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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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venerdì 28 novembre 2014

Le inclinazioni del Bosco Verticale

«Le prospettive aperte, sono quelle tecnologiche, di uno spazio qualificato, modernissimo, ambientalmente ed energeticamente sostenibile. Ma il prezzo lo paghiamo direttamente noi cittadini,  esclusi da quegli spazi privatissimi, costosissimi, e facilmente assoggettabili alle note norme che hanno consentito di sgomberare Zuccotti Park dai fastidiosi manifestanti di Occupy». Today.it, 24 Novembre 2014

Appena è diventata ufficiale la notizia, ampiamente anticipata, del premio International Highrise conferito al Bosco Verticale di Milano, si sono scatenate le critiche dei dubbiosi. Intendiamoci: la maggior parte dei commenti su stampa e web erano ampiamente positivi, ma più che alla sostanza parevano badare all'aura mistica in perfetto stile archistar che aleggia sempre attorno a questi progetti. E le motivazioni ufficiali del premio parevano addirittura più simbolicamente barocche del pieghevole pubblicitario dell'immobiliare, nello sperticarsi in lodi sulla capacità del progetto di riportare l'uomo alla natura, o addirittura di costituire un modello per la città densa del terzo millennio.

I dubbiosi, magari polemici, magari addirittura scurrili nella loro diffidenza faziosa, coglievano però un punto assai evidente: e che sarà mai un palazzone con le vasche a fioriera? La risposta potrebbe darla la schiera di tecnici internazionali che ha reso possibile non solo piantare a quell'altezza alberi maturi e farli convivere con appartamenti abitati, ma anche avviare una sperimentazione socio-ambientale. Però si tratta di una risposta ancora in linea con l'approccio tutto interno all'architettura del premio International Highrise.

Assumono una prospettiva più interessante, le critiche anche più sarcastiche al Bosco Verticale, se le inquadriamo in una più generale perplessità su alcuni progetti di verde urbano a dir poco ideologici, che in ordine sparso si stanno conquistando parecchia notorietà da qualche anno. Il primo è stato quello della High Line a Manhattan, ex viadotto ferroviario dismesso che invece di essere abbattuto è stato – nel quadro di una assai più ampia politica di valorizzazione immobiliare e riqualificazione – arredato a verde con tecniche innovative, e rivenduto all'opinione pubblica come nuovo modello di parco, anziché passeggio, o area pedonale che dir si voglia. Lì vicino, al Pier 55 sul fiume Hudson, i medesimi promotori hanno già presentato e portato parecchio avanti nel processo di approvazione finale un secondo e più grande “parco tecnologico” montato su piloni, che più o meno come il ponte ferroviario è del tutto artificiale e serve un'area di valorizzazione e riqualificazione di iniziativa privata. A Londra si sta concludendo il percorso del Garden Bridge sul Tamigi, organizzato come una specie di green shopping mall ad accesso limitato e forse a pagamento, negazione dello spazio pubblico, mentre a Singapore la limitatezza dello spazio (così ci raccontano) obbliga gli amministratori della città-stato a cercare i parchi in cielo, con giganteschi Alberi artificiali.

Cos'hanno tutti questi diversissimi progetti in comune, tra di loro e con le torri “a fioriere” del Bosco Verticale di Milano? Come intuiscono vagamente i critici nei loro sfottò, una certa tendenza a prendere per i fondelli il pubblico: da un lato aprono potenziali prospettive per la città del futuro, ma in buona sostanza ne chiudono di assai più vaste. Le prospettive aperte, inutile sottolinearlo, sono quelle tecnologiche, di uno spazio qualificato, modernissimo, ambientalmente ed energeticamente sostenibile, ma tutto si intuisce ha un prezzo. In questi casi il prezzo lo paghiamo direttamente noi cittadini, noi strabordante maggioranza esclusi prima da quegli spazi privatissimi, costosissimi, e anche quando liberamente accessibili come nel caso della High Line, facilmente assoggettabili alle note norme che hanno consentito di sgomberare Zuccotti Park dai fastidiosi manifestanti di Occupy. Nel caso delle torri milanesi, evidentemente, la privatizzazione doppia del bosco salta ancora di più all'occhio, e il “modello per la città futura” non dichiarato lo intuiscono anche i più distratti: è la fortezza dei ricchi assediata dal disastro. Ma siamo sicuri che i progettisti-progressisti, invece, volessero con la loro provocatoria opera di architettura esattamente denunciare questo rischio. O no?
Today/Città Conquistatrice
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