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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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venerdì 28 novembre 2014

La ragione economica del buon vivere

«Per quanto sia impor­tante avere un’occupazione, essa non è tut­ta­via suf­fi­ciente per la rea­liz­za­zione delle per­sone; il loro benes­sere non è favo­rito se le esi­genze pro­dut­tive impon­gono con­di­zioni squi­librate di sovraoc­cu­pa­zione che costrin­gono a una «rin­corsa per­ma­nente» a mag­giori con­sumi o a con­di­zioni di sot­toc­cu­pa­zione che depri­mono la qua­lità della vita». Il manifesto, 28 novembre 2014 (m.p.r.)



Il rap­porto tra oppor­tu­nità di vita e qua­lità della stessa si pre­senta con­trad­dit­to­rio fin dagli anni Settanta quando, come rico­strui­sce Ste­fano Fas­sina nella pre­fa­zione al libro di Aldo Carra Più ugua­glianza, più benes­sere. Per­corsi pos­si­bili in tempi di crisi (Ediesse, pp. 156, euro 12), emer­gono i limiti di uno svi­luppo che, pur in forte cre­scita pro­dut­tiva, è inca­pace a rispon­dere alla domanda di mag­giore qua­lità del lavoro e di esten­sione del wel­fare. Il volume sarà pre­sen­tato oggi a Roma da chi scrive, Ste­fano Fas­sina e Norma Ran­geri in un incon­tro con l’autore (appun­ta­mento alle ore 18 alla chiesa val­dese, Via Marianna Dio­nigi 59). Il «ben-essere» (well-being) al quale si rife­ri­sce Carra non è la sod­di­sfa­zione dei soli biso­gni per­so­nali con beni di mer­cato, e ser­vizi pub­blici, ma anche delle esi­genze che atten­gono alla rea­liz­za­zione per­so­nale e sociale degli indi­vi­dui e, in que­sto senso, si con­trap­pone al Pil quale misura dei risul­tati eco­no­mici di un paese.

Il well-being incon­tra un limite nel modello pro­dut­tivo esi­stente per la subor­di­na­zione che impone al lavoro e per le disu­gua­glianze che genera nella società. Key­nes aveva visto giu­sto nel pre­ve­dere l’enorme cre­scita della pro­dut­ti­vità del XX secolo, ma non aveva visto giu­sto nel rite­nere che, appa­gati i biso­gni pri­mari, ci sarebbe stato tutto lo spa­zio per sod­di­sfare le neces­sità di più alto livello. Le cose non sono andate così; il sistema capi­ta­li­stico, per non intac­care il suo assetto sociale, ha accom­pa­gnato la sua cre­scita con la tra­sfor­ma­zione dei modelli di con­sumo indu­cendo i biso­gni neces­sari all’assorbimento dei «suoi» pro­dotti in un cir­cuito «infer­nale tra svi­luppo che genera biso­gni e ricerca di sod­di­sfa­zione dei biso­gni che genera sviluppo».

Il grande inganno
Per quanto sia impor­tante avere un’occupazione, essa non è tut­ta­via suf­fi­ciente per la rea­liz­za­zione delle per­sone; il loro benes­sere non è favo­rito se le esi­genze pro­dut­tive impon­gono con­di­zioni squi­librate di sovraoc­cu­pa­zione che costrin­gono a una «rin­corsa per­ma­nente» a mag­giori con­sumi o a con­di­zioni di sot­toc­cu­pa­zione che depri­mono la qua­lità della vita. Entrambi i casi pena­liz­zano le attività rela­zio­nali che pos­sono met­tere in discus­sione «i ruoli sociali, la sepa­ra­zione tra lavoro pro­dut­tivo e lavori dome­stici e di cura, la rela­zione tra tempi di vita e di lavoro». Per con­tra­stare la per­dita di valore del lavoro è neces­sa­rio pen­sare (sono citati Pierre Car­niti e Bruno Tren­tin) alla ridu­zione degli orari e alla redi­stri­bu­zione del lavoro in un’ottica «di lavo­rare meno per vivere meglio». Ste­fano Fas­sina ricorda oppor­tu­na­mente nella sua pre­fa­zione le parole di Pie­tro Mar­ce­naro che soste­neva una redi­stri­bu­zione del tempo di lavoro capace di tener conto della «dispo­ni­bi­lità dif­fe­ren­ziata verso il lavoro e dei diversi biso­gni di red­dito» in modo da com­pren­dere «l’organizzazione dell’insieme delle scelte di vita di una per­sona». Pro­spet­tiva che, intrec­ciata a quel red­dito minimo garan­tito auspi­cato dall’Unione Euro­pea, darebbe sostanza a pro­getti di «lavoro di cit­ta­di­nanza attiva».

Una realtà di «minori occu­pati che lavo­rano di più» genera una siste­ma­tica disu­gua­glianza che, come espli­cita il titolo (Più ugua­glianza, più benes­sere), costi­tui­sce un vin­colo all’opportunità di scelta della pro­pria vita. Carra parla giu­sta­mente, a que­sto pro­po­sito, di «grande inganno» per­pe­trato da que­gli eco­no­mi­sti che teo­riz­zano che la disu­gua­glianza fac­cia bene; che il mer­cato pre­mia il merito; che pri­vi­le­giare l’utilizzo dei pochi che dispon­gono di mag­giori risorse fa «sgoc­cio­lare» red­dito e oppor­tu­nità su coloro che non ne sono dotati; che l’esclusione dei molti è giu­sti­fi­cata, anzi auspi­cata per la mag­giore «effi­cienza» dell’economia, dato che i costi sociali e per­so­nali dell’esclusione (disoc­cu­pa­zione e pre­ca­riz­za­zione) non sono costi eco­no­mici (da inclu­dere nel Pil).

La classe diri­gente non rie­sce solo a creare regole fun­zio­nali ai suoi inte­ressi, ma anche a con­vin­cere che i rap­porti da lei impo­sti rispon­dono alle esi­genze dei loro subor­di­nati; accet­tare la «pre­di­ca­zione della disu­gua­glianza come valore posi­tivo» signi­fica rati­fi­care di fatto la vit­to­ria cul­tu­rale dell’individualismo, con­su­mi­smo, libe­ri­smo. Si può uscire da que­sta trap­pola solo pro­po­nendo una poli­tica alter­na­tiva che abbia nel lavoro il segno tan­gi­bile dell’uguaglianza e della libertà. In que­sta ten­sione etico-religiosa – i rife­ri­menti a papa Fran­ce­sco e al pen­siero cat­to­lico e socia­li­sta sono fre­quenti – si col­loca la pro­po­sta «mini­ma­li­sta» di Carra per «con­vin­cerci e con­vin­cere» che l’uguaglianza è oggi pos­si­bile e neces­sa­ria e che per rag­giun­gerla non vi è biso­gno di obiet­tivi radi­cali di rivol­gi­mento, ma per­corsi che la rico­strui­scano «a par­tire da tutti gli aspetti della vita quo­ti­diana delle persone».

La ricerca di Carra si appog­gia sulle ana­lisi, e sugli indi­ca­tori di Benes­sere Equo e Soste­ni­bile (Bes), ela­bo­rate dalla Com­mis­sione Istat-Cnel alla quale ha par­te­ci­pato come mem­bro. Sulla base dell’architettura del Bes, egli indi­vi­dua gli obiet­tivi volti a con­tra­stare le mol­te­plici situa­zioni di disu­gua­glianze che si pre­sen­tano nei micro­con­te­sti sociali, fami­liari e cul­tu­rali della vita quo­ti­diana. I set­tori del lavoro, del benes­sere eco­no­mico, della salute e dell’istruzione sono quelli nei quali più forte è l’incidenza delle disu­gua­glianze e sono quindi i campi sui quali si con­cen­tra la sua atten­zione e la sua pro­po­sta di micro­pro­getti che viene svi­lup­pata adot­tando tre chiavi di let­tura delle disu­gua­glianze (di genere, di gene­ra­zione, territoriali).

Un problema di governo
Carra assume che disu­gua­glianza e benes­sere sono una rile­vante que­stione nazio­nale, così come rile­vante è l’idea di una sua gestione set­to­riale. È una pro­po­sta che, richie­dendo una testa cen­trale e gambe locali, fa emer­gere il nodo poli­tico di una poli­tica eco­no­mica progressiva.

Nel libro l’azione pub­blica fa rife­ri­mento a una testa, a un governo nazio­nale, che non sem­bra avere tra i suoi obiet­tivi quelli auspi­cati e a gambe, gli enti locali, non sem­pre dotati di ade­guate competenze e volontà (Fabri­zio Barca potrebbe meglio qua­li­fi­care que­sto aspetto) e tanto meno auto­no­mia finan­zia­ria; non meno secon­da­rio è il con­te­sto cul­tu­rale che fal­ci­dia tutte le pro­po­ste non con­formi all’esistente visione di poli­tica eco­no­mica. Ma, se non si accetta l’egemonia poli­tica e cul­tu­rale domi­nante, come non l’accetta Carra, l’ambizioso pro­getto del libro richiede di tro­vare teste e gambe in grado di dare una rispo­sta posi­tiva all’aspirazione di più ugua­glianza e più benes­sere; in sostanza, il nodo è come e dove sono i poteri, le forze (sociali, poli­ti­che, di movi­mento) capaci di mobi­li­tarsi, all’interno di una visione glo­bale, in uno sforzo comune per più ugua­glianza e più benessere?
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