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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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mercoledì 29 aprile 2015

Democrazia Italicum, prendere o lasciare

Ancora una cronaca, di Andrea Fabozzi, e un commento, di Norma Rangeri, su «que­sta danza maca­bra attorno alle regole della nostra con­vi­venza politica.». Il manifesto, 29 gennaio 2015



DEMOCRAZIA ITALICUM,
PRENDERE O LASCIARE 
di Andrea Fabozzi

La fidu­cia come riven­di­ca­zione: «È arri­vato il momento di fare sul serio». Ma la fidu­cia anche come scelta tat­tica. I primi voti sull’Italicum avreb­bero dovuto ras­si­cu­rare Mat­teo Renzi. Meglio lo scru­ti­nio segreto che quello palese. Le pre­giu­di­ziali supe­rate con 175 e 177 voti di mar­gine, la que­stione sospen­siva con 163. Numeri che garan­ti­vano una rela­tiva tran­quil­lità. Alla mag­gio­ranza sono man­cati non più di una ven­tina di voti, per rischiare di andar sotto sugli emen­da­menti avrebbe dovuto per­derne quat­tro volte tanti. Eppure Renzi al voto sugli emen­da­menti non ci vuole andare. Non ammette la pos­si­bi­lità che venga modi­fi­cata la legge elet­to­rale, cri­stal­liz­zata tre mesi fa al senato nell’ultimo atto del patto del Naza­reno. Il pas­sag­gio - defi­ni­tivo - alla camera può essere solo un pren­dere o lasciare. In com­mis­sione, depu­tati dis­si­denti sosti­tuiti. In aula, emen­da­menti can­cel­lati con la fidu­cia. «Non c’è cosa più demo­cra­tica», dice a sera il pre­si­dente del Con­si­glio in tele­vi­sione. O con me o con­tro di me.

Il rischio di essere bat­tuto nel voto segreto era basso, molto basso, ma non ine­si­stente. Dei cento emen­da­menti, quin­dici erano quelli poten­zial­mente peri­co­losi per­ché fir­mati dalle mino­ranze Pd. Pro­po­ne­vano di can­cel­lare le plu­ri­can­di­da­ture, intro­durre le pri­ma­rie per legge, pre­ve­dere un quo­rum minimo di par­te­ci­panti per asse­gnare il pre­mio al bal­lot­tag­gio, limi­tare la quota dei nomi­nati rispetto agli eletti con le pre­fe­renze, sot­trarre ai pluri-eletti la pos­si­bi­lità di sce­gliere per quale col­le­gio optare, abo­lire l’indicazione del capo della coa­li­zione.

Ma erano soprat­tutto due quelli che pre­oc­cu­pa­vano il pre­si­dente del Con­si­glio e le sue sen­ti­nelle alla camera. Uno fir­mato da Rosy Bindi con il quale si sarebbe ripri­sti­nata la pos­si­bi­lità di appa­ren­ta­mento al secondo turno, un altro fir­mato da Alfredo D’Attorre con il quale si legava l’entrata in vigore dell’Italicum all’approvazione della riforma costi­tu­zio­nale. Emen­da­menti simili erano stati pre­sen­tati anche dai leghi­sti e dai for­zi­sti, ed erano que­ste la posi­zione ori­gi­na­rie delle liste cen­tri­ste alleate del pre­mier. Renzi ha deciso di non rischiare. Affron­terà un solo voto segreto, l’unico che non può pro­prio evi­tare, che però è il meno insi­dioso in asso­luto. Se far pas­sare un emen­da­mento avrebbe infatti signi­fi­cato far tor­nare al senato una legge che in fondo non è urgen­tis­sima — non sarà uti­liz­za­bile prima della fine dell’anno pros­simo — dire no all’ultimo pas­sag­gio signi­fi­che­rebbe ucci­dere per sem­pre l’Italicum. E con l’Italicum il governo. Anche l’ultimo voto, rin­viato a mag­gio, sarà un voto di fiducia.

La pre­si­dente della camera aveva avver­tito già da qual­che giorno i gruppi che l’eventuale richie­sta di fidu­cia sarebbe stata dichia­rata ammis­si­bile. Facen­dola cioè pre­va­lere sul diritto della mino­ranza a chie­dere il voto segreto sulla legge elet­to­rale. Bol­drini, in un’aula imme­dia­ta­mente accesa dalle pro­te­ste, ha risolto la que­stione spie­gando che anche la solu­zione oppo­sta, cioè esclu­dere la fidu­cia quando è pos­si­bile lo scru­ti­nio segreto, «può avere una sua logica». Ma per­ché sia pra­ti­ca­bile, ha deciso, biso­gnerà aspet­tare che venga modi­fi­cato il rego­la­mento. E allora i voti segreti sull’Italicum saranno tre, uno per ogni arti­colo che com­pone la legge con l’eccezione dell’articolo 3. La spie­ga­zione è sem­plice: su quell’articolo non ci sono emendamenti.

Ammessa la fidu­cia, la pre­si­denza della camera ha con­cesso un con­ten­tino alle mino­ranze che somi­glia molto alla clas­sica beffa. Il «lodo Iotti», con il quale dal 1980 viene lasciata la pos­si­bi­lità ai pre­sen­ta­tori degli emen­da­menti e solo a loro di illu­strare (per 30 minuti) le pro­po­ste di modi­fica, anche sapendo che non saranno messe in vota­zione pro­prio per­ché è stata chie­sta la fidu­cia. In que­sto caso è una beffa, per­ché abi­tual­mente l’unico obiet­tivo degli inter­venti a vuoto è quello di allun­gare i tempi dell’approvazione finale della legge. Il «lodo» è stato appunto inven­tato durante la con­ver­sione di un decreto legge, e da allora ha rap­pre­sen­tato lo scotto da pagare per un governo che chiede subito la fidu­cia per­ché ha un decreto che rischia di sca­dere. L’Italicum non è un decreto ed è urgente solo per­ché così lo pre­senta Renzi. Ieri pome­rig­gio, dopo i primi inter­venti, le oppo­si­zioni hanno capito l’inutilità di inter­ve­nire su emen­da­menti che il governo non farà votare. E la seduta della camera di que­sta mat­tina è stata addi­rit­tura can­cel­lata. Si parte subito con il primo refe­ren­dum sul governo, alle 13.45, poi nel pome­rig­gio gli altri due. Sì o no, «non c’è cosa più democratica»

CELODURISMO RENZIANO
di Norma Rangeri


Sarà pure in ballo la demo­cra­zia, come dice un Ber­sani affranto dalla sor­presa annun­ciata del voto di fidu­cia sulla legge elet­to­rale. Tutto sta a met­tersi d’accordo sull’inizio di que­sta danza maca­bra attorno alle regole della nostra con­vi­venza politica.

Come soste­niamo da tempo, la demo­cra­zia non viene né improv­vi­sa­mente sfi­gu­rata, né pesan­te­mente umi­liata solo in rife­ri­mento alla legge elet­to­rale e alla riforma costi­tu­zio­nale. Al con­tra­rio, la mano­mis­sione degli assetti isti­tu­zio­nali della repub­blica par­la­men­tare rap­pre­senta solo un approdo. Una lineare con­se­guenza degli anni in cui l’ex segre­ta­rio del Pd par­te­ci­pava al governo Monti per mon­dare la demo­cra­zia delle sco­rie ber­lu­sco­niane. Pec­cato che con l’acqua sporca si stava but­tando via anche l’argine rap­pre­sen­tato dall’idea stessa di un governo eletto, pre­fe­rendo imboc­care la via delle riforme det­tate dai poteri euro­pei. Renzi ha tro­vato la strada in discesa e l’ha per­corsa con piede veloce usando i rap­porti di forza fino alla can­cel­la­zione dello sta­tuto dei lavo­ra­tori, alla ridu­zione del mondo del lavoro a eser­cito di riserva di Confindustria.

Il fatto è che ora, con la deci­sione di met­tere la fidu­cia sull’Italicum, siamo giunti alle bat­tute finali, al con­clu­sivo giro di boa di una navi­ga­zione che fin dall’inizio ha fatto rotta verso l’approdo neo­cen­tri­sta. Se la man­naia della fidu­cia per por­tare a casa rapi­da­mente una legge elet­to­rale rap­pre­senti il pre­lu­dio dell’atto suc­ces­sivo (le ele­zioni anti­ci­pate) lo vedremo. Quello che invece è già chia­ris­simo riguarda la can­cel­la­zione di un’idea di plu­ra­li­smo sociale, poli­tico, istituzionale.

Senza nep­pure sco­mo­dare i fami­ge­rati pre­ce­denti (la legge Acerbo del 1923 e la legge truffa del 1953) basta, e avanza, osser­vare che que­sta fidu­cia è una basto­nata sulla schiena di un par­la­mento già pie­gato e dele­git­ti­mato dall’essere il risul­tato dell’incostituzionale Por­cel­lum. Una basto­nata pre­me­di­tata, vibrata a freddo nono­stante il ras­si­cu­rante lascia­pas­sare otte­nuto nel voto segreto sulle pre­giu­di­ziali di inco­sti­tu­zio­na­lità. A dimo­stra­zione che al fondo della ver­sione ren­ziana di que­sto “celo­du­ri­smo fidu­cia­rio” non c’è tanto il timore di non avere la mag­gio­ranza par­la­men­tare sull’Italicum (natu­ral­mente pos­si­bile ma non pro­ba­bile), quanto la voglia di togliersi di torno i rom­pi­sca­tole della minoranza.

Saranno pure solo una ven­tina quelli decisi a non votar­gli la fidu­cia, ma restano il fasti­dioso con­tral­tare media­tico al lea­der, tanto più mole­sto fin­ché il grup­petto resta den­tro il Pd a sce­neg­giare il dis­senso a ogni dire­zione o festa dell’Unità senza l’Unità. Spa­rare col can­none della fidu­cia al drap­pello degli anti­ren­ziani del Pd è un atto spro­po­si­tato se pro­prio la dismi­sura non fosse il segno di chi scam­bia il potere con il governo.
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