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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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giovedì 30 aprile 2015

Italicum, tanta fiducia. Ma il dissenso batte un colpo

La sinistra tremula si divide: la maggioranza della minoranza non partecipa al voto, la minoranza della minoranza mugugna e vota. Il manifesto, 30 aprile 2015

«Il primo voto passa con 352 sì, 38 dem non rispondono. La minoranza esplode. Ex bersaniani divisi in due, nasce un’altra minoranza. Stumpo: "Fuori di qui si sappia: non diremo sempre sì". Renzi vince, ma ora le riforme ballano. I dissenzienti sono i ’no-jobs act’ più Epifani, Bersani e Speranza. Ariaccia nel Pd, martedì finale a voto segreto»

 Il display con scritto «Ber­sani non risponde», le mani che tre­mano al gio­va­nis­simo Enzo Lat­tuca men­tre annun­cia un dolo­ro­sis­simo sì «avendo coscienza di come rap­pre­senti una scon­fitta, poli­tica ed isti­tu­zio­nale, per­so­nale e col­let­tiva», il «peso sul cuore» di Bar­bara Pol­la­strini, il voto con il lutto al brac­cio di Sel, quello con un libro di Dos­setti di Giu­lio Mar­con, la dichia­ra­zione solenne in aula di Guglielmo Epi­fani: «Parigi val bene una messa, ma fini giu­sti impli­cano mezzi giu­sti. Con dispia­cere, io e altri, non par­te­ci­pe­remo al voto».

Sono i flash della prima gior­nata del refe­ren­dum su Renzi, così lui stesso ha voluto pre­sen­tare le tre fidu­cie all’Italicum. La prima fini­sce con 352 sì, 207 no e un astenuto.Per la mini­stra Boschi i numeri sono «in linea con le pre­ce­denti fiducie»m per il vice­ca­po­gruppo Rosato sono «un ottimo risul­tato». In realtà aveva detto che i no si sareb­bero con­tati su una mano. E infatti la noti­zia è che il dis­senso dem batte un colpo: 38 i depu­tati non par­te­ci­pano al voto. Tra loro ci sono gli ex segre­tari Ber­sani ed Epi­fani, l’ex pre­mier Letta, gli ex pre­si­denti Pd Bindi e Cuperlo, l’ex capo­gruppo Spe­ranza. Gli altri: Roberta Ago­stini, Albini, Bossa, Bruno Bos­sio, Capo­di­casa, Cim­bro, Civati, Cuperlo, D’Attorre, Fab­bri, Farina, Folino, Fon­ta­nelli, Fos­sati, Galli, Gior­gis, Gnec­chi, Gre­gori, Lafor­gia, Leva, Mae­stri, Mali­sani, Meloni, Miotto, Mugnato, Murer, Pic­colo, Pol­la­strini, Stumpo, Vac­caro, Zap­pulla, Zog­gia. 

Tutti, all’unisono, hanno votato «non con­tro il governo ma con­tro una fidu­cia che non doveva essere appo­sta». I boa­tos del Tran­sa­tlan­tico li descri­vono come un mani­polo mano­vrato da D’Alema, che in una famosa riu­nione romana aveva invi­tato la mino­ranza «a muo­versi con coe­renza e defi­nire i punti inva­li­ca­bili con asso­luta intran­si­genza», e poi «asse­stare colpi». Il colpo è arri­vato. Ma fra i gio­vani che non votano c’è chi di stra­te­ghi della ’vec­chia guar­dia’ non vuole sen­tir par­lare. Come Nico Stumpo: «Area rifor­mi­sta è nata sul bino­mio respon­sa­bi­lità e auto­no­mia. Ma respon­sa­bi­lità è anche far sapere fuori dal palazzo che mino­ranza non signi­fica dire sem­pre sì. Oggi i Pd è Renzi, domani sarà Roberto Speranza».

È il pre­an­nun­cio di una bat­ta­glia con­gres­suale? «Se Renzi anti­cipa il con­gresso pren­diamo il 3 per cento e siamo morti», sbotta un depu­tato che ha votato sì. La verità è che area rifor­mi­sta, cioè quel che resta del pac­cone di mischia ber­sa­niano (e di cui Stumpo stesso è il coor­di­na­tore) di fatto non esi­ste più. Mar­tedì, dopo un liti­gio andato avanti fino alle due di notte, la cor­rente si è spac­cata. Ieri, a pochi minuti dal voto, in cin­quanta hanno annun­ciato un docu­mento con il solito ’sì nono­stante tutto’. «Non diven­terò ren­ziano, ma non ho capito la scelta del no dov’è matu­rata. Qual­cuno fa riu­nioni e poi pre­tende di dare la linea?», chiede il romano Marco Mic­coli. Quelli che hanno votato no, accu­sati di «estre­mi­smo», ora rego­lano i conti: «Da oggi le mino­ranze con­gres­suali non esi­stono più. 

Da oggi c’è una mino­ranza, che non dice sem­pre sì, che si è già distinta nel jobs act, e che sull’Italicum man­tiene fede ai prin­cipi del Pd», annun­cia Ste­fano Fas­sina, più disteso dopo giorni di buio pesto. Alla scis­sione non pensa nes­suno, tranne Civati che ogni giorno rac­conta il suo tra­va­glio tra restare o andare. Cuperlo, che nel voto ha perso qual­che depu­tato dei pochi suoi, è gra­ni­tico: «Resto. Ma rivolgo un appello ulte­riore a Renzi. Un campo non va mai diviso, un par­tito non va mai spez­zato». Né scis­sione dun­que, né gruppo auto­nomo, di cui pure si era par­lato. Ma il pro­blema resta: «Al senato già 24 dem non hanno votato l’Italicum. Dispiace che nes­suno se ne sia accorto, ma il Pd era già spac­cato allora e l’esecutivo aveva una mag­gio­ranza solo in outsour­cing», ricorda Civati. Ora la vita delle riforme costi­tu­zio­nali dipende da quei 24 voti. Non a caso da Palazzo Madama arriva la soli­da­rietà di Miguel Gotor, cen­tra­vanti dei sena­tori dissenzienti.

Insomma Renzi ha vinto, ma il rischio è che sia una vit­to­ria di Pirro. Il motivo che lo ha spinto a met­tere la fidu­cia sull’Italicum ora è evi­dente: «Senza la fidu­cia e con i voti segreti il pre­mio alla lista sarebbe sal­tato. Sareb­bero tor­nate le coa­li­zioni, con gli zero vir­gola che det­tano legge alle mag­gio­ranze. E noi con quella sto­ria abbiamo chiuso», spiega un diri­gente di rango. Nel Pd il clima è pesante. Ricu­cire sem­bra una mis­sione impos­si­bile, soprat­tutto per­ché Renzi fin qui anzi ha cer­cato lo scon­tro con la mino­ranza. «Lo strappo lo ha fatto lui, ora la mossa spetta a lui», sospira Danilo Leva.


Il pre­si­dente Mat­teo Orfini non ci sta: «Que­sta dram­ma­tiz­za­zione è un errore. Ma non ci fac­ciano lezioni di demo­cra­zia quelli che ci hanno fatto votare la fidu­cia senza discus­sione al governo con Ber­lu­sconi o a un mini­stro non pro­pria­mente difen­di­bile come la Can­cel­lieri. È incom­pren­si­bile che i diri­genti che gui­da­vano il par­tito in quella fase, non votino la fidu­cia. Ora mi auguro che nelle pros­sime ore pre­valga il buon­senso. Oltre­tutto non si può affer­mare che la demo­cra­zia è in peri­colo per­ché ci sono 100 col­legi anzi­ché 80». Non è pre­ci­sa­mente un’offerta di pace. Oggi alla camera gli altri due voti di fidu­cia. Mar­tedì gran finale, con il voto segreto sulla legge. Qui il dis­senso annun­ciato sarebbe più ampio dei 38 di ieri
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