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8 GIUGNO: MAI PIU'

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Dopo l'incidente di domenica mattina, nel quale una gigantesca nave da crociera ha investito un' imbarcazione e si è schiantata contro la riva, è stata indetta una manifestazione contro le grandi navi in Laguna. E' dal 2006 che A Venezia ci si oppone a questi mostri d'acciaio, pericolosi, inquinanti, devastanti. Non mancherebbero provvedimenti ai quali appellarsi per tenere fuori le navi, ma le istituzioni non esercitano i loro poteri, colluse come sono con gli interessi economici dominanti. Domani tutti alle Zattere, ore 16.00, anche se il prefetto ha negato il permesso di concludere il corteo a Piazza San Marco, luogo aperto a tutti i turisti e mercanti ma non a chi protesta! (a.b.)

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venerdì 20 febbraio 2015

Eurogruppo: prendere o lasciare

A Bruxelles l'Europa sta morendo, nonostante gli sforzi della Grecia di resistere ai ricatti e di non piegarsi alla scure impietosa e iniqua dell'austerity. La socialdemocrazia assiste impotente, temendo la frusta della Germania. Il manifesto, 20 febbraio 2015

Riunione decisiva. La lettera di Varoufakis fa molte concessioni ma irrita la Germania e gli ortodossi: fa riferimento all'accordo-quadro tra Grecia e Fesf, ma ignora il Memorandum. Lunedi' 16 è stato sfiorato lo scontro fisico da il ministro delle finanze greco e il presidente dell'Eurogruppo, Dijesselbloem. La Grecia è isolata, puo' contare solo sulla mediazione di Commissione, Italia e Francia. Ma, come Renzi, Valls ha fatto passare di forza la legge Macron, liberalizzazioni a vasto raggio come obolo a Bruxelles per evitare la "sanzione" a marzo.

Gli schie­ra­menti sono in posi­zione di bat­ta­glia, in vista dell’Eurogruppo “deci­sivo” di oggi. Sul tavolo dei part­ner della zona euro, c’è la let­tera di Yanis Varou­fa­kis, che accetta l’ “esten­sione” del piano, ma la pre­senta in una forma di inge­gne­ria lin­gui­stica che ieri sera ancora aveva susci­tato un chiaro “nein” del governo tede­sco (anche se, qual­che fis­sura è apparsa a Ber­lino, con Sig­mar Gabriel, vice-cancelliere Spd, che afferma: “ripren­diamo imme­dia­ta­mente la discus­sione con la Gre­cia”). Varou­fa­kis cita il piano con l’acronimo inglese, Mfafa, accetta anche l’articolo 10–1, che ammette “con­trolli” da parte dei cre­di­tori, che ormai non si chia­mano più “tro­jka” – parola invisa, non solo ai greci – ma “isti­tu­zioni” o “trio” (sono sem­pre Bce, Ue e Fmi). Per la Com­mis­sione è “un segnale posi­tivo”, che “apre la strada al com­pro­messo”. Lunedi’ 16, l’Eurogruppo straor­di­na­rio è finito quasi con uno scon­tro fisico, tra l’imponente Varou­fa­kis, ormai para­go­nato a Bruce Wil­lis, e Joe­ren Dijs­sel­bloem, il pre­si­dente dell’Eurogruppo (olan­dese, social-democratico), con Wol­fgand Schäu­ble che schiu­mava ner­vo­si­smo e che pale­se­mente non vuole più ritro­varsi nella stessa stanza con il suo col­lega greco delle finanze. Il malin­teso, su cui insi­ste l’ala rigo­ri­sta del governo tede­sco gui­data da Schäu­ble, è che il Mfafa è l’accordo-quadro di assi­stenza finan­zia­ria e che la Gre­cia vuole limi­tare l’impegno a que­sto aspetto, men­tre la Ger­ma­nia e Bru­xel­les quando si rife­ri­scono agli “impe­gni” presi da Atene pen­sano al Memo­ran­dum in tutti i suoi det­ta­gli.

La let­tera di Varou­fa­kis va comun­que al di là del com­pro­messo pro­po­sto dal com­mis­sa­rio Pierre Mosco­vici lunedi’, testo poi sosti­tuito con una presa di posi­zione più dura da Dijs­sel­bloem, che ha esa­spe­rato Varou­fa­kis e ha rischiato di finire in rissa, anche fisica, quando il mini­stro greco ha urlato un fac­cio all’olandese “bugiardo, bugiardo”, mostrando il pugno e scon­vol­gendo la prassi ovat­tata delle riu­nioni dei 19 mini­stri delle finanze della zona euro.

“Pren­dere o lasciare” ha fatto sapere il governo greco a Bru­xel­les alla vigi­lia dell’Eurogruppo dell’ultima chance. Per Varou­fa­kis oggi “si vedrà chi vuole una solu­zione e chi no”. La Ger­ma­nia arriva forte del suo schie­ra­mento dei rigo­ri­sti: al suo fianco schiera la Slo­vac­chia, i Bal­tici, la Fin­lan­dia, l’Olanda, la Slo­ve­nia e Spa­gna, Por­to­gallo e Irlanda, paesi che hanno subito la mano di ferro della tro­jka e i cui governi ora temono la rivolta degli elet­tori sul modello greco. Tsi­pras puo’ con­tare solo su uno sguardo non troppo arci­gno della Com­mis­sione Junc­ker, che ha pro­messo all’insediamento nel novem­bre scorso di rilan­ciare l’economia (con il pro­gramma ancora fan­ta­sma dei 315 miliardi). 

Fran­cia e Ita­lia fanno la parte dei media­tori, ma Mat­teo Renzi con il Jobs Act e Fra­nçois Hol­lande con la legge Macron, hanno ormai pie­gato la testa, con l’obiettivo di evi­tare la “san­zione” Ue – cioè una multa salata – a marzo, per non rispetto degli impe­gni di riforma. Ieri, il primo mini­stro fran­cese, Manuel Valls, ha affer­mato che “la Fran­cia farà di tutto per­ché la Gre­cia resti nell’euro”. Lo ha detto di fronte a un’Assemblea infuo­cata, al momento del voto della “cen­sura” al suo governo, pre­sen­tata, senza spe­ranze di vit­to­ria, dalla destra Ump e Udi dopo che l’esecutivo aveva deciso di far pas­sare con la forza, ricor­rendo al 49–3 (una fidu­cia rove­sciata), la legge Macron, che rischiava una boc­cia­tura al par­la­mento. La legge Macron è un’accozzaglia di circa 300 arti­coli, che vanno dalla libe­ra­liz­za­zione del tra­sporto su auto­bus a delle pic­cole limi­ta­zioni per cor­po­ra­zioni potenti come quella dei notai, ma soprat­tutto lega­lizza il lavoro la dome­nica e riduce ancora il diritto del lavoro ren­dendo più facili i licen­zia­menti. La sini­stra del Ps, la cosid­detta “fronda”, si sarebbe aste­nuta e alcuni avreb­bero votato con­tro: la legge sarebbe pas­sata con il voto del centro-destra, cosa che Valls ha voluto evi­tare. Al prezzo, pero’ di lasciare un campo di rovine a sini­stra: Ps diviso, mag­gio­ranza ine­si­stente, men­tre alcuni del Front de gau­che hanno accet­tato di votare la cen­sura assieme non solo all’Ump di Sar­kozy ma anche ai tre depu­tati del Fronte nazionale.

E’ con que­sti alleati pusil­la­nimi che Varou­fa­kis che oggi si pre­senta al ver­detto dell’Eurogruppo, con impor­tanti con­ces­sioni, come il man­te­ni­mento dell’equilibrio di bilan­cio, l’accettazione della “super­vi­sione” delle “isti­tu­zioni” e la pro­messa di non pren­dere deci­sioni “uni­la­te­rali”. In Ger­ma­nia, il fronte intran­si­gente ha la ten­ta­zione di schiac­ciare Atene con una scon­fitta senza con­di­zioni (a Ber­lino, come in Fin­lan­dia, Olanda e Austria, c’è il ricatto che anche l’ “esten­sione” di sei mesi del piano greco deve essere appro­vata dal par­la­mento e il voto è a rischio). Per l’Ifo (Isti­tuto di con­giuntura tede­sco) e per l’agenzia di rating S&P un Gre­xit “dolce” (soste­nuto anche da Valéry Giscard d’Estaing) sarebbe indo­lore per la Germania.
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