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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

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mercoledì 26 novembre 2014

Ora tocca ai lavoratori

«Fare sin­da­cato e costruire coa­li­zione per una nuova sini­stra sarà dif­fi­cile, ma più neces­sa­rio e urgente. Il popolo orfano di una sini­stra popo­lare, in piazza il 25 otto­bre e nelle occa­sioni suc­ces­sive, in moto per uno scio­pero gene­rale, dopo anni. Que­sta sarà la risposta». Il manifesto, 26 novembre 2014 (m.p.r.)

Il Jobs Act è pas­sato anche alla Camera. Tor­nerà per l’approvazione defi­ni­tiva al Senato, ma non si atten­dono sor­prese. Renzi può por­tare a Bru­xel­les lo scalpo dell’articolo 18, anzi di tutto l’impianto dello Sta­tuto dei diritti dei lavo­ra­tori, per­ché senza tutela reale ogni altro diritto è di per sé inde­bo­lito se non annul­lato. Hanno votato in 316 a favore del dise­gno di legge del governo. La mag­gio­ranza asso­luta, per un voto, di una camera di nomi­nati già poli­ti­ca­mente dele­git­ti­mata dalla boc­cia­tura del por­cel­lum da parte della Corte Costi­tu­zio­nale. Mal­grado ciò quella mag­gio­ranza si è assunta la respon­sa­bi­lità di can­cel­lare con un pul­sante decenni di sto­ria del con­flitto sociale che ave­vano creato il “caso ita­liano” durante i “trenta anni glo­riosi” del capi­ta­li­smo occidentale.

Eppure que­sta volta per Renzi non è stato un trionfo. E’ forse esa­ge­rato dire che si è trat­tato di una vit­to­ria di Pirro, ma per la prima volta Renzi ha dovuto incas­sare il dis­senso aperto della mino­ranza del suo par­tito. Civati ha votato no, men­tre Fas­sina e Cuperlo hanno tra­sci­nato fuori dall’Aula una tren­tina di depu­tati, assieme a quelli di Sel, dei Pen­ta­stel­lati e delle oppo­si­zioni di destra. A sua volta Ber­sani ha votato un sì per pura disci­plina e palese nulla con­vin­zione. E così sarà stato pro­ba­bil­mente per diversi altri. La pre­sunta media­zione sul testo non ha tenuto né nel merito né poli­ti­ca­mente. Il dis­senso non è rien­trato, è esploso.

Del resto è dav­vero dif­fi­cile con­si­de­rare un miglio­ra­mento quanto è stato pre­ci­sato alla Camera rispetto al Senato. Per i licen­zia­menti per motivi eco­no­mici non c’è alcun rein­te­gro, solo l’indennizzo rap­por­tato alla anzia­nità di ser­vi­zio. Il rein­te­gro com­pare solo per i licen­zia­menti chia­ra­mente discri­mi­na­tori e per quelli disci­pli­nari risul­tati privi di fon­da­mento alcuno, secondo tipi­ciz­za­zioni ulte­riori riman­date ai decreti dele­gati. Chi mai volendo licen­ziare potrebbe impe­go­larsi in que­ste tipo­lo­gie potendo ada­giarsi sull’andamento eco­no­mico dell’impresa? Qui si col­pi­sce non solo il diritto al lavoro del licen­ziato, ma anche il ruolo della magi­stra­tura nell’ inter­vento per rein­te­grare tale diritto. Due pic­cioni con una fava. Nean­che il nemico per eccel­lenza dei giu­dici, Ber­lu­sconi, avrebbe potuto tanto.

Nel frat­tempo Squinzi può sognare, si stro­pic­cia gli occhi, ottiene più di quanto pre­ten­deva e spe­rava. Non ha nep­pure avuto biso­gno di chie­derlo. Anzi, Squinzi aveva com­bat­tuto per la pre­si­denza della Con­fin­du­stria con­tro Bom­bas­sei, dichia­rando pro­prio che l’articolo 18 non era una priorità.

Intanto Pier Carlo Padoan aveva già scritto la sua let­tera alla Com­mis­sione affin­ché fosse indul­gente nel valu­tare i conti della legge di sta­bi­lità. Il giu­di­zio defi­ni­tivo sarà a marzo, ma intanto il governo si salva, anche gra­zie alla appro­va­zione del Jobs Act che, secondo il nostro mini­stro dell’economia, garan­tirà una ripresa dell’economia e il soste­gno al sistema pen­sio­ni­stico. Come ciò possa avve­nire a colpi di pre­ca­riato, che il decreto Poletti e il Jobs Act stesso ampliano a dismi­sura, è un mistero da riman­dare al mittente.

La novità tanto sban­die­rata è il famoso con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti. Le moda­lità della arti­co­la­zione di que­ste tutele sono ancora ignote, per­ché riman­date al testo di decreti dele­gati che even­tual­mente pas­se­ranno solo dalle com­mis­sioni par­la­men­tari — ma non dall’aula — per un parere non vin­co­lante. Tut­ta­via è fin d’ora scar­sa­mente cre­di­bile che un padrone assuma con que­sta forma, quando può uti­liz­zare, gra­zie al decreto Poletti, con­tratti a ter­mine uno in fila all’altro senza doverne moti­vare la ragione. Para­dos­sal­mente, ma non troppo, pro­prio il con­tratto inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti spin­gerà ancora di più l’acceleratore sulla totale pre­ca­riz­za­zione dei rap­porti di lavoro per i nuovi assunti.

Fare sin­da­cato e costruire una nuova coa­li­zione sociale per una nuova sini­stra sarà più dif­fi­cile, ma ancora più neces­sa­rio ed urgente. Una dimen­sione euro­pea è indi­spen­sa­bile poi­ché il sistema non sop­porta legi­sla­zioni nazio­nali pro­tet­tive dei diritti e forme con­trat­tuali che vadano al di là del sin­golo gruppo o azienda. Jobs, più che voler dire lavori, è un acro­nimo: Jump­start Our Busi­nes­ses (come l’omonimo ame­ri­cano del 2012) cioè «met­tiamo in moto le nostre imprese». Di con­tro, quel popolo di sini­stra orfano di una vera sini­stra popo­lare ritro­va­tosi in piazza il 25 otto­bre e nelle occa­sioni suc­ces­sive, si rimette in moto per uno scio­pero gene­rale, dopo tanti anni. Que­sta sarà la risposta.
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