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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

INVERTIRE LA ROTTA

DAI MEDIA

VENEZIA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

domenica 14 dicembre 2014

Salvini nemico di comodo

E' il solito modo per ribadire il dominio sugli italiani: trasformare la politica in tifoseria e costruirsi un avversario più debole. Sei della Roma o della Lazio, del Milan o dell'Inter, di Salvini o di Renzi? il resto non esiste. Il manifesto, 14 dicembre 2014
Se si vuole capire come i media costrui­scano in labo­ra­to­rio una lea­der­ship, biso­gna seguire la sca­lata di Mat­teo Sal­vini. In un sistema sem­pre più disar­ti­co­lato, il gra­di­mento dei media basta da solo per inven­tare un lea­der dal nulla. Chi pensa alla Lega come a un sog­getto quasi nove­cen­te­sco, dal denso radi­ca­mento ter­ri­to­riale e dai riti para-ideologici di massa, si inganna.

La corsa di Sal­vini non si svolge affatto nel ter­ri­to­rio. Non ha nulla di solido su cui cam­mi­nare il lea­der dal maglione inter­cam­bia­bile, a seconda del suolo che calpesta.

Il legame con la terra è sfu­mato anche per la Lega, come per gli altri pseudo-partiti esi­stenti, del resto. La pene­tra­zione in Emi­lia, e il soste­gno che sem­bra rice­vere anche in aree del cen­tro e del sud, non rin­via ad alcuna pre­senza orga­niz­zata nel territorio.

Que­sta mito­lo­gia delle radici nel rude pae­sag­gio locale, con un ceto poli­tico a por­tata di mano e sem­pre pre­sente, non vale più per la Lega, che sfonda oltre la Pada­nia solo per­ché è ospi­tata come non mai nei vec­chi media. È con l’occupazione dello spa­zio tele­vi­sivo che Sal­vini pene­tra anche nello spa­zio reale, dove manca con una vera strut­tura orga­niz­zata, come tutti gli altri attori.

Media e popu­li­smo con toni da destra radi­cale, que­sta è la miscela che con­sente alla Lega una impen­nata nei son­daggi. La fine della destra di un tempo, affida pro­prio alla Lega uno spa­zio poli­tico che nes­suno coltiva.

Il richiamo dei miti secu­ri­tari, e gli echi della rivolta con­tro l’euro, tro­vano un’onda lunga già in movi­mento. E i leghi­sti la caval­cano, nella spe­ranza di aggre­gare il cosid­detto «capi­ta­li­smo della mar­gi­na­lità» e i ceti popo­lari spaesati.

I media vanno pazzi per Sal­vini. Per varie ragioni. Un po’ per­ché fa comodo pro­get­tare un duello tra i due Mat­tei. E c’è chi cal­cola che, con il Mat­teo lepe­ni­sta come prin­ci­pale anta­go­ni­sta, è assai più age­vole trionfare.

Da una parte la rab­bia, la marea nero-verde che dovrebbe spa­ven­tare i mode­rati e lesio­nare la capa­cità coa­li­zio­nale del lea­der leghi­sta. Dall’altra la spe­ranza, la bel­lezza e ricami ana­lo­ghi che con­di­scono la reto­rica del gio­vin rottamatore.

A bocce ferme, que­sto dise­gno, di aiu­tare la cre­scita di un nemico dal pro­filo esa­ge­rato, per poi infil­zarlo con più como­dità, pre­senta una qual­che razio­na­lità. È già capi­tato con le euro­pee, quando pro­prio la paura di Grillo e del ritorno alla liretta, ha fun­zio­nato come la iden­ti­fi­ca­zione di un nemico utile solo per tirare la volata a Renzi.

Ma in con­di­zioni cri­ti­che, cioè di ulte­riore dele­git­ti­ma­zione della poli­tica, per via degli scan­dali e per l’aggravamento della crisi sociale, que­sto cal­colo di costruire per con­ve­nienza un nemico di comodo è grot­te­sco. In casi estremi, il popu­li­smo forte, che asso­cia la dispe­ra­zione e l’offerta di capri espia­tori facil­mente indi­vi­dua­bili, pre­vale sul popu­li­smo mite, con le sue nar­ra­zioni edi­fi­canti a coper­tura di ricette eco­no­mi­che sem­pre in con­ti­nuità con quelle di Monti.

I poteri forti, ovvero quel poco che rimane di un capi­ta­li­smo in via di espro­pria­zione da parte del vorace capi­tale mon­diale inte­res­sato all’acquisizione di aziende di qua­lità, quando offrono muni­zioni illi­mi­tate a Sal­vini, onni­pre­sente nelle loro tv pri­vate e pub­bli­che, lavo­rano per una radi­cale solu­zione popu­li­sta all’emergenza. Hanno prima appog­giato Grillo, poi soste­nuto Renzi e ora guar­dano a Sal­vini. Spe­rano che fun­zioni la sal­da­tura tra la crisi, che spri­giona un sen­ti­mento di ango­scia dinanzi alla pro­spet­tiva di una per­dita di sta­tus, e la mito­lo­gia della tas­sa­zione unica al 15 per cento lan­ciata come magica rispo­sta al declino.

Anche se nella sua agenda sfuma sem­pre più il tema della dif­fe­ren­zia­zione ter­ri­to­riale interna e l’aggancio al nano­ca­pi­ta­li­smo del nord, la figura di Sal­vini con­serva però dei limiti espansivi.

Non può com­pe­tere come attore prin­ci­pale capace di sfon­dare nelle varie realtà del paese. Deve con­tare su una coa­li­zione ete­ro­ge­nea tanto nell’offerta poli­tica quanto nella coper­tura territoriale.



E qui affio­rano per lui i pro­blemi di con­vi­venza tra una radi­ca­lità anti­si­stema e la neces­sità di nego­zia­zioni con spez­zoni di ceto poli­tico in riti­rata. Il «cen­tra­vanti» ha biso­gno del «regi­sta» ma Ber­lu­sconi, che si è offerto per svol­gere que­sta deli­cata fun­zione, non sem­bra più avere la visione stra­te­gica richiesta
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