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martedì 28 aprile 2015

L'Emila-Romagna:Le buone stagioni e la cattiva

Il testo preparato per la partecipazione all'incontro pubblico "No alle grandi opere inutili in Emilia-Romagna", organizzato a Bologna il 27 aprile 2015 dai gruppi consiliari di "L'altra Emilia-Romagna e "Movimento 5 stelle". Con post scriptum

L'EMILIA-ROMAGNA
LE BUONE STAGIONI E LA CATTIVA

Il testo che avevo preparato per la partecipazione all'incontro pubblico "No alle grandi opere inutili in Emilia-Romagna", organizzato a Bologna il 27 aprile 2015 dai gruppi consiliari di "L'altra Emilia-Romagna e "Movimento 5 stelle". In calce un post scriptum e qui il collegamento alla registrazione in video


La scelta di investire risorse e impegno politico nelle grandi opere inutili è certamente un aspetto essenziale dell’intervento della Regione Emilia-Romagna sul territorio. Lo hanno argomentato e denunciato gli interventi che mi hanno preceduto.

Ma non è l’unico aspetto negativo che dobbiamo denunciare, se vogliamo che anche il sistema della mobilità non contrasti con la tutela dell’ambiente, contribuisca a ridurre il dal consumo suolo e, soprattutto, impegni risorse e impegno politico in azioni che servano effettivamente agli abitanti dei nostri territori, e non agli interessi degli speculatori delle grandi opere.

Credo che per comprendere che cosa si può e si deve fare da parte di una istituzione della Repubblica quale è la Regione occorra partire da quanto si è fatto in queste terre, tra il Po e l’Adriatico. Quanto si è fatto in E-R, non da parte dall’E-R di oggi, ma da quella di ieri.

Dall’E-R di ieri, perché oggi le scelte della Regione vanno a rimorchio delle scelte nefaste del governo nazionale – anzi, dei governi nazionali che si sono succeduti da Craxi a Berlusconi, e poi da Berlusconi a Renzi

Le buone stagioni

In altri tempi l’E-R è stata all’avanguardia delle politiche del territorio

Parlo in primo luogo degli anni nei quali ho cominciato a fare il mio mestiere di urbanista: anche attingendo sapienza dagli esempi virtuosi che venivano dalla amministrazione dell’urbanistica in questa regione.  Parlo degli anni 60 e 70 del secolo scorso. Quelli che alcuni definiscono “gli anni di piombo”, e io invece definisco “gli anni della speranza” ,perché erano gli anni delle riforme vere, quelle che cambiavano progressivamente la struttura della società secondo le linee tracciate dalla Costituzione.

Proprio in questa regione, prima ancora di quel 4 giugno 1973 in cui la Regione venne istituita, c’era già una politica del territorio e della città. C’era un glorioso organismo volontario (oggi si direbbe un soggetto politico), promosso, organizzato e governato dai partiti della sinistra, che faceva la politica urbanistica della regione. Si chiamava Consulta urbanistica dell’Emilia-Romagna, e dettava le regole che tutti i comuni della regione applicavano nel formare i loro piani regolatori.

Ricordo due direttive, che oggi a Bonaccini sembrerebbero rivoluzionarie. La prima riguardava il contenimento delle espansioni delle città, per di più in una fase in cui l’edilizia era in pieno boom.
 Le nuove aree urbanizzabili dovevano essere valutate sulla base degli effettivi fabbisogni, e non dovevano superare il 10 % del preesistente.  Non solo, ma per ogni abitante insediato o da insediare il piano urbanistico doveva vincolare a verde e servizi pubblici almeno 26 metri quadrati di superficie.

Ricordo che quando, al Ministero dei lavori pubblici, si discuteva con i rappresentanti del parlamento il decreto sugli standard urbanistici, lo standard dell’E-R fu un elemento determinante nella mediazione con i rappresentanti degli interessi economici.

In quegli anni chi si occupava di politica e di amministrazione, nei partiti e nelle istituzioni, aveva compreso 4 cose importanti.

1. Il territorio è un sistema, le varie parti e i vari elementi sono connessi tra loro. Introdurre una trasformazione in un punto genera modifiche in tutti gli altri punti. Intervenire in un settore comporta reazioni in tutti gli altri settori.

2. Governare il territorio richiede perciò una visione olistica. Le residenze e il lavoro e il paesaggio e il commercio e la ricreazione non determinano scelte spaziali, territoriali la cui localizzazione o trasfor mazione possa esser decisa caso per caso, l’una senza tener conto dell’altra.Occorrono un metodo e uno strumento che siano anch’essi olistici, sistemici. Questo metodo e questo strumento li hanno inventati, almeno un paio di secoli fa: si chiamano pianificazione della città e del territorio.

3. Sulle trasformazioni del territorio si svolge un conflitto tra due interessi contrapposti: quello di chi vuole utilizzare il territorio per fare quattrini; quello di chi vuole utilizzare il territorio per far vivere meglio i suoi abitanti. La prevalenza tra l’uno o l’altro di questi interessi dà luogo a due città radicalmente diverse: le ho definite, rispettivamente, la città della rendita e la città dei cittadini.Di conseguenza, in un regime democratico il governo del territorio spetta alle istituzioni elettive, e nelle sue scelte deve essere schierato decisamente dalla parte dell’interesse dei cittadini, i quali devono poter partecipare alle scelte.

4. Un efficace governo del territorio pretende la costituzione di una struttura tecnica stabile, formata da personale competente, autorevole, e soprattutto fortemente motivato.

Non e’ solo in quegli anni che l’E-R ha svolto un ruolo di avanguardia nelle politiche urbanistiche italiane. √oglio ricordarne alcuni episodi

Voglio ricordare  il contributo in materia di centri storici e di recupero dell’edilizia esistente, dove una pietra miliare fu costituita dal PEEP centro storico di Bologna, assessore Pierluigi Cervellati. Una scelta che non significava solo applicazione di metodi rigorosi nel decidere le trasformazioni ammissibili nell’edilizia storica e nell’assetto delle parti antiche delle città, ma anche privilegiare il riuso dell’edilizia esistente sull’occupazione di nuovo territorio rurale per soddisfare le esigenze urbane.

Voglio ricordare il piano paesistico regionale, assessore Felicia Bottino, la prima intelligente sperimentazione della Legge Galasso. La prima volta, in Italia, che si stabiliva che le scelte relative alla tutela del paesaggio e dell’ambiente avevano la priorità sulle scelte di trasformazione e – nell’E-R di quegli anni – si stabiliva che la tutela del paesaggio e dell’ambiente costituiva la prima fase del processo di pianificazione.

Voglio ricordare ancora i tentativi di farsi carico dei problemi della pianificazione d’area vasta, prima con l’utilizzazione dello strumento amministrativo dei comprensori, poi con la felice esperienza del piano territoriale della provincia di Bologna.

Voglio ricordare infine la costituzione – nella Regione e in tutti i livelli istituzionali che avevano competenze sul territorio, - di uffici dedicati alla pianificazione, formati con personale competente, motivato e autorevole perché dotato dell’una e dell’altro requisito: la competenza e la motivazione.
La cattiva stagione

La cattiva stagione

Fino a quando l’E-R fu esemplare per la sua capacità di governo del territorio a servizio dei suo abitanti attuali e future?

 Le buone stagioni hanno durato fino agli anno 80 del secolo scorso. Come in Italia, come in tutto il mondo. Fino a quando subentrarono le logiche, l’ideologia, le pratiche economiche e politiche del liberismo: della globalizzazione capitalista. Quanto prevalsero, anche nella sinistra, le teorie e le prassi del “privato è bello”, “meno Stato e più mercato”, “via i lacci e lacciuoli” che impediscono agli spiriti animali del capitalismo della rendita di scorrazzare liberamente sul territorio.

Tra i primo segni dei micidiali tempi nuovi fu il lancio della parola d’ordine della perequazione come strumento generalizzato per compensare i proprietari fondiari con l’alibi della cessione gratuita di aree per verde e servizi.  Ma questo fu un contributo della cultura urbanistica, non della Regione, ma dell’urbanistica neo-liberista.

Alla Regione spettano invece pesanti responsabilità per aver rinunciato ad adoperare i più avanzati strumenti della tutela del paesaggi e per non aver frenato (ed aver invece poderosamente incoraggiato e promosso) il pesante arretramento in materia dei centri storici.

Il “la” lo ha dato una volta ancora Bologna. Come era stata all’avanguardia in positivo negli anni di Zangheri e Cervellati, così fu lo fu in negativo negli anni di Cofferati e Merola.

Nel 2009 si è approvato, nel comune capoluogo, un Regolamento urbanistico edilizio che consente le peggiori manomissioni dell’edilizia antica: ogni singolo edificio può essere smembrato in una serie di parti di differente valore, la demolizione è assimilata alla manutenzione straordinaria, il centro storico non è più considerato come un organismo unitario, ma un patchwork di elementi sconnessi e sconnettibili.

L’esperienza bolognese non è stata minimamente censurata dalla Regione. Essa ha trovato invece fertile accoglimento nella legislazione regionale. L’occasione l’ha fornita la ricostruzione dopo il terremoto del 2012. La legge ha distrutto il sistema di tutela dei centri storici, uno dei vanti dell'amministrazione emiliana. Gli elementi sono quelli consueti dell’urbanistica neo-liberista all’italiana: deroga dagli strumenti ordinari di pianificazione, possibilità di annullamento dei vincoli, incentivo alle delocalizzazioni.

Per quanto riguarda il paesaggio, la E-R è stata la prima nel 1986 ai tempi della Galasso, é oggi tra gli ultimi. Il processo di copianificazione tra Stato e regione non è neppure iniziato e da subito la Regione e dichiarò che tutt'al più avrebbe pensato ad un aggiornamento del vecchio 2piano Galasso". Peccato che siano passati quasi 30 anni e che, quel piano, in questi anni, sia stato via via annacquato e, in taluni punti reso inutile o stravolto.

La radice di tutti i danni che la “nuova stagione” ha portato al territorio sta nel fatto che la Regione ha totalmente abbandonato ogni responsabilità di governo del territorio ricadente nel suo ambito. Anziché farsi carco delle esigenze e dei problemi che non possono essere affrontati a livello locale, anziché esprimere una sintesi tra l i diversi aspetti dell’organizzazione del territorio, anziché assumere con piena responsabilità il metodo e gli strumenti della pianificazione del territorio, ha preferito seguire due strade parallele, entrambe nefaste.

Da un lato, ha deciso di procedere con scelte frammentate, settore per settore, e addirittura subsettore per subsettore (talché si è costretti a chiedere che almeno venga elaborato un piano integrato per tutti i modi e i vettori della mobilità)

Dall’altro lato, ha delegato ai comuni ogni decisione sul governo del territorio a scala locale, rendendo impossibile ogni verifica della coerenza delle scelte comunali con gli inespressi obiettivi, modi, priorità delle trasformazioni territoriali. Se un livello di governo non esprime chiaramente il suo “progetto di territorio” alla scala di sua competenza i risultati sono quelli dell’anarchia decisionale.

In una parola, l'urbanistica è sparita dall'orizzonte dell'azione politica regionale e le competenze tecniche interne sono state distrutte.

Per concludere

Se si guarda al panorama emiliano con un po’ di prospettiva, e si assume che la cattiva stagione prosegue (ed è questo che suggerisce il pessimismo della ragione) si deve concludere cheLa Regione è in bilico di due possibili destini:

1. O divenire dichiaratamente un ente inutile, e quindi essere abolito come istituzione della Repubblica (tanto le modifiche costituzionali in Italia si fanno con l’accetta, che impiega poco tempo a tagliare), e allora le trasformazioni territoriali avvengono per intesa diretta tra il Monarca e i sindaci,

2. oppure la Regione si riduce a essere il velo dietro il quale si nascondono i corposi interessi privati. Quelli – per intenderci – della speculazione. O addirittura della mafia e della camorra, che sembra abbiano preso largamente piede, tra il Po e l’Adriatico.

Post Scriptum

Gli interventi programmati per l'incontro erano moltissimi (vedi la locandina). Il mio intervento era previsto "in remoto", e già nel testo avevo tentato di contenerlo al massimo. Rileggendolo dopo averlo inviato mi accorgo che mancava (e manca) una parte essenziale. Il testo scritto, e quello registrato e trasmesso, non esprimeva se non implicitamente un messaggio di speranza per il domani. Voglio qui renderlo esplicito. 
Uscire dalla crisi che minaccia noi e i nostri posteri è possibile: la storia non è già scritta, e noi possiamo concorrere a scriverla. Non è vero che, come proclamava Margaret Tatcher, che "There Is No Alternative" (non c'è alternativa). Un'altra Europa, un'altra Italia, un'altra Emilia-Romagna sono possibili. Per comprendere che può esistere un futuro diverso dal presente sono convinto che sia utile partire dalla storia, dal nostro passato: se un altro mondo è stato possibile, se la vita non si appiattisce tutta sul presente allora può esistere anche un futuro  che dal presentesia radicalmente diverso . 
Possiamo contribuire a scrivere una storia diversa.  solo se tutte le persone che soffrono il disagio della situazione di oggi e comprendono i rischi di domani ritrovano la politica: la voglia e la capacità di comprendere insieme e lottare insieme per affrontare un problema (un groviglio di problemi) che è di tutti.
Sono convinto che il punto di partenza giusto sia perciò quello di partire dal contributo di conoscenza e di lotta che viene da chi soffre per le condizioni fisiche, funzionali e sociali cui è ridotto il territorio: quel mondo di comitati, associazioni e gruppi che non si chiudono nel loro orticello ma cercano di collegarsi agli altri. Quel mondo che si dimostra capace di unire la protesta e la proposta, di utilizzare i saperi che nascono dalla conoscenza diretta, quotidiana del sito in cui si vive (i saperi territoriali) e quelli di chi ha studiato e studia le questioni specifiche (i saperi esperti) Mi sembra che l'incontro bolognese cui ho partecipato solo da lontano sia stato costruito in modo da costituire una testimonianza preziosa dell'utilità  di una simile impostazione.


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