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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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DAI MEDIA

mercoledì 25 febbraio 2015

Tsipras va alla montagna

Davide doveva combattere solo contro un omaccione, Alexis anche contro uno stormo di avvoltoi feroci e voraci.  Articoli di Anna Maria Merlo e Pavlos Nerantzis. Il manifesto, 25 febbraio 2015



TSIPRAS? «PRAGMATICO E IDEALISTA»
di Pavlos Nerantzis

Grecia. Non mancano critiche ma all’interno di Syriza si loda la «praticità» del premier

La riu­nione del con­si­glio dei mini­stri per discu­tere sull’ accordo di Bru­xel­les e la lista delle riforme pre­sen­tate all’ Euro­gruppo, è stata lunga. Ale­xis Tsi­pras ha dovuto tro­vare un dif­fi­cile equi­li­brio tra le richie­ste dei cre­di­tori inter­na­zio­nali e il suo piano anti-austerity; tra la neces­sità di retro­ce­dere, pun­tando sulla soprav­vi­venza del suo Paese e il biso­gno di appli­care una parte del pro­gramma di Salo­nicco, ovvero del «Piano di rico­stru­zione nazio­nale», basato su quat­tro pila­stri. Affron­tare la crisi uma­ni­ta­ria, riav­viare l’economia e pro­muo­vere la giu­sti­zia fiscale, ricon­qui­stare l’occupazione, tra­sfor­mare il sistema poli­tico per raf­for­zare la democrazia.

Ale­xis Tsi­pras per evi­tare che il suo governo fosse una «paren­tesi di sini­stra», come vor­reb­bero l’ ex pre­mier Sama­ras e la mag­gio­ranza dei part­ner euro­pei, ha pre­fe­rito svol­tare. Una «retro­mar­cia di destra» come viene descritta dagli avver­sari interni al par­tito del pre­mier, rea­li­stica e «di dignità» secondo il Megaro Maxi­mou, sede di governo.

Tra prag­ma­ti­smo e idea­li­smo su una cosa sono d’ accordo ambe­due le cor­renti della sini­stra radi­cale greca. Il pro­lun­ga­mento del nego­ziato e il peri­colo di un tra­collo finan­zia­rio in Gre­cia avreb­bero pro­vo­cato uno scon­tro fron­tale tra il neo governo e i cre­di­tori inter­na­zio­nali. Ad Atene imma­gini simili a quanto era suc­cesso a Cipro nel marzo del 2013 con le lun­ghe file di fronte ai ban­co­mat sareb­bero ine­vi­ta­bili. Al di là di que­sta valu­ta­zione comune, le strade tra le due cor­renti si sepa­rano. Gli «incon­ci­lia­bili» cre­dono che una fuo­riu­scita della Gre­cia dall’Ue met­te­rebbe i greci in salvo, senza tener conto che la com­pe­ti­ti­vità del Paese rimane bas­sis­sima; i rea­li­sti fanno notare che il governo del Syriza-Anel con­ti­nua a trat­tare. «È meglio un Gre­xit che una con­ti­nua­zione perenne dello stato dell’ impo­ve­ri­mento attuale» sostiene l’economista e gior­na­li­sta Leo­ni­das Vati­kio­tis. Per aggiun­gere ciò che si sente molto in que­sti giorni da chi cri­tica l’operato del governo: «il con­te­nuto dell’ accordo di Bru­xel­les non deve essere para­go­nato con il pro­gramma del governo pre­ce­dente, ma con il pro­gramma pre-elettorale del Syriza».

In realtà mini­stri e diri­genti del Syriza vicini al pre­mier non nascon­dono il loro imba­razzo. Ciò che mag­gior­mente ha col­pito a livello morale è stata la rea­zione di Mano­lis Gle­zos. «Pro­ba­bil­mente Gle­zos era deluso per la man­cata ele­zione a pre­si­dente della Repub­blica» sosten­gono alcuni che cono­scono da vicino il sim­bolo della resi­stenza greca con­tro i nazi­sti. Ieri Tsi­pras ha par­lato tele­fo­ni­ca­mente con vari diri­genti del suo par­tito che si sono oppo­sti all’accordo di Bru­xel­les, si è incon­trato con Mikis Teo­do­ra­kis a casa sua, ma non ha voluto scam­biare una parola con il suo mae­stro Manolis.

Cri­ti­che sono arri­vata anche da parte dei comu­ni­sti del Kke, che venerdì pros­simo orga­niz­ze­ranno una mani­fe­sta­zione alla Pla­tia Syn­tag­ma­tos di fronte al par­la­mento per denun­ciare l’accordo di Bru­xel­les, men­tre secondo il Pasok il governo «rimane senza finan­zia­menti fino al giugno».

Con il via libera dell’ Euro­gruppo alla lista delle riforme gre­che la Borsa di Atene ha regi­strato ieri un rialzo record (9,81%), ma que­sta buona noti­zia non viene vista da alcuni media inter­na­zio­nali che fino a ieri con­ti­nua­vano a par­lare della fuga dei capi­tali greci all’ estero. «Negli ultimi giorni sono stati pre­le­vati dalle ban­che gre­che 500 milioni di euro al giorno… i soldi pre­le­vati in fretta in parte sono finiti addi­rit­tura in Sviz­zera, dove i greci avreb­bero depo­siti per 60 miliardi di euro» ha scritto pochi giorni fa il sito de Il sole 24 Ore, senza spie­gare chi sono quelli che hanno que­sti soldi. Il sot­tin­teso è chiaro: «i greci, pic­coli e grandi rispar­mia­tori» per il timore della sini­stra radi­cale riti­rano le pro­prie economie.

Le cose non stanno pro­pria­mente cosi. C’è stato un calo dei depo­siti ban­cari dai 160 miliardi (ultimo dato uffi­ciale del dicem­bre scorso) a 145 miliardi, secondo le stime a metà feb­braio. Ma a sen­tire gli eco­no­mi­sti, «i capi­tali fug­giti all’ estero non appar­ten­gono ai pic­coli cor­ren­ti­sti, bensì ai soliti eva­sori fiscali. I dipen­denti pub­blici e i pen­sio­nati non hanno soldi suf­fi­cienti per soprav­vi­vere, figu­ria­moci se hanno dei soldi a parte».

A con­fer­mare l’identikit dei rispar­mia­tori che hanno fatto fug­gire i loro «risparmi» all’estero è il mini­stro dello Stato, adetto alla lotta con­tro la Cor­ru­zione, Pana­gio­tis Niko­lou­dis, già pro­cu­ra­tore della Corte suprema che ha pre­pa­rato una lunga lista di 3.500 nomi, sospetti di aver evaso fiscal­mente e di aver rici­clato denaro sporco. Si tratta di per­sone sopra ogni sospetto dalla casta dei busi­ness­men (pro­prie­tari di catene di super­mer­cati e di negozi di abbi­glia­mento, arma­tori) e dei liberi pro­fes­sio­ni­sti (medici, far­ma­ci­sti, inge­gneri civili, ecc.) che di crisi ne hanno capito poco, con depo­siti ban­cari che vanno oltre ai dieci milioni, men­tre alle auto­rità si dichia­rano «poveri» con introiti che non supe­rano le poche migliaia di euro. Sono gli stessi che risul­tano irre­pe­ri­bili oppure descritti con il ter­mine gene­rico «greci» nei ser­vizi di una parte della stampa internazionale


GRECIA: SÌ DELL'EUROGRUPPO, MA CON RISERVE
di Anna Maria Merlo


Debito eccessivo. Tsipras guadagna 4 mesi di tempo per ridiscutere il programma. Fmi chiede di più, la Ue pretende di "sviluppare e ampliare la lista". Moscovici: "non significa che siamo d'accordo su queste riforme". E l'accordo dipende ormai dal voto di 4 paesi, tra cui la Germania. Ma per la Grecia gli esami non finiscono mai

Gli esami non fini­scono mai per la Gre­cia. Ieri, l’Eurogruppo ha final­mente appro­vato la “lista” pre­sen­tata da Atene lunedi’ notte, pro­prio allo sca­dere dell’ora limite (“ho rice­vuto una mail alle 23,15” ha pre­ci­sato il pre­si­dente Jeroen Dijs­sel­bloem). L’Eurogruppo ha seguito il parere favo­re­vole dei cre­di­tori — Ue, Bce e Fmi — espresso in mat­ti­nata. Ma, ha spie­gato il com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici e mone­tari, Pierre Mosco­vici, que­sto “non signi­fica che siamo d’accordo su que­ste riforme, siamo pero’ d’accordo sull’approccio, abbiamo evi­tato una crisi, ma restano nume­rose sfide di fronte a noi”. Sulla carta, la Gre­cia ha quat­tro mesi, fino a fine giu­gno, per ridi­scu­tere la que­stione del debito con le “isti­tu­zioni”, il nuovo nome del trio Ue-Bce-Fmi, che ha sosti­tuito l’odiato ter­mine di “tro­jka”.

Ma, intanto, per avere la cer­tezza che dal 28 feb­braio, data di sca­denza del secondo piano di aiuti (130 miliardi), ci sarà l’estensione di quat­tro mesi, biso­gna che il pro­getto passi nei par­la­menti dei quat­tro paesi che pre­ve­dono un voto ogni volta che ven­gono impe­gnati denari pub­blici. Sono Olanda, Fin­lan­dia, Esto­nia e Ger­ma­nia. Il Bun­de­stag vota venerdi’, Wol­fgang Schäu­ble ha scritto ai depu­tati per invi­tarli ad appro­vare il piano, in caso di via libera da parte dell’Eurogruppo. Ma, ha pre­ci­sato ieri il suo por­ta­voce Mar­tin Jae­ger, “la let­tera di Atene non con­duce a solu­zioni sostan­ziali”.

Riserve sono state emesse anche dall’Fmi: si tratta di un “valido punto di par­tenza”, ma “in vari set­tori” man­cano ras­si­cu­ra­zioni su riforme che erano state impo­ste dal Memo­ran­dum (aumento dell’Iva, abbas­sa­mento delle pen­sioni, pri­va­tiz­za­zioni, riforma al ribasso del lavoro). Anche l’Eurogruppo, dopo l’approvazione, ha voluto aggiun­gere delle rac­co­man­da­zioni: la Gre­cia deve “svi­lup­pare e ampliare la lista delle riforme, sulla base del pre­sente accordo, in stretta coo­pe­ra­zione con le isti­tu­zioni, per per­met­tere una con­clu­sione rapida e favo­re­vole dell’esame”. Difatti, per il ver­sa­mento dell‘ultima tran­che di circa 7 miliardi di euro per la Com­mis­sione “sono attese ulte­riori pre­ci­sa­zioni sulle riforme e saranno con­cor­date fino a fine aprile, in linea con quanto pre­vede la dichia­ra­zione dell’Eurogruppo della scorsa set­ti­mana”. I cre­di­tori sta­ranno attenti sulla pro­messa di lotta alla cor­ru­zione e all’evasione, vec­chie richie­ste della tro­jka e pro­messe che i pre­de­ces­sori di Tsi­pras non erano riu­sciti a met­tere in atto.

Il governo Tsi­pras ha dovuto cor­reg­gere a più riprese la “lista” da pre­sen­tare a Bru­xel­les. Il draft del comu­ni­cato ha fatto varie volte l’andata e ritorno tra Bru­xel­les e Atene, tra venerdi’ e lunedi’. La Gre­cia ha dovuto annac­quare molto la pro­po­sta. Jean-Claude Junc­ker, per esem­pio, ha escluso un aumento del sala­rio minimo. Nel testo resta una frase vaga: si parla di “approc­cio intel­li­gente della nego­zia­zione col­let­tiva sui salari” e “que­sto include la volontà di aumen­tare il sala­rio minimo, pre­ser­vando la com­pe­ti­ti­vità”, men­tre l’ “aumento del sala­rio minimo e il timing saranno decisi in con­cer­ta­zione con le isti­tu­zioni euro­pee e inter­na­zio­nali”. Per Junc­ker, sarebbe stato “inte­ni­bile” poli­ti­ca­mente un sala­rio minimo greco mag­giore di quello “di sei paesi della Ue” (tra cui Slo­vac­chia e Spa­gna), che sono chia­mati a con­tri­buire all’aiuto ad Atene.

La Gre­cia ha incluso nella pro­po­sta dei rife­ri­menti al pro­gramma di Syriza sull’aiuto ai più poveri, ma ha dovuto pre­ci­sare che “la lotta alla crisi uma­ni­ta­ria non avrà effetti nega­tivi sul bilan­cio”. Non ci sono det­ta­gli su que­ste misure, finite in fondo al testo. Inol­tre, sulle pri­va­tiz­za­zioni, Atene ha dovuto accet­tare che non saranno revo­cate quelle già appro­vate e che non tor­nerà indie­tro nep­pure su quelle per le quali è già stato pub­bli­cato il bando. Invece, “rive­drà quelle non ancora lan­ciate, pun­tando a miglio­rare i bene­fici a lungo ter­mine”. Dijs­sel­bloem, che in mat­ti­nata è stato rice­vuto dalla com­mis­sione affari eco­no­mici del Par­la­mento euro­peo, ha pre­ci­sato che la lista è “un primo passo, ma c’è ancora molto da lavo­rare”. Il pre­si­dente dell’Eurogruppo si è anche inter­ro­gato sulla tenuta del governo Tsi­pras: biso­gna vedere se “potrà fare quello che vuole”, ha detto.

L’Eurogruppo si è soprat­tutto pre­oc­cu­pato di otte­nere dalla Gre­cia l’assicurazione che non ver­ranno “prese ini­zia­tive uni­la­te­rali” e che ogni deci­sione sarà presa “in con­sul­ta­zione con le isti­tu­zioni euro­pee”. Dijs­sel­bloem è stato ancora più diretto: “ci deve essere una forte coo­pe­ra­zione, non si pos­sono fare mosse uni­la­te­rali, almeno fino a quando Atene vuole nuovi fondi dall’Eurozona”.



La vera pre­oc­cu­pa­zione è di evi­tare un Gre­xit, che farebbe tre­mare tutto l’edificio dell’euro. Per Chri­stine Lagarde, alla testa dell’Fmi, “l’uscita della Gre­cia dell’euro è fuori discus­sione, faremo di tutto per aiu­tarli” (in que­sto e solo in questo)

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