responsive_m

Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

INVERTIRE LA ROTTA

DAI MEDIA

VENEZIA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

domenica 29 marzo 2015

La misura della piazza

«Ritro­vare una sog­get­ti­vità poli­tica diventa un biso­gno natu­rale e l’alleanza con tutte le realtà asso­cia­tive che non si ras­se­gnano è una via mae­stra per raf­for­zare l’opposizione a un governo ricco di slo­gan almeno quanto è povero di un inno­va­tivo pro­getto di svi­luppo». Il manifesto, 29 marzo 2015


Se la misura della piazza serve a far capire la forza delle oppo­si­zioni sociali di un paese, si può dire senza dub­bio che piazza del Popolo a Roma ha dato un grande segnale. Con qual­che novità rispetto a molte mani­fe­sta­zioni degli ultimi anni. La pre­senza di tanti gio­vani, e quindi non solo dei valo­rosi pen­sio­nati della Cgil che di solito riem­piono i cor­tei sin­da­cali; il ritorno di molte ban­diere rosse, non del vec­chio Pci e tan­to­meno di quelle sbia­dite del Pd, ma della Fiom; l’entusiasmo della gente che si è ritro­vata per espri­mere un punto di vista che oggi non ha la neces­sa­ria rap­pre­sen­tanza politica.

Natu­ral­mente una piazza non fa pri­ma­vera, anche se la gior­nata era piena di sole e Mau­ri­zio Lan­dini, il pro­ta­go­ni­sta della mani­fe­sta­zione, con la segre­ta­ria gene­rale della Cgil, Susanna Camusso a fare da potente spalla dell’iniziativa, ha voluto sot­to­li­neare che una «nuova pri­ma­vera per il paese è iniziata».

Ma la “pro­te­sta” di ieri forse rap­pre­senta l’inizio di un pro­cesso trai­nato da un’idea forte di rin­no­va­mento delle forze sociali e sin­da­cali, poli­ti­che e di movi­mento, un’idea rias­sunta dallo slo­gan della mani­fe­sta­zione, «Unions», tra­du­ci­bile in un ritorno alle radici del sin­da­ca­li­smo. Che il segre­ta­rio della Fiom, nel suo discorso con­clu­sivo, ha rias­sunto con i ripe­tuti rimandi all’idea fon­da­tiva della Cgil di Di Vit­to­rio: di un sin­da­cato delle Con­fe­de­ra­zioni, così diverso da un sin­da­ca­li­smo cor­po­ra­tivo, basato sulla com­pe­ti­zione dei lavoratori.

E’ la spinta verso un ripen­sa­mento pro­fondo della natura del sin­da­cato, det­tata sia dalle scon­fitte subite con il pro­getto con­fin­du­striale che mar­cia spe­dito sotto le ali del governo, sia dalla per­dita di rap­pre­sen­ta­ti­vità pro­dotta da una crisi eco­no­mica che ha allar­gato il mare della disoc­cu­pa­zione e pro­dotto un eser­cito di pre­cari fuori da ogni tutela e diritto. Così chi oggi ha ancora un lavoro deve subire il comando pieno dell’impresa (abo­li­zione dell’articolo 18, deman­sio­na­mento, con­tratti nazio­nali pol­ve­riz­zati dalla catena per­versa del sistema degli appalti), e chi un lavoro lo cerca è merce di scam­bio e mano­va­lanza per la feroce guerra tra poveri.

Più che una fan­ta­sia, una vel­leità o una scor­cia­toia, la coa­li­zione sociale è una neces­sità vitale per rico­struire la figura del cit­ta­dino lavo­ra­tore (come appunto indi­cava Di Vit­to­rio quando negli anni ’50 già par­lava di uno sta­tuto del «cit­ta­dino lavo­ra­tore»). E coa­li­zione sociale vuol dire una cosa sem­plice: rico­struire le basi di una par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, dun­que poli­tica, ai destini dell’Italia.

Per­ché chi oggi accusa il segre­ta­rio della Fiom di voler fare l’ennesimo par­ti­tino dovrebbe piut­to­sto doman­darsi come è stato pos­si­bile arri­vare a que­sto disa­stro sociale, a un così forte ridi­men­sio­na­mento del ruolo del sin­da­cato, alla nega­zione dei diritti. E anche inter­ro­garsi sulla subal­ter­nità, que­sta sì poli­tica, verso governi o par­titi amici di quel «gia­guaro» che nes­suno ha smac­chiato e in molti hanno nutrito.

Ritro­vare una sog­get­ti­vità poli­tica diventa un biso­gno natu­rale e l’alleanza con tutte le realtà asso­cia­tive che non si ras­se­gnano è una via mae­stra per raf­for­zare l’opposizione a un governo ricco di slo­gan almeno quanto è povero di un inno­va­tivo pro­getto di svi­luppo. Per­ché met­tere in pra­tica la linea di Squinzi, o una riforma costi­tu­zio­nale ed elet­to­rale di regres­sione verso forme di ple­bi­sci­ta­ri­smo media­tico non sem­bra dav­vero una grande novità. Né in Ita­lia, né in Europa. Come direbbe Lan­dini «non rac­con­tia­moci di balle». Che fa tra­bal­lare la sin­tassi, ma si capisce.

Domani è il com­pleanno di Pie­tro Ingrao. Cento anni applau­diti da tutto il popolo della piazza quando Lan­dini ha ricor­dato il giorno in cui, da pre­si­dente della Camera, si recò, come primo atto pub­blico, alle Accia­ie­rie di Terni per rivol­gersi agli ope­rai chia­man­doli «i costi­tuenti». Un mes­sag­gio a chi ha scarsa memo­ria del paese che pre­tende di governare
Show Comments: OR