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Roberto Ciccarelli
Il Fondo Monetario Internazionale: «Senza sindacati, ricchi più ricchi»
22 Marzo 2015
Lavoro
«Il Fondo Monetario Internazionale riscuote consenso tra le sue vittime: i sindacati."Il potere contrattuale dei lavoratori riequilibra la redistribuzione dei redditi". La ricetta: generalizzare il salario minimo». I

l manifesto, 22 marzo 2015

La crisi dei sin­da­cati, e l’indebolimento del potere con­trat­tuale dei lavo­ra­tori, sono le cause prin­ci­pali delle dise­gua­glianze eco­no­mi­che e della mani­po­la­zione del sistema poli­tico ed eco­no­mico da parte di chi pos­siede una quota mag­giore di capi­tali. È quanto emerge da uno stu­dio in via di pub­bli­ca­zione sulla rivi­sta «Finance & Deve­lo­p­ment» delle eco­no­mi­ste del Fondo mone­ta­rio Inter­na­zio­nale Flo­rence Jau­motte e Caro­lina Oso­rio Buitron.

La ricerca, inti­to­lata «Power from the peo­ple» e ispi­rata alla can­zone di John Len­non «Power to the peo­ple», esa­mina diverse misure dell’iniquità (dalla quota di red­dito del 10% più ricco della popo­la­zione all’indice di Gini) per i paesi ad eco­no­mia avan­zata dal 1980 al 2010. La tesi, ispi­rata agli studi del pre­mio Nobel per l’economia Joseph Sti­glitz, sostiene che «l’indebolimento dei sin­da­cati riduce il potere con­trat­tuale dei lavo­ra­tori rispetto a quello pos­ses­sori di capi­tale, e aumenta la remu­ne­ra­zione del capi­tale rispetto a quella del lavoro».

Una crisi, quella dei sin­da­cati, che si riflette anche nel calo degli iscritti, pari al 50% nel lungo tren­ten­nio della contro-rivoluzione neo­li­be­ri­sta. Venuto meno il potere sociale, e la rela­tiva capa­cità di nego­zia­zione sul sala­rio, così come i numeri che per­met­te­vano ai sin­da­cati di fare pres­sione sul capi­tale e i governi al fine di otte­nere una mode­rata redi­stri­bu­zione del plu­sva­lore in eccesso, dal 1980 i red­diti si sono con­cen­trati verso l’alto: il 5% in più è finito nelle mani del 10% della popo­la­zione più ricca nei paesi avan­zati. Anche con­si­de­rando l’impatto della tec­no­lo­gia, della glo­ba­liz­za­zione, della libe­ra­liz­za­zione finan­zia­ria e del fisco, per Flo­rence Jau­motte e Caro­lina Oso­rio Bui­tron i risul­tati con­fer­mano che «il declino della sin­da­ca­liz­za­zione è for­te­mente asso­ciato con l’aumento della quota di red­dito» nelle mani dei ricchi.

L’analisi di Jau­motte e Oso­rio Bui­tron si con­cen­tra anche sugli stru­menti che pos­sono modi­fi­care la distri­bu­zione dei red­diti verso le classi lavo­ra­trici e il ceto medio, i due prin­ci­pali set­tori vit­time degli effetti del neo­li­be­ri­smo. La lotta con­tro la «disper­sione dei red­diti, la disoc­cu­pa­zione e per la redi­stri­bu­zione» può rina­scere attra­verso una nuova ondata di sin­da­ca­liz­za­zione, la crea­zione di un sala­rio minimo. La gene­ra­liz­za­zione del sala­rio minimo a livello inter­na­zio­nale non aumenta la disoc­cu­pa­zione, come invece sostiene una fitta schiera di eco­no­mi­sti, ma per­mette di con­te­nerla, sosten­gono le ricer­ca­trici. Le solu­zioni sug­ge­rite da Jau­motte e Oso­rio Bui­tron sono quelle tra­di­zio­nali for­di­ste. Quella più impor­tante con­si­ste nel restau­rare il ruolo del sin­da­cato come «media­tore sociale» uni­ver­sale e la sua iden­tità di «cin­ghia di tra­smis­sione» con i par­titi poli­tici. «Sin­da­cati più forti – scri­vono – pos­sono mobi­li­tare i lavo­ra­tori a votare per i par­titi che pro­met­tono di redi­stri­buire il reddito».

Una tesi che ha susci­tato una rea­zione entu­sia­sta di Fur­lan (Cisl): «Il sin­da­cato è fon­da­men­tale per la cre­scita». Bar­ba­gallo (Uil): «Biso­gna lot­tare innan­zi­tutto per difen­dere il potere d’acquisto di salari e pen­sioni e, inol­tre, per evi­tare una ridu­zione delle tutele, dei diritti e delle pro­te­zioni». Camusso (Cgil) ha soste­nuto: «Quando il sin­da­cato è pre­sente, i risul­tati di pro­te­zione eco­no­mica sono molto mag­giori di qual­siasi altro stru­mento, sia esso il red­dito di cit­ta­di­nanza o il sala­rio minimo deciso dalla poli­tica». Una pie­tra tom­bale sul ten­ta­tivo (anche di una parte della sini­stra e dei movi­menti sociali, oltre che dei Cin­que Stelle) di isti­tuire un red­dito minimo in Italia.

Que­sto non è l’unico para­dosso di uno stu­dio pro­ve­niente dall’Fmi, cioè il prin­ci­pale attore della glo­ba­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta, che riscuote il con­senso tra i sin­da­cati che ne sono stati le prin­ci­pali vit­time. Si sco­pre che le ricette con­si­gliate sono più avan­zate di quelle dei sin­da­cati per i quali, al momento, il sala­rio minimo non rien­tra nella con­trat­ta­zione. Si tratta di un equi­voco indotto anche dalla ricerca di Jau­motte e Oso­rio Bui­tron per le quali i corpi inter­medi pos­sono essere restau­rati come se la crisi della forma sin­da­cato fosse stata indotta dall’esterno, e non anche per motivi sto­rici ed endogeni.

L’obiettivo di «riaf­fer­mare stan­dard del lavoro che per­met­tano a lavo­ra­tori moti­vati di nego­ziarli col­let­ti­va­mente» potrà essere rag­giunto a con­di­zione che una nuova forma della «nego­zia­zione» sociale includa pre­cari, lavo­ra­tori indi­pen­denti o inter­mit­tenti non sin­da­ca­liz­za­bili secondo le regole che pro­teg­gono solo il lavoro sala­riato. Anche a que­sto ser­vono stru­menti come il sala­rio minimo o il red­dito di bas

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