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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 12 dicembre 2014

Sciopero per rompere la solitudine

Oggi tutti in piazza. Per dare forza alle battaglie dei lavoratori e ricostruire solidarietà, contro il pareggio di bilancio, per un New Deal, per nuovi diritti da conquistare. Il manifesto, 12 dicembre 2014

Lo scio­pero gene­rale di Cgil e Uil è final­mente arri­vato a rom­pere la soli­tu­dine delle molte lotte che den­tro que­sta lunga crisi sono state «l’urlo nel silen­zio» della poli­tica di un lavoro che non accetta la sem­plice ridu­zione a merce tra le merci del lavoro umano. La sva­lu­ta­zione del lavoro come neces­sità ine­lut­ta­bile, come con­di­zione per­ma­nente dell’economia. Que­sto, nella crisi, è il tratto ideo­lo­gico che si è affermato.

Fino ad imma­gi­nare che i governi nazio­nali, den­tro la cor­nice delle poli­ti­che d’austerità e dei vin­coli di bilan­cio euro­pei — con­tro cui fino ad oggi è man­cato un vero movi­mento di massa per modi­fi­care trat­tati e accordi verso il lavoro-, non pos­sano che diven­tare ese­cu­tori disu­ma­niz­zati. In assenza di qua­lun­que veri­fica con­creta sugli effetti di fran­tu­ma­zione sociale e per­so­nale che que­ste poli­ti­che gene­rano sulle comu­nità e sulle per­sone, espro­prian­dole, sem­pre più spesso, anche del senso di una vita, quando le si sra­dica nel lavoro e dal lavoro.

In que­sti ultimi giorni assi­stiamo al dispie­garsi nel nostro Paese di que­ste poli­ti­che «con­tro il lavoro», il Jobs Act ne esprime a par­tire dalla forma, con il suo «abuso» di delega al governo, un con­cen­trato signi­fi­ca­tivo. Oggi, anche dopo il decreto Poletti sui con­tratti a ter­mine, 8 ingressi al lavoro ogni 10 restano tem­po­ra­nei, i nuovi con­tratti, se para­go­nati al tri­me­stre pre­ce­dente, si con­trag­gono di 190 mila unità, un calo che riguarda tutte le tipo­lo­gie di assun­zione, men­tre pro­se­gue il trend nega­tivo dei licen­zia­menti: 217.000 in tre mesi e in pre­senza dell’articolo 18 light ver­sione Monti/Fornero.

L’ ultimo stu­dio della Uil denun­cia che, per il com­bi­nato dispo­sto tra lo sconto Irap, per­ma­nente, e la ridu­zione dei con­tri­buti pre­vi­den­ziali per i neoas­sunti, in vigore fino al 2017, l’effetto del licen­zia­mento post art. 18 a inden­nizzi cre­scenti (non a tutele cre­scenti) sarebbe quello di ren­dere con­ve­niente per le imprese licen­ziare gli even­tuali neoas­sunti più che sta­bi­liz­zarli, que­sto per­ché si tratta in ogni caso sem­pre di con­tri­buti senza vin­coli, senza riserve né a sta­bi­liz­zare o ad assu­mere, né per pre­miare aziende che investono.

Se il lavo­ra­tore venisse licen­ziato a fine anno l’indennizzo, e per­ciò il costo per l’azienda, si aggi­re­rebbe intorno ai 2.538 euro lordi: il ’saldo’ per l’impresa dun­que sarebbe posi­tivo per 4.390 euro. Un van­tag­gio che aumen­te­rebbe, se il lavo­ra­tore, sem­pre assunto il 1 gen­naio 2015, venisse invece licen­ziato nel terzo anno: i bene­fici fiscali per l’azienda, su un red­dito di 22 mila euro, ammon­te­reb­bero a circa 20.790 euro men­tre il costo dell’indennizzo sarebbe di 7.600 euro lordi, con un ’van­tag­gio’ per l’impresa di 13.190 euro. Esat­ta­mente il con­tra­rio di quello ’sti­molo’ all’occupazione sta­bile sban­die­rata con il Jobs Act.

Tanta deter­mi­na­zione con­tro il lavoro grida «ven­detta» di fronte all’impotenza nell’aggredire i 60 miliardi all’anno di cor­ru­zione delle tante «terre di mezzo» di cui i fatti di Roma rap­pre­sen­tano sola­mente l’ultimo epi­so­dio. È que­sta inca­pa­cità e il livello rag­giunto dalla cor­ru­zione che bloc­cano il paese, impe­di­scono gli inve­sti­menti e minano la con­vi­venza sociale e la cre­di­bi­lità di poli­tica e isti­tu­zioni. Non i diritti dei lavo­ra­tori.

Il governo con la scelta di non «ascol­tare» le parti sociali, cioè i lavo­ra­tori subi­sce la pres­sione della «parte più forte», quella delle asso­cia­zioni d’impresa, si sosti­tui­sce nel ruolo di con­tro­parte e perde la sua fun­zione di media­zione tra inte­ressi diversi.

Anche per que­sto lo scio­pero gene­rale di oggi è neces­sa­rio per­ché rico­strui­sce par­te­ci­pa­zione e rap­pre­sen­tanza sociale, andando oltre gli inse­dia­menti tra­di­zio­nali del lavoro sin­da­ca­liz­zato, ridando voce e visi­bi­lità al precariato.

Pre­ca­riato che è sem­pre più una con­di­zione uni­ver­sale, che ride­fi­ni­sce rap­porti di forza in un con­flitto desti­nato a cre­scere anche per­ché ciò che si muove e si mobi­lita è ancora privo di una rap­pre­sen­tanza poli­tica ade­guata, ciò che è acca­duto in par­la­mento al di là delle giu­ste e gene­rose bat­ta­glie o è troppo poco in ter­mini di forza o è troppo mano­vriero e timido e ragiona su tempi che potreb­bero essere troppo lun­ghi e fuori sin­to­nia con le mobi­li­ta­zioni in campo.

Lo scio­pero gene­rale dà forza alle nostre bat­ta­glie e chie­derà con­ti­nuità, con­tro il pareg­gio di bilan­cio, per un piano del lavoro (New Deal), rico­strui­sce soli­da­rietà per nuovi diritti da con­qui­stare oltre le soli­tu­dini. Imma­gi­nando un altro mondo pos­si­bile che metta al cen­tro le per­sone, rico­no­sca i limiti ener­ge­tici e ambien­tali del pia­neta, e il lavoro per il bene comune oltre le dise­gua­glianze. Buon scio­pero generale!
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