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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 14 dicembre 2014

In Sicilia l'essere esperti sembra contare sempre meno. Intervista a Settis

«È stata una pessima idea affidare alla Regione siciliana, unica in Italia, la tutela totale dei beni culturali - afferma il docente - Il ministero per i Beni culturali conta in tutte le regioni, anche in quelle a statuto speciale come la Sardegna, eppure in Sicilia non conta nulla. L'Isola fa storia a sé». Patrimoniosos.it, 10 dicembre 2014 (m.p.r.)

Quando parla della Sicilia, Salvatore Settis è combattuto tra rabbia e amore. La rabbia per una regione che non vuole chiedere aiuto e calpesta se stessa, l'amore per un'Isola che è tra i luoghi più ricchi di bellezza nel mondo.

Archeologo e storico dell'arte, Settis è stato direttore della Normale di Pisa dove insegna, del Getty center for the history and art di Los Angeles e del Consiglio superiore dei Beni culturali; è componente dell'Istituto tedesco di Archeologia, dell'Accademia dei Lincei e del Comitato scientifico dell'European research Counsil e presidente del Consiglio scientifico del Louvre. Ma, soprattutto, è uno strenuo difensore del patrimonio inteso come parte di un popolo. Davanti alle denunce, alle immagini, alle segnalazioni di un patrimonio identitario che, giorno dopo giorno, continua a morire, Settis si sorprende poco. E addita la colpa di quest'incuria culturale a chi gestisce la cosa pubblica e non lo fa. Affatto.

«È stata una pessima idea affidare alla Regione siciliana, unica in Italia, la tutela totale dei beni culturali - afferma il docente - Il ministero per i Beni culturali conta in tutte le regioni, anche in quelle a statuto speciale come la Sardegna, eppure in Sicilia non conta nulla. L'Isola fa storia a sé, non si compara, resta chiusa in se stessa. Ed è un isolamento a cui ha condotto l'atteggiamento di tanti politici siciliani che, da assessori o presidenti della Regione o, ancora, legati alla gestione dei beni culturali, si occupano della tutela del patrimonio come se la Sicilia fosse uno Stato a sé. Come se lo stretto di Messina definisse un confine netto, non solo geografico, con il resto dell'Italia».

La "bizzarria", come la definisce il professore Settis, è che la devoluzione piena alla Regione dei suoi beni culturali sia avvenuta nello stesso anno in cui fu istituito il ministero per i Beni culturali. Il Governo, infatti, ritenne necessario dar vita a un dicastero preposto alla cultura, all'arte, al patrimonio storico e ambientale e, appena sei mesi dopo, tolse a se stesso la competenza di tutelare i beni culturali di una delle regioni con la più alta densità di patrimonio. Una bizzarria, appunto.

«Questo rivela la povertà politica italiana già nel 1975 - dice l'archeologo -. Ma commettere un errore non significa tuttavia continuare a ripeterlo. In Sicilia, la mancanza di comparazione con altre regioni dà alle amministrazioni una sorta di delirio di onnipotenza. La Regione siciliana ha così l'illusione di poter fare tutto con conseguenze negative per il territorio. E' questa condizione che conduce, ad esempio, a decisioni come quelle di allontanare i soprintendenti più competenti, come accaduto di recente. E tutto ciò lascia intendere che la competenza conti sempre meno in Sicilia».

Gestione e politica, poi, significa soldi. E quando si parla di beni culturali in Sicilia e denaro lo scenario è quello di sprechi e occasioni perdute. Ma Settis dice di più.

«In situazione dominata da questo delirio di onnipotenza da parte della Regione - afferma il docente - e dall'illusione di essere al riparo dalle critiche, l'investimento delle risorse economiche a disposizione del territorio spesso viene indirizzato sulla base della simpatia politica o di decisioni extra-tecniche. Credo che il caso del Teatro greco di Siracusa che si sbriciola sia un caso di scuola: i nostri monumenti perdono pezzi per mancanza di manutenzione. Invece è proprio l'attenzione costante, l'intervento programmato che Giovanni Urbani ha sempre raccomandato, la priorità. Se ciò manca, tutto crolla. I beni culturali, in fondo, sono come il nostro corpo: bisogna curarlo costantemente. Lo sbriciolarsi del Teatro greco di Siracusa è, appunto, il sintomo di una malattia: sono sicuro che metteranno a posto le pietre fratturate, ma bisogna curare le ragioni della malattia».

Professore, perché è così difficile in Sicilia coniugare la salvaguardia del patrimonio con lo sviluppo del territorio?
«La difficoltà nasce da una carenza di cultura istituzionale. Un assessore regionale dovrebbe sapere che nelle Soprintendenze e nei musei debbano lavorare figure di altissima competenza e questo, invece, accade in alcune istituzioni e in altre no. Di certo, la maggioranza degli assessori regionali non ha mostrato attenzione alla vera competenza; piuttosto molti sono stati attenti al fatto che soprintendenti e direttori di musei fossero ubbidienti più che preparati. Una vera cultura istituzionale è quella capace di dare alla competenza il suo valore. Ancora, sul difficile connubio tra tutela e sviluppo conta la concezione stessa del patrimonio: anche in Sicilia vale la Costituzione della Repubblica, almeno così dovrebbe essere. L'art. 9 è chiaro: dice che il paesaggio e il patrimonio appartengono ai cittadini e fanno parte dell'identità nazionale e del possesso a titolo di sovranità, allora questo deve essere il punto dominante. Non la rincorsa ai turisti che, certo, hanno diritto ad ammirare e godere la bellezza dei luoghi. Ma il patrimonio è di chi vive in questi luoghi. Non si può trasformare una città d'arte e cultura in una Disneyland per turisti ma la prima cosa, quella fondamentale, è custodire il patrimonio per i cittadini che ne sono i proprietari legittimi. E questo senso istituzionale che manca e non solo in Sicilia. L'art. 9 dice che il livello di tutela e i criteri di valorizzazione del patrimonio debbono essere identici in tutto il territorio italiano: non è così. E il caso massimo è proprio la Sicilia che non viene più comparata al resto d'Italia».

Salvatore Settis ricorda, a tale proposito, che quando era presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali chiese notizie del patrimonio siciliano senza, tuttavia, ottenere notizie. Gli uffici del ministero, infatti, non sapevano alcunché della Sicilia e dei suoi beni. La situazione non è cambiata oggi perché il ministero non conosce nemmeno le statistiche, i numeri di musei e luoghi d'arte e cultura siciliani.

«E allora - dice Settis - se la situazione è questa, come si può sperare di essere riconosciuti per quello che si è: uno dei più grandi fiori all'occhiello del patrimonio italiano? Forse nessuna regione della Penisola può competere con la Sicilia per bellezza».

La gestione di monumenti e musei è spesso legata anche al loro ritorno economico. Un piccolo gioiello-museo come quello di Lentini, per esempio, è fanalino di coda in Italia e mantenere luoghi che non offrono prospettive di introito è spesso al centro del problema gestionale siciliano. Qual è il suo commento?
«Lo affido, ancora, al principio dell'art. 9 della Costituzione che asserisce come il valore culturale dei beni sia al di sopra di qualsiasi significato economico. Non possiamo accettare il fatto che, se un museo non ha incassi sufficienti a coprire i costi del suo mantenimento, debba chiudere. Se questo è il criterio, allora chiudiamo tutte le scuole elementari e medie d'Italia perché certamente non portano guadagni. Musei, teatri, luoghi d'arte sono aspetti della cultura vitali per la salute mentale dei cittadini tutti, per la creatività di un popolo e per le nuove generazioni a cui si potranno assicurare le condizioni della creatività che poi, a loro volta, dedicheranno al futuro in ogni settore e professione. Se parliamo di ragioni meschine, quando si parla di cultura, allora stiamo commettendo suicidio. Anzi, stiamo per premere il grilletto».

Cosa pensa dei prestiti delle opere d'arte e delle grandi mostre che la Sicilia non allestisce?
«Il business delle mostre va rivisto seppur non radicalmente. Non sono affatto convinto che si facciano troppe mostre in Italia ma il punto dev'essere "cosa si fa". Una mostra, rispetto alle collezioni permanenti, è un'occasione per pensare e ha senso quando riesce ad accostare oggetti che di solito si trovano in musei diversi, in chiese diverse. Ad esempio, le mostre di Raffaello al Prado o al Louvre che consentono di vedere, insieme, opere di uno stesso autore, di uno stesso periodo. E questa è un'occasione unica. Oggi invece prevale l'idea di mostre del tutto pretestuose in cui o si chiede in prestito un pezzo, come i frontoni del Partenone all'Hermitage o il quadro "La ragazza con l'orecchino di perla" a Bologna che diventa un'icona. Noi invece non abbiamo bisogno di icone da adorare ma di arte che ci faccia pensare. Le opere prestate dalla Sicilia, come il Satiro di Mazara, se comparato con altre statue, in un contesto, ha senso. Se invece si prende un oggetto, unico ed iconico, no. E a dimostrazione di ciò vi è il fatto che far circolare le opere siciliane nel mondo non fa, poi, arrivare turisti in Sicilia. L'assenza quasi totale, l'incapacità di produrre grandi mostre in Sicilia è molto chiara a differenza di regioni simili, per bellezza e patrimonio, come la Toscana che, invece, allestisce eventi nel segno della grande arte. Spero che non sia sempre così».

Come può allora la Sicilia salvare il suo patrimonio e guardare al futuro?
«Ci vuole umiltà. E vorrei ricordare che l'articolo 9 della Costituzione venne proposto da un siciliano, il catanese Concetto Marchesi, che era un grande latinista e rettore dell'Università di Padova, poi senatore della Repubblica. Fu proprio lui ad evidenziare come fosse necessario evitare che le regioni, a cominciare dalla Sicilia, tenessero per sé il patrimonio e la sua gestione facendone strazio. Con Aldo Moro, propose di evitare la regionalizzazione dei beni culturali. Se oggi Marchese fosse vivo, direbbe: quanto avevo ragione».
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