responsive_m

23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

domenica 22 marzo 2015

Il Fondo Monetario Internazionale: «Senza sindacati, ricchi più ricchi»

«Il Fondo Monetario Internazionale riscuote consenso tra le sue vittime: i sindacati."Il potere contrattuale dei lavoratori riequilibra la redistribuzione dei redditi". La ricetta: generalizzare il salario minimo». Il manifesto, 22 marzo 2015

La crisi dei sin­da­cati, e l’indebolimento del potere con­trat­tuale dei lavo­ra­tori, sono le cause prin­ci­pali delle dise­gua­glianze eco­no­mi­che e della mani­po­la­zione del sistema poli­tico ed eco­no­mico da parte di chi pos­siede una quota mag­giore di capi­tali. È quanto emerge da uno stu­dio in via di pub­bli­ca­zione sulla rivi­sta «Finance & Deve­lo­p­ment» delle eco­no­mi­ste del Fondo mone­ta­rio Inter­na­zio­nale Flo­rence Jau­motte e Caro­lina Oso­rio Buitron.

La ricerca, inti­to­lata «Power from the peo­ple» e ispi­rata alla can­zone di John Len­non «Power to the peo­ple», esa­mina diverse misure dell’iniquità (dalla quota di red­dito del 10% più ricco della popo­la­zione all’indice di Gini) per i paesi ad eco­no­mia avan­zata dal 1980 al 2010. La tesi, ispi­rata agli studi del pre­mio Nobel per l’economia Joseph Sti­glitz, sostiene che «l’indebolimento dei sin­da­cati riduce il potere con­trat­tuale dei lavo­ra­tori rispetto a quello pos­ses­sori di capi­tale, e aumenta la remu­ne­ra­zione del capi­tale rispetto a quella del lavoro».

Una crisi, quella dei sin­da­cati, che si riflette anche nel calo degli iscritti, pari al 50% nel lungo tren­ten­nio della contro-rivoluzione neo­li­be­ri­sta. Venuto meno il potere sociale, e la rela­tiva capa­cità di nego­zia­zione sul sala­rio, così come i numeri che per­met­te­vano ai sin­da­cati di fare pres­sione sul capi­tale e i governi al fine di otte­nere una mode­rata redi­stri­bu­zione del plu­sva­lore in eccesso, dal 1980 i red­diti si sono con­cen­trati verso l’alto: il 5% in più è finito nelle mani del 10% della popo­la­zione più ricca nei paesi avan­zati. Anche con­si­de­rando l’impatto della tec­no­lo­gia, della glo­ba­liz­za­zione, della libe­ra­liz­za­zione finan­zia­ria e del fisco, per Flo­rence Jau­motte e Caro­lina Oso­rio Bui­tron i risul­tati con­fer­mano che «il declino della sin­da­ca­liz­za­zione è for­te­mente asso­ciato con l’aumento della quota di red­dito» nelle mani dei ricchi.

L’analisi di Jau­motte e Oso­rio Bui­tron si con­cen­tra anche sugli stru­menti che pos­sono modi­fi­care la distri­bu­zione dei red­diti verso le classi lavo­ra­trici e il ceto medio, i due prin­ci­pali set­tori vit­time degli effetti del neo­li­be­ri­smo. La lotta con­tro la «disper­sione dei red­diti, la disoc­cu­pa­zione e per la redi­stri­bu­zione» può rina­scere attra­verso una nuova ondata di sin­da­ca­liz­za­zione, la crea­zione di un sala­rio minimo. La gene­ra­liz­za­zione del sala­rio minimo a livello inter­na­zio­nale non aumenta la disoc­cu­pa­zione, come invece sostiene una fitta schiera di eco­no­mi­sti, ma per­mette di con­te­nerla, sosten­gono le ricer­ca­trici. Le solu­zioni sug­ge­rite da Jau­motte e Oso­rio Bui­tron sono quelle tra­di­zio­nali for­di­ste. Quella più impor­tante con­si­ste nel restau­rare il ruolo del sin­da­cato come «media­tore sociale» uni­ver­sale e la sua iden­tità di «cin­ghia di tra­smis­sione» con i par­titi poli­tici. «Sin­da­cati più forti – scri­vono – pos­sono mobi­li­tare i lavo­ra­tori a votare per i par­titi che pro­met­tono di redi­stri­buire il reddito».

Una tesi che ha susci­tato una rea­zione entu­sia­sta di Fur­lan (Cisl): «Il sin­da­cato è fon­da­men­tale per la cre­scita». Bar­ba­gallo (Uil): «Biso­gna lot­tare innan­zi­tutto per difen­dere il potere d’acquisto di salari e pen­sioni e, inol­tre, per evi­tare una ridu­zione delle tutele, dei diritti e delle pro­te­zioni». Camusso (Cgil) ha soste­nuto: «Quando il sin­da­cato è pre­sente, i risul­tati di pro­te­zione eco­no­mica sono molto mag­giori di qual­siasi altro stru­mento, sia esso il red­dito di cit­ta­di­nanza o il sala­rio minimo deciso dalla poli­tica». Una pie­tra tom­bale sul ten­ta­tivo (anche di una parte della sini­stra e dei movi­menti sociali, oltre che dei Cin­que Stelle) di isti­tuire un red­dito minimo in Italia.

Que­sto non è l’unico para­dosso di uno stu­dio pro­ve­niente dall’Fmi, cioè il prin­ci­pale attore della glo­ba­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta, che riscuote il con­senso tra i sin­da­cati che ne sono stati le prin­ci­pali vit­time. Si sco­pre che le ricette con­si­gliate sono più avan­zate di quelle dei sin­da­cati per i quali, al momento, il sala­rio minimo non rien­tra nella con­trat­ta­zione. Si tratta di un equi­voco indotto anche dalla ricerca di Jau­motte e Oso­rio Bui­tron per le quali i corpi inter­medi pos­sono essere restau­rati come se la crisi della forma sin­da­cato fosse stata indotta dall’esterno, e non anche per motivi sto­rici ed endogeni.

L’obiettivo di «riaf­fer­mare stan­dard del lavoro che per­met­tano a lavo­ra­tori moti­vati di nego­ziarli col­let­ti­va­mente» potrà essere rag­giunto a con­di­zione che una nuova forma della «nego­zia­zione» sociale includa pre­cari, lavo­ra­tori indi­pen­denti o inter­mit­tenti non sin­da­ca­liz­za­bili secondo le regole che pro­teg­gono solo il lavoro sala­riato. Anche a que­sto ser­vono stru­menti come il sala­rio minimo o il red­dito di bas
Show Comments: OR