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domenica 26 aprile 2015

La resistenza incompiuta: il lungo addio

«25 aprile. La Resistenza è stata uno spartiacque nella storia italiana. La sua memoria non può dunque essere una «memoria chiusa», ma va proiettata nel futuro, per renderla materia viva della trasformazione». Il manifesto, 26 aprile 2015

Il rap­porto tra discorso pub­blico e Libe­ra­zione ha cono­sciuto fasi molto diverse, a volte con­tra­stanti. Si pos­sono cer­ta­mente indi­vi­duare delle costanti, ma è ancora più utile riflet­tere sui muta­menti di fase e sulle loro impli­ca­zioni. Del resto è un feno­meno che si svi­luppa in forma sostan­zial­mente auto­noma rispetto alla sto­rio­gra­fia, che pro­cede in paral­lelo: non è certo inin­fluente, ma viene rece­pita, quando accade, molto tempo dopo.

È signi­fi­ca­tivo che una reto­rica uffi­ciale prenda forma prima ancora del com­ple­ta­mento degli eventi. Nasce infatti nel 1944, quando viene già isti­tuita una «gior­nata del par­ti­giano», fis­sata, per sot­tile e incon­sa­pe­vole iro­nia delle date, al 18 aprile. C’è una grande enfasi attorno ai com­bat­tenti ita­liani, in divisa e per bande, che deve ser­vire a faci­li­tare quelle che ven­gono imma­gi­nate nor­mali trat­ta­tive di pace. Non ser­virà a molto su que­sto ter­reno, ma per altri versi non sarà affatto inu­tile: la nuova imma­gine degli ita­liani si costrui­sce anche attra­verso il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale dell’esistenza di com­bat­tenti ita­liani per la libertà.

Ma notiamo subito alcune carat­te­ri­sti­che che reste­ranno a lungo impresse nel discorso pub­blico attorno a quella che poi, a cose fatte, verrà defi­nita, sull’esempio fran­cese, Resi­stenza. Il carat­tere pres­so­ché esclu­si­va­mente patriot­tico, da subito col­le­gato – come pro­ba­bil­mente era «natu­rale» che fosse – all’esperienza risor­gi­men­tale. E il carat­tere lar­ga­mente asso­lu­to­rio del richiamo ad essa: Resi­stenza uti­liz­zata come lava­cro delle colpe col­let­tive, delle com­pli­cità, dei ritardi e dell’acquiescenza della società ita­liana nei con­fronti del regime fasci­sta. L’illusione di far parte del novero dei vin­ci­tori («anche l’Italia ha vinto» tito­lava una rivi­sta già alla libe­ra­zione della Capi­tale). Infine, come era ine­vi­ta­bile in quel con­te­sto, il rilievo pre­pon­de­rante se non esclu­sivo attri­buito all’elemento della guerra in armi, sacri­fi­cando mol­tis­sime com­po­nenti dell’esperienza resi­sten­ziale che emer­ge­ranno len­ta­mente e con fatica nei decenni successivi.

Ma su tutto que­sto irrompe una bru­sca cesura a par­tire dal 1947, con la rot­tura dell’unità anti­fa­sci­sta e con l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel mondo che ci abi­tue­remo a defi­nire della «guerra fredda». Improv­vi­sa­mente la Resi­stenza cessa di essere una risorsa e diviene una com­pli­ca­zione, talora un far­dello per i gover­nanti. Si inau­gura quello che potremmo defi­nire il falso pro­blema della «guerra civile», che con­tra­ria­mente a quanto si dirà in seguito incombe nel discorso pub­blico (verrà dismesso solo a par­tire dagli anni Ses­santa) e in ter­mini ancor più depre­ca­tivi («guerra fra­tri­cida» sarà la for­mula ufficiale).

In gran parte falso pro­blema per­ché già ampia­mente risolto in ter­mini giu­ri­dici dall’amnistia del 1946, per­ché le sue dimen­sioni erano state cir­co­scritte in ter­mini minimi rispetto a «vere» guerre civili come quella spa­gnola o ad altri feno­meni, dif­fu­sis­simi, di col­la­bo­ra­zio­ni­smo nel corso del con­flitto. Infine per­ché il paese aveva già cono­sciuto un’autentica guerra fra ita­liani nel corso di quello stesso Risor­gi­mento cui la memo­ria pub­blica si richia­mava con acco­sta­mento pres­so­ché obbli­gato nelle cele­bra­zioni del 25 aprile.

Die­tro lo schermo della «guerra civile» si cela­vano però frat­ture desti­nate a rima­nere irri­solte nella coscienza nazio­nale. In primo luogo il pro­blema che potremmo defi­nire della lenta e dif­fi­cile meta­bo­liz­za­zione del fasci­smo da parte della società ita­liana: un lascito di men­ta­lità, cul­ture e con­sue­tu­dini che agiva sot­to­trac­cia ben al di là dell’apparente una­ni­mità del ripu­dio che aveva segnato i mesi della caduta di Mus­so­lini. In secondo luogo, dif­fi­cile da cogliere oltre l’ufficialità delle nar­ra­zioni, ope­rava la sovrap­po­si­zione tra Costi­tu­zione scritta sulla base dei valori dell’antifascismo e «costi­tu­zione mate­riale» anti­co­mu­ni­sta su cui si model­lava il nuovo potere delle classi diri­genti. Una ten­sione con­flit­tuale che rie­mer­gerà in mol­tis­simi momenti della vita repub­bli­cana, e che oltre­pas­serà anche i con­fini di quella che verrà defi­nita «Prima Repubblica».

Que­sto clima comin­cia a incri­narsi in occa­sione del primo Decen­nale, mal­grado la divi­sione per­du­rante tra le stesse orga­niz­za­zioni par­ti­giane. L’elezione di Gio­vanni Gron­chi, con un richiamo diretto alla Resi­stenza, guerra di popolo, e soprat­tutto con la con­sta­ta­zione che una Costi­tu­zione esi­steva e andava attuata al più pre­sto (si par­tirà a breve con la Corte costi­tu­zio­nale) era un segnale di muta­mento. Nella lun­ghis­sima incu­ba­zione del cen­tro­si­ni­stra gio­cherà un ruolo anche il reci­proco rico­no­sci­mento nei valori riaf­fer­mati della tra­di­zione antifascista.

La vera svolta si avrà nel luglio 1960, con la prova di forza vinta da un anti­fa­sci­smo vec­chio e nuovo, fatto anche di gio­va­nis­simi, con­tro il ten­ta­tivo di tor­nare indie­tro da parte del blocco cle­ri­co­fa­sci­sta che si era rico­no­sciuto nell’avventura di Tam­broni. Da que­sto momento in poi Resi­stenza e anti­fa­sci­smo diver­ranno a lungo cen­trali nel nuovo discorso pubblico.

Con qual­che ambi­guità per­du­rante, che replica i vizi di ori­gine, a volte per­fino ingi­gan­ten­doli. La for­mula cano­nica del «popolo unito con­tro la tiran­nide» che diviene ricor­rente nell’oratoria uffi­ciale nel tempo della pre­si­denza di Sara­gat è ancor più asso­lu­to­ria e ingan­na­trice di quanto non fosse stata la reto­rica delle ori­gini repub­bli­cane. Men­tre una nuova Ger­ma­nia farà rie­mer­gere pro­prio a par­tire dalla fine degli anni Ses­santa la grande rimo­zione del pas­sato nazi­sta, met­terà sotto accusa la «gene­ra­zione dei padri» e intro­durrà il tema deci­sivo delle «respon­sa­bi­lità col­let­tive», in Ita­lia que­sto appun­ta­mento verrà man­cato e la pro­ble­ma­tica del «con­senso» al fasci­smo sarà desti­nata ad affio­rare sotto un segno com­ple­ta­mente diverso, non pro­durrà sensi di colpa ma invece il sol­lievo della con­ferma di un giu­di­zio bona­rio e mini­miz­zante nei con­fronti dell’esperienza fasci­sta dive­nuto ormai vox populi.

Le ambi­guità saranno pre­senti anche nel discorso di una «nuova sini­stra» che in gran parte anima le mani­fe­sta­zioni e che nel rap­porto con la sto­ria si muo­verà in ter­mini molto diversi rispetto ai coe­ta­nei tede­schi. A lungo la Resi­stenza verrà sot­to­va­lu­tata e quasi messa sotto accusa per non aver dato luogo a un esito «rivo­lu­zio­na­rio». Alla svolta degli anni Set­tanta sarà improv­vi­sa­mente rein­ven­tata in forma favo­li­stica, scam­biando una parte per il tutto e attri­buendo al popolo ita­liano una pro­pen­sione rivo­lu­zio­na­ria in gran parte illu­so­ria. Tra le oppo­ste reto­ri­che di Resi­stenza «rossa» e «tri­co­lore» corre spesso il rischio di venire stri­to­lata la Resi­stenza popo­lare e civile, delle donne e degli uomini comuni, nella sua plu­ra­lità di pra­ti­che e di moti­va­zioni, che con grande fatica e con un lungo e impo­nente lavoro di scavo e di rifles­sione gli sto­rici faranno emer­gere con chia­rezza negli anni suc­ces­sivi. E che com­pren­deva ine­vi­ta­bil­mente memo­rie diverse, anche «divise» e con­flit­tuali come si sco­prirà tar­di­va­mente in seguito, che pote­vano rico­no­scersi e ricon­ci­liarsi, ma non avreb­bero mai potuto con­ver­gere in una «memo­ria unica», stra­va­ganza con­cet­tuale degna di un regime totalitario.

A par­tire dagli anni Ottanta l’antifascismo e — per la prima volta — anche la Costi­tu­zione saranno visti come osta­coli sulla strada della «moder­niz­za­zione» del paese. L’Italia pren­derà, di fatto, una strada diversa rispetto all’evoluzione della coscienza occi­den­tale, che pro­prio in que­gli anni, anche attra­verso una nuova con­sa­pe­vo­lezza della por­tata della Shoah, riflet­terà sull’enormità del pro­blema sto­rico del fasci­smo euro­peo, del suo radi­ca­mento, del con­senso otte­nuto e della cata­strofe inne­scata. Si apri­ranno, anche su que­sto ter­reno, i ter­mini di una nuova «ano­ma­lia ita­liana», che segne­ranno una lunga fase della sto­ria italiana.

Gli anni della «Seconda Repub­blica» sem­bre­ranno per quasi un ven­ten­nio domi­nati dall’ansia di offrire una legit­ti­ma­zione sto­rica alla nuova destra, in larga misura estra­nea oppure ostile alla Libe­ra­zione, e che emerge con ampio con­senso dopo il dis­sol­vi­mento del vec­chio equi­li­brio. Ascol­te­remo nei discorsi uffi­ciali di pre­si­denti e mini­stri il richiamo ricor­rente alla «buona fede» dei fasci­sti scon­fitti, attri­buendo rilievo e cen­tra­lità a una con­sta­ta­zione di bana­lità disar­mante, per­ché la buona fede in genere sul piano sto­rico non si nega a nes­suno, ed era attri­bui­bile a giu­sto titolo anche alle SS. Negli stessi discorsi di inse­dia­mento dei Pre­si­denti della Repub­blica il richiamo alle «ragioni» della parte scon­fitta nel 1945 appa­rirà improv­vi­sa­mente pro­blema attuale di cui farsi carico, fino all’eccezione rap­pre­sen­tata da Ser­gio Mat­ta­rella che con un lim­pido e det­ta­gliato richiamo alla Costi­tu­zione anti­fa­sci­sta porrà fine a quella pra­tica discorsiva.

L’antifascismo appa­rirà ine­vi­ta­bil­mente sulla difen­siva, costretto a bat­ta­glie talora di retro­guar­dia, nelle lun­ghe pole­mi­che sul cosid­detto «revi­sio­ni­smo», ma in grado ancora di mobi­li­ta­zioni impo­nenti, come nella grande mani­fe­sta­zione pro­mossa da que­sto gior­nale a Milano nel 1994 subito dopo lo sfon­da­mento elet­to­rale della destra. E riu­scirà anche a respin­gere nel refe­ren­dum del 2006 (con uno schie­ra­mento ani­mato dall’ex-presidente Oscar Luigi Scal­faro) l’imposizione di una nuova Costi­tu­zione sbi­lan­ciata sul ter­reno del «deci­sio­ni­smo» e del pri­mato dell’esecutivo, e che pre­fi­gu­rava anche il venir meno della coe­sione nazio­nale attra­verso i mec­ca­ni­smi della cosid­detta «devo­lu­zione» a favore dei par­ti­co­la­ri­smi regionali.

Si era trat­tato, come oggi com­pren­diamo bene, di una vit­to­ria appa­rente. La fase che viviamo appare domi­nata, a ben vedere, dalla ten­sione tra l’affermazione, non più messa in discus­sione, dei valori sto­rici della Libe­ra­zione e il disgre­garsi in paral­lelo del mondo di idee e di prin­cìpi che ave­vano pro­dotto, dal venir meno delle con­qui­ste di una civiltà repub­bli­cana pro­gres­si­va­mente svuo­tata dei suoi carat­teri ori­gi­nari e qualificanti.

Ben oltre la chias­sosa destra ita­liana, la civiltà costi­tu­zio­nale del nostro paese (e non solo del nostro) è entrata nel mirino delle nuove entità imper­so­nali che gover­nano il mondo e tra­sci­nano l’Europa al sui­ci­dio. Nel mag­gio 2013 un gigante della finanza glo­bale dirà espli­ci­ta­mente che le Costi­tu­zioni anti­fa­sci­ste nate dopo la seconda guerra mon­diale vanno rite­nute un osta­colo per la «moder­niz­za­zione» e l’«integrazione» dei sistemi eco­no­mici in Europa. Poli­tici dive­nuti zelanti sud­diti di quella volontà met­tono in atto un mec­ca­ni­smo ine­so­ra­bile che con­duce in quella direzione.

Per que­sto negli ultimi anni la ricor­renza del 25 aprile appare sem­pre di più una mesta ceri­mo­nia degli addii. Un pren­dere con­gedo dal mondo in cui ave­vamo vis­suto, dalle nostre spe­ranze e dalle nostre conquiste.

L’ossequio este­riore alla Libe­ra­zione non è più messo in discus­sione, ed essa viene cele­brata da cor­tei di popolo, da donne e uomini che dif­fi­cil­mente pos­sono ren­dersi conto di vivere la stessa situa­zione descritta in una famosa poe­sia di Bre­cht, incon­sa­pe­voli del fatto che «alla loro testa mar­cia il nemico».



Con ogni pro­ba­bi­lità la nostra demo­cra­zia par­la­men­tare verrà abo­lita can­tic­chiando Bella ciao. La Libe­ra­zione tor­nerà a essere, come è stata a lungo nella sto­ria ita­liana, fuoco che cova sotto la cenere, in attesa di venire rivi­ta­liz­zato da nuovi eredi
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