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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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lunedì 22 dicembre 2014

Se neanche il Colle è immune al virus

«Il pro­blema è che chi già detiene posi­zioni di potere è molto restio a cederle e ha molte armi per difen­dersi. Tanto più in poli­tica, dove da tempo è giunta al ver­tice una classe diri­gente «pura», priva d’ogni con­tatto con la società». Il manifesto, 19 dicembre 2014 (m.p.r.)

Molto oppor­tu­na­mente il Capo dello Stato ha pun­tato il dito, nel suo discorso del 10 dicem­bre all’Accademia dei Lin­cei, con­tro alcune forme, sgan­ghe­rate e scia­gu­rate, di con­durre la lotta poli­tica nelle aule par­la­men­tari, nelle piazze e sui gior­nali di que­sto paese. Se non che le sue parole a un certo punto si fer­mano. Per il Capo dello Stato la pru­denza è d’obbligo. In una sta­gione infuo­cata, non è il caso di ecci­tare i già dif­fi­cili rap­porti tra le forze poli­ti­che. Ma se lui ha da esser pru­dente, è un segno di con­si­de­ra­zione nei suoi riguardi pren­dere spunto dalle sue parole per appro­fon­dire l’argomento. Che non è affatto semplice.

Il Pre­si­dente, se è per­messo sem­pli­fi­care, è risa­lito alla crisi del ’92–94 impu­tan­dola ad «abusi di potere, catene di cor­ru­zione, inqui­na­menti nella sele­zione dei can­di­dati a inca­ri­chi pub­blici e in gene­rale nei mec­ca­ni­smi elet­to­rali». Dopo quella crisi, tut­ta­via, una salu­tare opera di risa­na­mento sarebbe stata a suo dire intra­presa, con­se­guendo «risul­tati non certo irri­le­vanti». Qual­cosa, il Pre­si­dente Napo­li­tano rico­no­sce, «allora mancò». Ma la cri­tica anti­po­li­tica si è osti­na­ta­mente rifiu­tata di rico­no­scere sia i risul­tati allora con­se­guiti, sia gli «impe­gni con­creti e ulte­riori passi sulla via del rinnovamento».

Ma pro­prio su que­sta affer­ma­zione è legit­timo avan­zare dubbi. Per­ché se Mani Pulite san­zionò un vistoso e pro­tratto deca­di­mento della vita pub­blica, il ven­ten­nio suc­ces­sivo è stato molto peg­gio. Anzi: c’è motivo di rite­nere che le rispo­ste allora alle­stite, ovvero, nelle parole del Pre­si­dente, il «rime­sco­la­mento assai vasto dei gruppi diri­genti dei par­titi, addi­rit­tura con la scom­parsa o disper­sione di alcuni di essi» e «la riforma delle leggi elet­to­rali per il Par­la­mento e per i Comuni», anzi­ché miglio­rare la situa­zione l’abbiano aggra­vata. Il Pre­si­dente non può forse dirlo, ma l’Italia sta uscendo con le ossa rotte — eco­no­mi­ca­mente e moral­mente — da un ven­ten­nio «ber­lu­sco­niano» di cui gli scan­dali romani sono solo la più recente, ma forse non l’ultima, manifestazione.

Ci sarebbe cioè da stu­pirsi se, dopo vent’anni di così disa­stroso mal­go­verno, non fos­sero com­parse «rap­pre­sen­ta­zioni distrut­tive del mondo della poli­tica». Ha ragione il Pre­si­dente a ricor­dare che non tutto è andato storto. Nel Mez­zo­giorno, ad esem­pio, si sono regi­strati apprez­za­bili pro­gressi nella lotta al cri­mine orga­niz­zato. Ma non si può negare che gli ita­liani media­mente stiano peg­gio e che la vita pub­blica sia afflitta da inef­fi­cenze e fal­li­menti d’ogni sorta. Il costo del ven­ten­nio che il paese sta pagando è altis­simo. Sap­piamo bene che tutto si regge: il mal­go­verno ha impe­dito di affron­tare ade­gua­ta­mente il declino indu­striale, il debito pub­blico è cre­sciuto a dismi­sura per­ché il paese non cre­sceva e spre­cava per ragioni di con­senso e in malaf­fare. Adesso le spie­tate misure di risa­na­mento impo­ste dall’Europa stanno stran­go­lando l’economia e l’intera società. E gli unici rimedi pare siano l’abolizione del Senato, un’ inde­cente legge elet­to­rale, la rimo­zione manu mili­tari dell’art. 18 e le Olim­piadi a Roma nel 2024.

Pre­si­dente, come si fa a non essere anti­po­li­tici in que­ste con­di­zioni? Eppure, Napo­li­tano una parte di ragione ce l’ha. L’antipolitica si nutre dei fal­li­menti della poli­tica, ma pure dei discorsi irre­spon­sa­bili pro­nun­ciati con­tro di essa. Discorsi che oggidì pos­siamo attri­buire a Grillo e a Sal­vini, ma che sono stati pro­nun­ciati anche da molti altri. Chi è senza pec­cato, sca­gli la prima pietra.

L’antipolitica risale a molto indie­tro nel tempo. Era anti­po­li­tica già il movi­mento refe­ren­da­rio dei primi anni 90. È stato anti­po­li­tica il leghi­smo, ma anche il ber­lu­sco­ni­smo, che l’ha anzi por­tata al governo. E, per venire a casi più recenti, Renzi non scherza affatto in mate­ria. Non lesina espres­sioni offen­sive nei con­fronti degli avver­sari poli­tici e non rispar­mia dema­go­gici appelli al popolo sovrano. A ben vedere, un po’ di anti­po­li­tica l’ha fatta anche Lei, Signor Pre­si­dente, quando, col­las­sato il ber­lu­sco­ni­smo, anzi­ché seguire la via mae­stra delle urne, com­mis­sa­riò la poli­tica chia­mando a Palazzo Chigi un Sommo Tec­nico, che aggiunse disa­stro a disastro.

Come se ne esce? La ricetta è tanto sem­plice quanto irrea­liz­za­bile. Rimet­tendo in moto eco­no­mia, società e poli­tica. Una delle ragioni della cor­ru­zione dila­gante è lo stallo dell’economia, le cui classi diri­genti cer­cano di rifarsi cor­rom­pendo la poli­tica dei loro insuc­cessi sul mer­cato, esat­ta­mente come invece che fare impresa fanno finanza. Non solo gran parte della classe poli­tica, ma anche una buona parte della classe diri­gente eco­no­mica sarebbe da cam­biare. Il pro­blema è che chi già detiene posi­zioni di potere è molto restio a cederle e ha molte armi per difen­dersi. Tanto più in poli­tica, dove da tempo è giunta al ver­tice una classe diri­gente «pura», priva d’ogni con­tatto con la società, cre­sciuta den­tro le atti­vità rap­pre­sen­ta­tive e di governo e mai ado­pe­ra­tasi nella cura della mili­tanza e dell’elettorato. Renzi incarna que­sto modello come nes­sun altro. Solo che il modello del poli­tico «puro» è in giro da un pezzo. Dagli anni 70 in poi, allor­ché pure nel Pci il par­tito degli ammi­ni­stra­tori tra­volse quello dei mili­tanti. Le ragioni dell’antipolitica comin­cia­rono a mon­tare in quel momento. Gli ammi­ni­stra­tori, era suc­cesso già nella Dc e nel Psi, ave­vano meno remore morali dei mili­tanti. La que­stione morale ber­lin­gue­riana fu archi­viata. Gli scan­dali si acce­le­ra­rono, crebbe il malu­more e qual­cuno comin­ciò a caval­carlo semi­nando anti­po­li­tica. Lo caval­ca­rono anche ammi­ni­stra­tori e aspi­ranti ammi­ni­stra­tori di tutti i par­titi - spe­cie i poli­tici «puri» - con un pre­ciso obiet­tivo: deci­dere e non mediare, ossia libe­rarsi di tutti gli oneri che com­porta una poli­tica social­mente radi­cata. Prag­ma­ti­smo anzi­ché ideologia.

Accan­to­nata quella che Rita Di Leo ha defi­nito la politica-progetto, la cre­scita dell’antipolitica diventò incon­te­ni­bile. Anzi, è dive­nuta un flo­rido busi­ness. Le riforme isti­tu­zio­nali dei prima anni 90, le sug­ge­stioni lea­de­ri­sti­che che hanno ali­men­tato, l’abbattimento degli obso­leti e buro­cra­tici con­trolli di lega­lità, figlie dell’antipolitica, non hanno curato il malaf­fare, ma l’hanno aggra­vato. E Grillo e Sal­vini, signor Pre­si­dente, non sono i soli che ci spe­cu­lano sopra.

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