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Alfonso Gianni
L’inganno dell’art. 81
7 Dicembre 2014
Articoli del 2014
Ormai è chiaro a tutti. Introdurre nella Costituzione l'obbligo del pareggio del bilancio (cosa che neppure l'Europa ci chiedeva) è stato un gravissimo errore. Ma se si vuole si può correggerlo. Ecco perchè e come.
Ormai è chiaro a tutti. Introdurre nella Costituzione l'obbligo del pareggio del bilancio (cosa che neppure l'Europa ci chiedeva) è stato un gravissimo errore. Ma se si vuole si può correggerlo. Ecco perchè e come.

Il manifesto, 7 dicembre 2014

Nei suoi pen­sieri sparsi, Lud­wig Witt­gen­stein, annotò che: «Niente è così dif­fi­cile come non ingan­nare se stessi». Quale migliore spie­ga­zione del per­ché il legi­sla­tore ita­liano ha inse­rito due anni fa nella nostra Costi­tu­zione il prin­ci­pio del pareg­gio di bilan­cio, modi­fi­can­done l’articolo 81? Ma l’inganno non può durare all’infinito. Sotto i colpi della crisi e di qual­che ripen­sa­mento anche nel campo main­stream, la spa­valda sicu­rezza con cui una mag­gio­ranza – un tempo si sarebbe detto bul­gara – di par­la­men­tari votò nel 2012 la nuova norma costi­tu­zio­nale, pare vacil­lare non poco.

Eppure le avver­tenze alla pru­denza ven­nero fatte anche allora, ma non furono ascol­tate. Nel luglio del 2011 sei premi Nobel per l’economia (Ken­net Arrow, Peter Dia­mond, Char­les Schul­tze, Wil­liam Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow) rivol­sero un appello al Pre­si­dente Obama a non pie­garsi alla regola del rag­giun­gi­mento del pareg­gio di bilan­cio annuale, con­si­de­ran­dola del tutto disa­strosa per una cor­retta poli­tica economica.

Più mode­sta­mente, un’assemblea indetta da giu­ri­sti demo­cra­tici a Roma, in pros­si­mità del voto finale in quarta let­tura al Senato, avve­nuto nell’aprile 2012, invi­tava i par­la­men­tari del Pd, facenti parte della mag­gio­ranza che soste­neva il governo Monti, ben­ché favo­re­voli al pareg­gio di bilan­cio, ad abban­do­nare l’aula al momento del voto in modo da non fare scat­tare la mag­gio­ranza dei due terzi che avrebbe impe­dito la con­vo­ca­zione del refe­ren­dum cosid­detto con­fer­ma­tivo. Un refe­ren­dum che si applica alle norme di revi­sione costi­tu­zio­nale che non sono appro­vate in entrambe le camere con la mag­gio­ranza dei due terzi e che – stra­nezza della nostra legi­sla­zione – non pre­vede, a dif­fe­renza dei refe­ren­dum abro­ga­tivi di leggi ordi­na­rie, alcun quo­rum. D’altro canto non era l’Europa a chie­der­celo. Infatti quest’ultima si mostrava indif­fe­rente al tipo di norma che i paesi mem­bri avreb­bero adot­tato al riguardo, se di livello costi­tu­zio­nale o meno. La Fran­cia ad esem­pio non seguì la prima strada.

Se il con­si­glio fosse stato seguito si sarebbe avuta almeno una larga discus­sione di poli­tica eco­no­mica nel nostro paese e ogni forza poli­tica sarebbe stata costretta a pro­nun­ciarsi aper­ta­mente, non potendo ricor­rere all’astensione nel voto referendario.

Rispose Anna Finoc­chiaro, pre­sente all’assemblea nella sua qua­lità di Pre­si­dente del gruppo sena­to­riale Pd, con un cor­tese ma fermo discorso, nel quale pre­ci­sava la diver­sità dei punti di vista e soprat­tutto la sua appar­te­nenza ad un par­tito che non tol­le­rava che, una volta presa una deci­sione, i suoi par­la­men­tari si com­por­tas­sero in modo discorde. Moti­va­zione dav­vero incauta se messa a con­fronto con quanto sarebbe avve­nuto di lì a non molto, quando oltre cento depu­tati nel segreto dell’urna disob­be­di­rono alla indi­ca­zione di voto del loro par­tito sulla ele­zione del Pre­si­dente della Repubblica.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è pas­sata parec­chia. La appli­ca­zione della norma tanto invo­cata prima da Ber­lu­sconi, poi da Monti e san­ti­fi­cata da mag­gio­ranze senza pre­ce­denti, ini­zial­mente anti­ci­pata addi­rit­tura al 2013, è stata poi posti­ci­pata da Renzi al 2017. Né sono state da aiuto le elu­cu­bra­zioni sus­se­guenti alla pre­sen­ta­zione del Def 2015 sulla misu­ra­zione del Pil poten­ziale da cui si deri­ve­rebbe il c.d output-gap in base a cui si valu­te­rebbe la distanza dal rag­giun­gi­mento del pareg­gio strut­tu­rale. I con­tor­ci­menti sulle dif­fe­renze fra Pil reale e Pil poten­ziale, fra pareg­gio di bilan­cio con­ta­bile e quello strut­tu­rale nascon­dono solo la cat­tiva coscienza di chi ha com­preso che la norma non sta in piedi ma non si ras­se­gna alla brutta figura di fare mar­cia indietro.

Ma anche que­sto gioco a nascon­dino ha il fiato corto. Venerdì un arti­colo molto pun­tuale del Sole24Ore get­tava la maschera ed affer­mava chia­ra­mente che “è tempo di ripen­sare l’utilità del pareg­gio di bilan­cio”, fino a defi­nire che l’idea di dimi­nuire il nume­ra­tore del rap­porto Debito/Pil, su cui si basa tutta la poli­tica di auste­rità e il fami­ge­rato fiscal com­pact, è “una con­ce­zione priva delle più ele­men­tari basi logico-razionali”.

Quindi quella norma va abo­lita. A que­sto scopo è par­tita la cam­pa­gna «col pareg­gio ci perdi» per la rac­colta di firme in calce ad una legge di ini­zia­tiva popo­lare che mette i biso­gni delle per­sone prima della con­ta­bi­lità. Si stanno for­mando comi­tati in tutte le città. Se ne tor­nerà a par­lare il 18 dicem­bre a Roma, alle 17.30 presso l’Auditorium di via Rieti con Ste­fano Rodotà, Susanna Camusso, Mau­ri­zio Lan­dini coor­di­nati da Norma Rangeri

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