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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

scritta dai media

DAI MEDIA

domenica 26 aprile 2015

Che la memoria non sia breve

«Al di là dei rituali cele­bra­tivi, se oggi tor­niamo a riflet­tere sul senso e sull’attualità del 25 aprile non è solo per la sod­di­sfa­zione di ciò che abbiamo con­se­guito ma soprat­tutto per l’insoddisfazione di ciò che non è stato rea­liz­zato». Il manifesto, 26 aprile 2015

Ven­ti­cin­que aprile settant’anni dopo. Il filo rosso della memo­ria è il tenue rac­cordo che ha attra­ver­sato que­sti sette decenni rima­nendo uguale a se stesso. Ma intorno tutto o quasi è cam­biato o sta cam­biando. Que­sto vale per il con­te­sto euro­peo come per lo stesso con­te­sto ita­liano. Non si tratta sol­tanto di un ovvio e natu­rale cam­bia­mento gene­ra­zio­nale, che pure ha il suo peso, ma di qual­cosa di più pro­fondo che segnala muta­menti di punti di vista, muta­menti di pro­spet­tive poli­ti­che, muta­menti di ana­lisi sto­ri­che, in una parola muta­menti di cultura.

In que­sto pro­cesso c’è qual­cosa che va al di là dell’esito natu­rale del tra­scor­rere del tempo. Che ogni gene­ra­zione e al limite ogni indi­vi­duo inter­pre­tino il 25 aprile a modo loro, muo­vendo dall’unico dato certo comune della con­clu­sione della lotta di libe­ra­zione dal nazi­fa­sci­smo, è un fatto ovvio e dif­fi­cil­mente con­te­sta­bile. Ciò che non era pre­ve­di­bile e che rap­pre­senta il fatto nuovo con il quale ci tro­viamo a fare i conti è la pre­senza in que­sto set­tan­te­simo anni­ver­sa­rio di quelli che siamo ten­tati di chia­mare strappi della sto­ria. Chi ha vis­suto que­sti settant’anni non può certo avere inte­rio­riz­zato una visione idil­liaca ma quanto meno lineare del per­corso di que­sti decenni.

Al di là dei rituali cele­bra­tivi, se oggi tor­niamo a riflet­tere sul senso e sull’attualità del 25 aprile non è solo per la sod­di­sfa­zione di ciò che abbiamo con­se­guito ma soprat­tutto per l’insoddisfazione di ciò che non è stato rea­liz­zato. Il 25 aprile del 1945 la ricon­qui­sta della libertà sot­to­li­neando lo scam­pato peri­colo dal rischio che l’umanità aveva corso di soc­com­bere alla bar­ba­rie del nazi­fa­sci­smo, sem­brò aprire la pro­spet­tiva di una uscita dalla crisi rela­ti­va­mente indo­lore. La capa­cità della rico­stru­zione in Ita­lia fu un esem­pio di quanto una popo­la­zione aperta alla spe­ranza è in grado di rea­liz­zare. Ripren­dersi la vita dopo le sof­fe­renze e le umi­lia­zioni della dit­ta­tura e della guerra era una parola d’ordine e una ragione suf­fi­ciente per rial­zare la schiena e segna­lare la volontà di tor­nare a contare.

Allora, settant’anni fa la quiete dopo la tem­pe­sta ali­mentò l’impressione che le grandi cesure dei decenni pre­ce­denti si stes­sero chiu­dendo. Un dif­fuso ma gene­rico euro­pei­smo sem­brò annun­ciare la paci­fi­ca­zione e rimar­gi­nare le ferite di un con­ti­nente che era stato dila­niato da una lunga guerra che aveva dato sfogo a lotte inte­stine di nazio­na­li­smi con­trap­po­sti e di sistemi poli­tici incompatibili.

Ma il mondo non poteva tor­nare ad essere quello di prima del 1939. Troppi equi­li­bri erano sal­tati e la ricerca di nuovi punti di rife­ri­mento den­tro e fuori dell’Europa mise in evi­denza il ridi­men­sio­na­mento della vec­chia Europa, inco­min­ciato già con la prima guerra mon­diale, l’ascesa degli Stati uniti d’America, il nuovo ruolo nella stessa Europa e a livello mon­diale dell’Unione Sovie­tica, l’accelerazione della deco­lo­niz­za­zione desti­nata a dare il colpo di gra­zia al pri­mato mon­diale dell’Europa. Non era sol­tanto un equi­li­brio geo­po­li­tico, ma gli stessi popoli libe­rati dal nazi­fa­sci­smo si tro­va­vano a dovere rico­struire le basi della con­vi­venza civile.

Pochi tra i paesi libe­rati pote­rono ripri­sti­nare le isti­tu­zioni e lo sta­tuto poli­tico sospesi dall’occupazione delle potenze dell’Asse. La mag­gior parte dei paesi libe­rati si trovò ad ela­bo­rare nuovi sta­tuti poli­tici; la crisi dell’Europa sfo­ciata nella guerra non era stata sol­tanto crisi di ege­mo­nia e delle rela­zioni fra i popoli, era stata anche crisi di un modello poli­tico, tra i gua­sti di una demo­cra­zia in disfa­ci­mento e le ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie e cor­po­ra­tive di com­pa­gini sta­tuali più o meno improv­vi­sate che cer­ca­vano di sup­plire al defi­cit di tra­di­zioni demo­cra­ti­che con la scor­cia­toia della dema­go­gia corporativa.

La guerra sep­pellì sotto le sue mace­rie que­sta Europa inver­te­brata (ram­men­tata, piena di con­trad­di­zioni e priva di fidu­cia in se stessa). Nelle diverse parti dell’Europa i movi­menti di Resi­stenza rap­pre­sen­ta­rono la pro­te­sta e la rispo­sta ai dilemmi in cui la guerra e le occu­pa­zioni pre­ci­pi­ta­rono i rispet­tivi paesi.

I settant’anni tra­scorsi ci hanno inse­gnato che gli ele­menti di paci­fi­ca­zione intra­vi­sti, o forse solo auspi­cati, nel 1945 erano più insta­bili e più prov­vi­sori di quanto si sarebbe potuto spe­rare. Breve è stata la memo­ria degli indi­vi­dui per rea­liz­zare i bene­fici e le poten­zia­lità nella tre­gua dei con­flitti. Lo sce­na­rio che oggi si pre­senta in Europa e nel mondo ci induce a pen­sare che il ricordo del 25 aprile non si può esau­rire in un richiamo cele­bra­tivo o tanto meno nostal­gico; esso è piut­to­sto un per­ma­nente cam­pa­nello d’allarme, un appello a stare all’erta per­ché le insi­die con­tro la pace e con­tro i valori per i quali si è com­bat­tuto nella Resi­stenza tor­nano a frap­porsi sul cam­mino dell’umanità.

Se ci era­vamo illusi che il fasci­smo fosse stato debel­lato per sem­pre, il riaf­fio­rare a più livelli e in diverse parti d’Europa di movi­menti di estrema destra sol­le­cita una nuova “chia­mata alle armi”; il fatto che esso si pre­senti in forme diverse dal fasci­smo sto­rico non esime dal rico­no­scerne le ascen­denze e la peri­co­lo­sità, anche se non ha alle spalle il rife­ri­mento di una isti­tu­zione sta­tuale per­ché la sua peri­co­lo­sità risiede pro­prio nella sua dif­fu­sione come fasci­smo quotidiano.

Si è affie­vo­lita la sen­si­bi­lità al raz­zi­smo che la crisi economico-sociale ha rivi­ta­liz­zato spesso masche­rando latenti con­flitti di classe con fat­tori più facil­mente per­ce­pi­bili anche ad una sen­si­bi­lità popo­lare. Negli scon­tri tra popoli le riven­di­ca­zioni iden­ti­ta­rie hanno rie­su­mato forme di intol­le­ranza reli­giosa al limite di un nuovo asso­lu­ti­smo. Nuovi con­flitti di ege­mo­nie che spesso rical­cano le orme di una vec­chia geo­po­li­tica ten­dono a ripro­durre tra gli stati gerar­chie che sem­brano supe­rate: alcuni stati tor­nano ad essere più sovrani di altri.

In que­sto con­te­sto il 25 aprile non può essere solo la festa della libe­ra­zione. Deve essere l’occasione di una vigile rifles­sione sul suo signi­fi­cato sto­rico di tappa di un cam­mino che non è ter­mi­nato ma che dal giorno della libe­ra­zione trae la spinta per affron­tare gli osta­coli che ancora si frap­pon­gono al con­so­li­da­mento di una società demo­cra­tica sem­pre più compiuta.
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