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mercoledì 29 aprile 2015

La prova del potere

Sul golpe parlamentare di Matteo Renzi la cronaca di Dino Martirano e il commento di Antonio Polito, Corriere della sera,  29 Aprile, 2015

 C’È LA FIDUCIA, PD DIVISO E CAOS IN AULA

 RENZI: SE VOGLIONO MI MANDINO A CASA
di Dino Martirano

ROMA Il governo supera in scioltezza alla Camera i primi voti segreti sull’Italicum — con 385 voti, contro 208 dell’opposizione — ma nonostante il successo Matteo Renzi non si fida della sua super-maggioranza e azzera gli altri 80 scrutini segreti sugli emendamenti alla legge elettorale, imponendo al Parlamento tre voti di fiducia su altrettanti articoli del testo.

Dopo l’annuncio del ministro Maria Elena Boschi, in Aula scoppia il caos. Il Pd si spacca e perde la vecchia classe dirigente: Bersani, Epifani, Bindi, Letta, Speranza, Civati. Altri oggi e domani non voteranno la fiducia al premier Renzi e lunedì potrebbero votare contro l’intero testo della legge elettorale. Le opposizioni lanciano crisantemi tra i banchi (Sel), denunciano «il bivacco dei manipoli fascisti di Renzi» (Brunetta di Forza Italia) e tirano per la giacchetta il presidente della Repubblica con l’hashtag #mattarellanonfirmare («L’estrema unzione del Quirinale» secondo Beppe Grillo). Indietro non si torna. E ora «la Camera ha diritto di mandarmi a casa, se vuole: la fiducia serve a questo.

Finché sto qui, provo a cambiare l’Italia», scrive su Twitter il presidente del Consiglio mentre in aula la calma apparente si trasforma urla che si levano soprattutto dai banchi di Sel e del M5S. Che la situazione stia per precipitare lo si capisce dopo il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate da Forza Italia. 

Si vota a scrutino segreto ma la maggioranza tiene bene: arrivano 385 voti anche se il capogruppo vicario del Pd Ettore Rosato si aspettava di più. Quota 400 voti rimane lontana e anche i voti extra maggioranza (una ventina tra quelli degli azzurri e degli ex grillini) non compensano le emorragie interne di una parte della minoranza del Pd e di quella attribuita ai centristi (Scelta civica e Popolari per l’Italia). Andrea Giorgis (Pd) non partecipa al voto sulla pregiudiziale di costituzionalità: «Il Paese non ha bisogno di un altro governo né di una legge elettorale che rischia di ripetere gran parte dei vizi del Porcellum». 

Invece, gli altri bersaniani votano secondo le indicazioni del gruppo per non dare alibi al governo sulla fiducia. Però l’illusione che Renzi tiri di fioretto dura poco. Una riunione lampo del consiglio dei ministri autorizza la fiducia e dopo una manciata di minuti la ministra Maria Elena Boschi, che per settimane ha usato i «se» e i «ma», recita in Aula la formula di rito: «Autorizzata dal consiglio dei Ministri pongo al questione di fiducia sugli articoli 1, 2 e 4...». Scoppia il caos. Maurizio Bianconi (FI) urla «Fate schifo». Arturo Scotto dà il via e dai banchi di Sel volano crisantemi bianchi e gialli sull’emiciclo: «Deputati di Sel, non si lanciano fiori in aula», si sgola la presidente Boldrini. Renato Brunetta (FI) ripete almeno quattro volte: «Non permetteremo che questa aula sia ridotta a un bivacco di manipoli...». Ignazio La Russa (FdI) dice che al Senato, sull’Italicum c’è stata «una squallida compravendita dei voti...». Ma il caos vero, con tutti i grillini in piedi, scatta quando interviene per il Pd Ettore Rosato che non incassa, anzi scava nella carne viva dell’opposizione: «È il M5S che ci ha chiesto il premio di maggioranza al partito... È Forza Italia che ci ha ripensato dopo aver votato sì al Senato».

Alla fine la presidente Boldrini riesce a condurre in porto una seduta delicata. «Collusa», le urlano i grillini e lei ribatte: «Ne dovrete rispondere». Ma i precedenti sostengono la tesi della presidenza: «Sarebbe arbitrario da parte della presidenza non ammettere il voto di fiducia. Non entro certo nel merito della scelta...». Di Sera al Tg1 Renzi cita De Gasperi e Moro: «Anche loro misero la fiducia sulla legge elettorale».

La fiducia sull’articolo 1 si vota oggi pomeriggio, domani quelle sugli articoli 2 e 4 (il 3 non si tocca perché già approvato da Camera e Senato). Poi, lunedì o martedì, ci sarà il voto segreto sull’intera legge. Se approvato in terza lettura, l’Italicum sarà, come stabilito, legge vigente a partire dal 1° luglio del 2016. A meno che un decreto non ne anticipi l’efficacia.


LA PROVA DEL POTERE
di Antonio Polito

Dice Enrico Letta che mettendo la fiducia sull’Italicum il premier rischia di ottenere una «vittoria sulle macerie». Dimentica però che l’intero edificio del governo Renzi è costruito sulle macerie. Le macerie della seconda Repubblica, di una «non vittoria» elettorale della sinistra, e della sentenza della Consulta che rase al suolo il Porcellum. Il ricordo è invece acutamente presente all’opinione pubblica, ed è questo che spiana la strada a Renzi per spianare gli avversari.

A convincere gli italiani non sono infatti gli arzigogoli di esperti professori e inesperti politici, tutti aspiranti capilista bloccati, che magnificano il genio Italicum . La legge è quel che è, uno strano ibrido di proporzionale più premio di maggioranza più ballottaggio, un vero e proprio unicum in Europa. La gente l’ha capito, non applaude nei sondaggi. Ma è forte l’argomento politico di Renzi che suona pressappoco così: o con me o come prima. Mettersi contro questo vento fino a far cadere la legge o a far cadere il governo, richiederebbe un coraggio e un progetto che la minoranza del Pd oggi non ha, anche perché è essa stessa parte delle macerie di cui sopra. Perciò Renzi ricorre alla forzatura estrema del voto di fiducia: impedisce cambiamenti alla legge e mette i dissidenti con le spalle al muro, prendere tutto o perdere tutto. In attesa dunque di seguire gli sviluppi di una partita che pare già giocata, tranne l’incertezza su quanto umiliante e umiliata sarà l’Aula di Montecitorio, è lecito chiedersi che cosa potrà davvero essere questa nuova fase che si aprirà con l’ Italicum, da molti commentatori già definita come l’era del «governo del premier».

In buona parte, sarà ciò che Renzi vorrà che sia. La sua condizione di dominus uscirà infatti rafforzata dall’arma carica di una legge elettorale, che può essere usata in qualsiasi momento, indipendentemente dalle promesse e dalle clausole di salvaguardia. Come nel Regno Unito, dove la Regina scioglie formalmente le Camere ma è il premier a decidere quando, Renzi disporrà della ghigliottina della legislatura. Però il leader dovrà prima o poi scegliere se approfittare delle macerie del sistema politico, regnando sui detriti di un’opposizione frantumata dal nuovo sistema elettorale. Oppure se provare a ricostruire su quelle macerie un sistema parlamentare equilibrato, e che riprenda a tendere verso il bipolarismo e l’alternanza. Renzi avrebbe potuto farlo già ieri, scommettendo su una maggioranza convinta, quella che ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità, invece di coartarla con il voto di fiducia.

Vincere e convincere, come si direbbe nel gergo a lui caro del calcio, è obbligatorio per i grandi leader. D’altra parte nemmeno il rozzo meccanismo dell’ Italicum potrà esentare del tutto dalla ricerca del consenso: nella futura Camera, dove la lista vincente godrà di 340 seggi, basteranno 25 dissidenti per mandarla sotto. Nemmeno il destino di De Gasperi fu messo al riparo da un premio di maggioranza approvato a colpi di voti di fiducia.
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