagliato nel posto sbagliato, Pakistan o Yemen che sia.

Al Pentagono usano l’atroce termine “danni collaterali”, presentando cifre che tutto sommato lasciano pensare a una percentuale modestissima di civili uccisi. Ma per respingere l’idea di tollerabilità, non c’è nemmeno bisogno di affrontare problemi di principio. Il fatto è che la dottrina della Difesa Usa classifica come “elementi ostili” tutti i maschi adulti presenti sul luogo dell’attacco. Il ragionamento è: se è grande abbastanza da imbracciare un kalashnikov e frequenta amicizie sospette, dev’essere per forza un nemico.

«In realtà i cosiddetti danni collaterali sono inevitabili nelle operazioni con i velivoli a pilotaggio remoto Uav. E sono già messi in conto», dice Gianfranco Bangone, autore di La guerra al tempo dei droni, edito da Castelvecchi. Secondo un rapporto del centro britannico per i diritti umani Reprieve, per inseguire i 41 super-ricercati della “lista da eliminare”, a partire dal mullah Omar ed Ayman al Zawahiri, i droni Usa hanno già ucciso 1.147 persone. Il Bureau of Investigative Journalism fornisce bilanci impressionanti, con il Pakistan al centro dell’offensiva americana (quasi 4mila vittime, un migliaio i civili), poi lo Yemen (un migliaio di vittime, un centinaio i civili), la Somalia e l’Afghanistan.

Più che un problema di droni, è una questione di scelte strategiche: colpire dall’alto — che sia dai Predator o da un cacciabombardiere — permette di ridurre o annullare del tutto le perdite, ma allo stesso tempo diminuisce la capacità di controllare quello che avviene sul terreno. In altre parole, dalla loro postazione lontana, magari in una base Usa, i piloti non hanno nessuna certezza di attaccare davvero miliziani di Al Qaeda o Taliban. Quello che conta è dunque la capacità di intelligence, cioè la raccolta di informazioni prima dell’attacco e a volte anche l’indicazione degli obiettivi in “tempo reale”, cioè con elementi delle truppe speciali infiltrati che “illuminano” l’obiettivo da colpire con speciali laser.

«Ma all’azione di un Uav partecipano più persone», dice un esperto della Difesa italiana: «Questo vuol dire che la responsabilità è distribuita a tutti i livelli. Grazie alle moderne tecnologie di comunicazione, la scelta di colpire o di rimandare l’attacco è condivisa. Insomma, quando ci sono dubbi, per decidere si coinvolge chi ha altre responsabilità, non solo tattiche, ma strategiche, e anche politiche». In più, le caratteristiche dei droni permettono ricognizioni di lunga durata, ben oltre i limiti fisici del pilota umano. E questo dovrebbe garantire una ragionevole sicurezza nell’individuare il bersaglio. A consolidare le informazioni dall’alto, deve intervenire anche l’Humint, l’intelligence umana sul terreno: i problemi sorgono solo quando il tempo stringe, magari perché si ritiene che l’obiettivo d’alto livello stia per andar via. È in questi casi che la percentuale di errore si alza.
Il Pentagono, però, ha adottato anche un sistema di individuazione degli elementi ostili basato su software. Sono i cosiddetti signature strike , cioè colpi basati su un comportamento considerato “la firma” dei terroristi. Individuato con certezza un esponente di Al Qaeda, se ne controllano le comunicazioni, dopo di che si comincia a seguire le persone che sono entrate in contatto con lui, rilevando i movimenti delle sim card contenute nei cellulari. Se alcune di queste persone frequentano altri esponenti “nemici”, o hanno comunque comportamenti “sospetti”, si presume che a loro volta siano ostili. In questo modo l’autorizzazione all’assalto dei Predator di fatto viene affidata a un calcolatore.

Molto probabilmente è a queste procedure che si riferiva ieri il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest, annunciando la decisione di Obama di “rivedere” i protocolli di attacco dei droni. La “quasi certezza” voluta dal presidente è altra cosa. Tanto più che se le informazioni sono inaffidabili, se il software del destino è imperfetto e c’è il sospetto di aver straziato civili senza colpa, anche per chi partecipa la missione è inaccettabile. Lo racconta Brandon Bryant, pilota di Predator che ha lasciato l’Air Force dopo oltre 1.600 vittime. Quando il missile Hellfire colpisce l’obiettivo, gli schermi del posto di comando mostrano l’esplosione, ovviamente senza rumore. Poi si vedono i corpi. L’immagine più sconvolgente compare sullo schermo a rilevazione termica, quando cambia la temperatura nei corpi delle persone colpite. Il sangue all’inizio appare caldo, poi si raffredda. E ha lo stesso colore, che sia di miliziani di Al Qaeda oppure di ragazzi innocenti.
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