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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

venerdì 12 dicembre 2014

Perché Settis ha dovuto scrivere “Se Venezia muore”

Uno degli interventi  di apertura della presentazione veneziana  del nuovo libro di Salvatore Settis (Se Venezia muore",Giulio Einaudi editore). La stringente attualità di un libro sulla memoria  storica delle città.Un appassionato appello ai "cittadini resistenti" perchè salvino un patrimonio dell'umanità

L'incontro di presentazione dell'ultimo libro di Settis, organizzato dall'istituto veneto di scienze, lettere e arti è stato aperto dagli interventi di Gherardo Ortalli, Giorgio Agamben, Lidia Fersuoch e Gian Antonio Stella, e concluso da Settis. Le registrazioni in Youtube sono raggiungibili dal sito dell'Istituto veneto.  Pubblicheremo i testi degli altri interventi appena ne avremo la disponibilità

Perché Settis ha dovuto scrivere “Se Venezia muore”
di Lidia Fersuoch


Perché il professor Settis ha sentito la necessità di scrivere questo libro? (e solo una pressante necessità può spingere a scrivere un testo così stringente e lucido nella passione che lo anima).
Ce lo dice nelle prime pagine. Cito: «se la città è la forma ideale e tipica delle comunità umane, Venezia è simbolo supremo di questa densità di significati». E ancora: «pensata per la vita associata e costruita per durare, la città è il luogo deputato della progettazione del futuro. Perciò la dissoluzione della città storica, il pensiero unico delle megalopoli, la messa al bando della diversità dei modelli urbani ... impongono nuove rotte alle pratiche di cittadinanza ... trasformano profondamente non solo le città ma anche ogni discorso pubblico sull’economia, sulla democrazia, sull’eguaglianza».
Quindi il discorso sulla città, sulla città storica in particolare e sul modello per eccellenza della città storica, Venezia, concerne il nostro futuro, e ciò che avviene a Venezia è paradigmatico e trascinerà con sé il futuro di tutte le altre città storiche.

Questa epifania delle virtù urbane, che tutti riconoscono in Venezia, rischia di esser oscurata, annullata, cancellata, rischia di sparire.
 «In tre modi - scrive Settis - muoiono le città: quando le conquista un nemico spietato ... quando un popolo straniero vi si insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé» «oblio di sé ... non vuol dire solo dimenticanza della propria storia» bensì «mancata consapevolezza di qualcosa che è sempre più necessario: il ruolo specifico di ogni città rispetto alle altre, la sua unicità e diversità, virtù che nessuna città possiede quanto Venezia».

Nel caso di Venezia, più che oblio parrebbe essere una sorta di veneficio indotto da forze esterne, che trarrebbero vantaggi economici dall’annientamento del modello veneziano di civiltà.
Come valutare le sorprendenti parole del sottosegretario Baretta, riportate nel libro? «Venezia non deve rinunciare allo sviluppo, bisogna uscire dalla trappola della conservazione». Lo sviluppo agognato porta introiti e dunque voti.

Accanto a questi interessi ‘elettorali’ il bisogno di modernizzazione della città è sollecitato dal tipo di turismo che inonda Venezia.

Settis scrive: «l’allargamento globale dei nostri orizzonti genera il bisogno di fare «esperienza diretta di uno spazio urbano altro dal proprio, con le sue diverse modalità dell’abitare e del vivere ... ma .. il 75% di chi va a Venezia non si ferma più di un giorno». La maggior parte dei visitatori probabilmente non avverte la necessità di avvicinarsi alla storia, al passato che ha generato quel mirabile episodio urbanistico. A essi basta consumare l’esperienza di Venezia in un attimo: un’impressione, uno sguardo da lontano che non perde tempo; e quale vista migliore se non dall’alto?

Ricordo quanto narrava Mazzariol sul primo arrivo in città di Le Corbusieur. Al momento di prenotare l’albergo, Le Corbusieur si sincerò che la sua stanza avesse una tipica vista ‘veneziana’. Ma aprendo le finestre vide di fronte solo un muro scrostato e in alto, una lama di cielo. Alle sue rimostranze, la locandiera rispose che quella era una tipica, vera vista veneziana. E Le Corbusieur dovette convenire.

Invece - secondo Settis - «Lo sguardo dall’alto corrode l’antica forma urbis degradandola a relitto di un passato da sconfiggere svettandogli sopra». Conseguenza è la profanazione di Venezia: «oltraggiare Venezia - cito questa volta da un suo testo comparso su Repubblica - non è una conseguenza non prevista, ma il cuore del progetto. E’ essenziale profanare questa città gloriosa che infastidisce i sacerdoti della modernità ... la profanazione, anzi, la visibilità della profanazione, ha una forte carica simbolica, è uno statement di iper-modernità rampante e volgare, che si vuol prendere la rivincita sul passato, umiliare Venezia guardandola dall’alto di una mega-nave o di una super terrazza a piombo su Rialto, o di un grattacielo a Marghera».

La visione dall’alto (già in nuce forse nella casa di Gardella alle Zattere che altera i rapporti dimensionali, schiacciando le architetture adiacenti dello Spirito Santo) è ora giunta alle conseguenze estreme nel Fontego dei Tedeschi, acquistato da Benetton. Umiliare la forma della città, umiliare i suoi individui architettonici. 

Cito: «Profanare un edificio storico è ... parte del “forte progetto simbolico” commissionato da Benetton». Contro il progetto di Koolhass, che modifica profondamente l’edificio (con l’inserzione di un piano in più, un foro nella parete di fondo sulla corte alto due piani, e una mega terrazza) abbiamo fatto ricorso al Tar e aspettiamo la sentenza.

Pochi giorni fa Koolhaas, nel presentare il volume Architetture contemporanee a Venezia, alla Fondazione Querini, sostenne: «la modernità sola può decidere cosa tenere e cosa buttare del passato»; contemporaneamente affermando che il Fondaco è un edificio completamente ricostruito negli anni ’30 e che non è rimasto nessun elemento autentico. Ma cosa legittimerebbe il suo intervento? La modernità o il fatto che sia un edificio completamente ricostruito? (Ma Mario Piana ha segnalato le moltissime iscrizioni lapidee piene di graffiti con nomi, sigle, segni di mercatura, simboli religiosi, scacchiere per il gioco incisi nei secoli dai mercanti tedeschi).

Ma anche fosse rifatto (e non lo è), Settis ricorda quanto scriveva Plutarco nella Vita di Teseo, sulla nave dell’eroe, conservata ad Atene: «via via che il legno antichissimo si deteriorava, nuove tavole venivano inserite al posto della vecchie. Perciò ... i filosofi usavano la nave di Teseo “come esempio di indeterminatezza nel ‘discorso della crescita’: alcuni dicono che è sempre la stessa nave, altri sostengono che non lo è”. La nave visibile e tangibile cambia, via via che le tavole vengono sostituite; e però resta la stessa, se ogni tavola è identica a quella che sostituisce, e se non muta l’intangibile forma d’insieme. É il paradosso - continua Settis - della conservazione secondo il modello ‘orientale’, esemplificato al meglio dal tempio di Ise in Giappone, che almeno dal VII secolo viene ritualmente distrutto e riedificato tal quale ogni vent’anni, ogni volta salvaguardando una sola colonna (sempre diversa) della costruzione precedente» per cui «il tempio più antico del Giappone non ha mai più di vent’anni ... nella cultura giapponese (ma anche in quella cinese, indiana ...) il marchio di autenticità non spetta alla materialità di un oggetto o di un edificio, ma piuttosto alla sua verità formale». La verità formale del Fondaco come reinterpretazione rinascimentale e veneziana del fondaco orientale è arrivata intatta ai giorni nostri.

Ma il caso del ‘restauro’-distruzione del Fondaco non è isolato. Il restauro di un’architettura monumentale a Venezia non è più un semplice gesto filologico, ma una rilettura. Non per nulla la mail di invito alla presentazione del volume esordiva con una domanda di Tadao Ando, quando gli proposero il progetto: «Ma si può fare architettura moderna a Venezia?». La punta della Dogana ora, di fatto, è un’opera di Ando, così come il Fondaco dei Tedeschi è definito “il progetto di Koolhaas”, e sarà un’opera di Koolhaas. Non esiste più l’edificio antico, risucchiato dalla modernità.
«A Venezia - scrive Settis - nessun architetto può ignorare che la città si sta svuotando ... E dunque nessun architetto dovrebbe mai prestarsi a costruire nulla ... che favorisca la morte della città storica negandone l’unicità».

Il volume che illustra queste cannibalizzazioni, dicevamo, è stato presentato alla Querini. Il pubblico, numeroso, seguiva anche da un grande schermo nella sala attigua all’auditorium. Questa sala in realtà era “un’antica corte medievale”, ora coperta da un velum di acciaio, rivestita da pannelli, con una pavimentazione colorata. La corte veneziana non si legge più, diventa altro. E la vera da pozzo su cui si inciampa, sembra messa lì a caso, macabro resto che non ha più alcun senso in quel contesto.


Così l’intervento di restauro espresso in un linguaggio contemporaneo per essere autentico, diventa il suo opposto: uno snaturamento, un falsoParadossalmente, è più vera la Fenice: almeno la ricostruzione “Com’era dov’era”, frutto - sostiene Cacciari - della prudenza, vuole riproporre la “verità formale”, in cui il cittadino si riconosceva. Risarcisce la perdita di identità che aveva subito la cittadinanza.

Altrettanto paradossalmente siamo legati a questo teatro falsissimo credo perché è l’ultima cosa fatta a Venezia pensando a noi cittadini. Sono passati quasi 20 anni dalla decisione di Cacciari. Ora tutto si fa per i turisti, o meglio per le forze economiche che stanno o hanno già trasformato la città a velocità supersonica in nome dello sviluppo e del turismo.

La riflessione sul corpo vivo della città, sui cittadini, sulle loro esigenze che possono non collimare con le visioni dei grandi architetti, può aiutare noi superstiti abitanti a ritrovare un senso, una dignità e una forza unitaria nell’agire e nel difendere ciò che Settis chiama «il diritto alla città». «ogni città - scrive - è viva traduzione della propria storia, ma anche volto e traduzione in pietra del popolo che la abita». «Convivono ..., nella nostra esperienza, una città di mura e una città di uomini e nella città degli uomini c’è un’anima, quella della loro comunità: una città invisibile», ma non per questo meno forte e importante.
La città invisibile, la comunità, saldamente tessuta dai fili invisibili della sue storie e della storie dei suoi cittadini, però, sta morendo.

Quante volte abbiamo sentito dire dei palazzi cittadini: ‘eh, è stato trasformato in albergo, ma piuttosto che cadesse a pezzi’ ... Cosa opporre a chi argomenta così? Ca’ Corner della Regina oggi è perfettamente restaurata. Ma non è più della città.

Se abbandoniamo al mercato un palazzo che è parte della nostra storia, come ha detto Montanari in occasione di altre privatizzazioni, «l’avremo perduto anche se sarà perfettamente conservato».
Per Ca’ Corner Italia Nostra ha fatto ricorso al Tar, ma i veneziani non si sono mobilitati. Non si sono resi conto che il cerchio si stava stringendo attorno a loro.
E ora ecco il ‘salto di qualità’ che ci si poteva aspettare: si mettono in vendita non solo edifici provvidenzialmente già vuotati, ma anche edifici vissuti, pieni: di storia, di funzioni, di valori per la cittadinanza, di futuro.

Con due ricorsi siamo forse riusciti a sventare la cessione (avversata da docenti, studenti e personale non docente) dei tre palazzi storici di Ca’ Foscari, in cambio di un unico fabbricato recente, inadeguato alle necessità dei dipartimenti che si volevano accorpare (il giardino di uno dei tre palazzi storici era usato dai bambini dalla vicina scuola).

Su l’Espresso Turano commentava desolato che le tre sedi storiche erano state ritenute «inutilmente belle»; cioè sprecate per gli studenti. Il futuro dei quali (che è il nostro) non interessa, è qui e l’oggi che conta. E i saldi di fine anno del Commissario-liquidatore lo confermano.

Il 25 novembre il Commissario ha deciso di alienare entro l’anno una delle Ville Heriot, alla Giudecca, sede dell’università dell’Arte. Anche in questo caso il giardino è utilizzato dai bambini della scuola vicina. E ora è la volta delle Procuratie di Piazza San Marco.
E nel cittadino monta il convincimento che ci sia un disegno predefinito: la bellezza che in fin dei conti è solo un accidente, un esito del nostro modo di vivere, della nostra civiltà, ha ora un prezzo e i veneziani non possono pagarlo. Meglio dunque delocalizzarli in terraferma, affinché tanta ricchezza-bellezza possa esser messa nelle mani di chi la sa far fruttare.

Incalza Settis: «La monocultura del turismo ... esilia i nativi e lega la sopravvivenza di chi resta e della città stessa quasi solo alla volontà di servire». «Ai cittadini di Venezia è lasciato un ruolo residuale e gregario: agognare qualche beneficio economico purché accettino il suicidio della loro città». Quel patrimonio invece ci spetta di diritto, come abbiamo il «diritto ... all’integrità della Laguna che in millenaria simbiosi ne accompagna la storia e la vita». E, mi preme sottolineare, Settis scrive “Laguna” con l’iniziale maiuscola, per darle forza di idronimo.

Chi vuole scavare il Contorta, un nuovo canale portuale in Laguna centrale, ben sapendo - perché fior di studi lo provano - che sarebbe esiziale per la Laguna, ha definito Venezia un quartiere.

E Settis scrive: «L’ipotesi di fare di Venezia un quartiere fra i tanti di una qualche Veneto City la svilisce a residuo fossile di una dimensione tramontata del vivere sociale».

Venezia invece è una città compiuta, compiuta anche nella sua periferia: «Unica anzi suprema anche in questo, - precisa Settis -Venezia è ancora dentro la sua cinta di mura d’acqua ... la sua periferia, cioè la campagna (qui fatta d’acqua) esiste ancora, e la città non è stata soffocata dalla cintura informe delle periferie». Ma - si chiede - la «Metamorfosi dell’Italia da terra di città in nebulosa di periferie eroderà anche l’unicità di Venezia?».

Purtroppo sta già succedendo: come diceva Rosario Assunto - citato nel bel saggio di Massimo Favilla pubblicato dall’Istituto nel volume L’enigma della modernità, «Venezia è una sfida dell’infinito contro ogni negazione della finitezza: e questo per la sua inscindibile unità col paesaggio. O meglio, per quella che era l’unità col paesaggio».

Si chiama waterfront, ora, la gronda lagunare, e il nome nella sua sfolgorante modernità ammicca e prelude all’arrivo di nuove modernità e sviluppi; nuove edificazioni, banchinamenti, poli intermodali, e porti, autostrade, svincoli scavati nel corpo vivo della Laguna.

La Laguna continua a venir considerata come terra di nessuno, da piegare agli interessi dei potenti di turno, il porto e l’aeroporto, che da concessionari dello Stato e nel vuoto della politica sono diventati di fatto soggetti politici propositivi. Un potere enorme, che lo Stato non contiene.

Né, lo Stato, si fa promotore di studi per risolvere il problema delle grandi navi (che come suggerisce Giorgio Conti è meglio definire navi grandi). In questa vicenda in cui deliberatamente si cancella la Laguna, un gruppo di tecnici volonterosi ha supplito - come dice Maria Rosa Vittadini - a una funzione pubblica, studiando e presentando, giorni fa, un progetto di avamporto galleggiante, removibile, che per il suo impatto contenuto è da considerare il male minore, se si vuole conservare il crocerismo a Venezia (cosa peraltro opinabile).

E ancora, nella totale assenza della politica a Ve si vogliono far passare velocemente progetti che ipotecheranno il futuro della città. Parlo anche dell’Arsenale: le scelte che si faranno su quello straordinario spazio saranno l’ultima occasione per invertire la rotta.

I cittadini chiedono che l’Arsenale torni ad essere il centro propulsore della vita della città e il suo riscatto, come polo della civiltà del mare, dove possano trovare sede centri di ricerca, musei e attività tradizionali legate al mare. E invece il commissario e i suoi sub vogliono imporre in fretta un documento direttore con la scusa fasulla dei fondi europei, che spiana la strada alla vendita a bocconi ad aziende, senza un progetto, un’idea complessiva degna di ciò che fu il motore della grandezza di Venezia. La più gigantesca svendita della città.

Dice Settis: «Contribuendo al processo ... di smantellamento dello Stato, le stesse istituzioni che dovrebbero presidiarlo lo tradiscono impunemente, si trasformano da custodi del pubblico bene in alfieri degli interessi privati». Se le istituzioni, lo Stato, i commissari sono contro la città, tocca a noi.

Cito le conclusioni di Settis: «Ai veneziani, ma anche ai cittadini del mondo che hanno a cuore Venezia, spetta un compito vitale e una grave responsabilità: mostrare e dimostrare che la diversità e la bellezza non sono una pesante eredità del passato, ma uno straordinario dono per vivere il presente e una straordinaria dote per costruire e garantire il futuro ... perché se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia».

Per questo dobbiamo dire basta. Usciti da qui cerchiamo tutti insieme di annodare i fili smagliati della città invisibile.

L'autrice, archeologa, presidente della sezione Venezia di Italia nostra, è l'animatrice di numerose battaglie per la tutela di Venezia e della Laguna
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