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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

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venerdì 28 novembre 2014

La ragione economica del buon vivere

«Per quanto sia impor­tante avere un’occupazione, essa non è tut­ta­via suf­fi­ciente per la rea­liz­za­zione delle per­sone; il loro benes­sere non è favo­rito se le esi­genze pro­dut­tive impon­gono con­di­zioni squi­librate di sovraoc­cu­pa­zione che costrin­gono a una «rin­corsa per­ma­nente» a mag­giori con­sumi o a con­di­zioni di sot­toc­cu­pa­zione che depri­mono la qua­lità della vita». Il manifesto, 28 novembre 2014 (m.p.r.)



Il rap­porto tra oppor­tu­nità di vita e qua­lità della stessa si pre­senta con­trad­dit­to­rio fin dagli anni Settanta quando, come rico­strui­sce Ste­fano Fas­sina nella pre­fa­zione al libro di Aldo Carra Più ugua­glianza, più benes­sere. Per­corsi pos­si­bili in tempi di crisi (Ediesse, pp. 156, euro 12), emer­gono i limiti di uno svi­luppo che, pur in forte cre­scita pro­dut­tiva, è inca­pace a rispon­dere alla domanda di mag­giore qua­lità del lavoro e di esten­sione del wel­fare. Il volume sarà pre­sen­tato oggi a Roma da chi scrive, Ste­fano Fas­sina e Norma Ran­geri in un incon­tro con l’autore (appun­ta­mento alle ore 18 alla chiesa val­dese, Via Marianna Dio­nigi 59). Il «ben-essere» (well-being) al quale si rife­ri­sce Carra non è la sod­di­sfa­zione dei soli biso­gni per­so­nali con beni di mer­cato, e ser­vizi pub­blici, ma anche delle esi­genze che atten­gono alla rea­liz­za­zione per­so­nale e sociale degli indi­vi­dui e, in que­sto senso, si con­trap­pone al Pil quale misura dei risul­tati eco­no­mici di un paese.

Il well-being incon­tra un limite nel modello pro­dut­tivo esi­stente per la subor­di­na­zione che impone al lavoro e per le disu­gua­glianze che genera nella società. Key­nes aveva visto giu­sto nel pre­ve­dere l’enorme cre­scita della pro­dut­ti­vità del XX secolo, ma non aveva visto giu­sto nel rite­nere che, appa­gati i biso­gni pri­mari, ci sarebbe stato tutto lo spa­zio per sod­di­sfare le neces­sità di più alto livello. Le cose non sono andate così; il sistema capi­ta­li­stico, per non intac­care il suo assetto sociale, ha accom­pa­gnato la sua cre­scita con la tra­sfor­ma­zione dei modelli di con­sumo indu­cendo i biso­gni neces­sari all’assorbimento dei «suoi» pro­dotti in un cir­cuito «infer­nale tra svi­luppo che genera biso­gni e ricerca di sod­di­sfa­zione dei biso­gni che genera sviluppo».

Il grande inganno
Per quanto sia impor­tante avere un’occupazione, essa non è tut­ta­via suf­fi­ciente per la rea­liz­za­zione delle per­sone; il loro benes­sere non è favo­rito se le esi­genze pro­dut­tive impon­gono con­di­zioni squi­librate di sovraoc­cu­pa­zione che costrin­gono a una «rin­corsa per­ma­nente» a mag­giori con­sumi o a con­di­zioni di sot­toc­cu­pa­zione che depri­mono la qua­lità della vita. Entrambi i casi pena­liz­zano le attività rela­zio­nali che pos­sono met­tere in discus­sione «i ruoli sociali, la sepa­ra­zione tra lavoro pro­dut­tivo e lavori dome­stici e di cura, la rela­zione tra tempi di vita e di lavoro». Per con­tra­stare la per­dita di valore del lavoro è neces­sa­rio pen­sare (sono citati Pierre Car­niti e Bruno Tren­tin) alla ridu­zione degli orari e alla redi­stri­bu­zione del lavoro in un’ottica «di lavo­rare meno per vivere meglio». Ste­fano Fas­sina ricorda oppor­tu­na­mente nella sua pre­fa­zione le parole di Pie­tro Mar­ce­naro che soste­neva una redi­stri­bu­zione del tempo di lavoro capace di tener conto della «dispo­ni­bi­lità dif­fe­ren­ziata verso il lavoro e dei diversi biso­gni di red­dito» in modo da com­pren­dere «l’organizzazione dell’insieme delle scelte di vita di una per­sona». Pro­spet­tiva che, intrec­ciata a quel red­dito minimo garan­tito auspi­cato dall’Unione Euro­pea, darebbe sostanza a pro­getti di «lavoro di cit­ta­di­nanza attiva».

Una realtà di «minori occu­pati che lavo­rano di più» genera una siste­ma­tica disu­gua­glianza che, come espli­cita il titolo (Più ugua­glianza, più benes­sere), costi­tui­sce un vin­colo all’opportunità di scelta della pro­pria vita. Carra parla giu­sta­mente, a que­sto pro­po­sito, di «grande inganno» per­pe­trato da que­gli eco­no­mi­sti che teo­riz­zano che la disu­gua­glianza fac­cia bene; che il mer­cato pre­mia il merito; che pri­vi­le­giare l’utilizzo dei pochi che dispon­gono di mag­giori risorse fa «sgoc­cio­lare» red­dito e oppor­tu­nità su coloro che non ne sono dotati; che l’esclusione dei molti è giu­sti­fi­cata, anzi auspi­cata per la mag­giore «effi­cienza» dell’economia, dato che i costi sociali e per­so­nali dell’esclusione (disoc­cu­pa­zione e pre­ca­riz­za­zione) non sono costi eco­no­mici (da inclu­dere nel Pil).

La classe diri­gente non rie­sce solo a creare regole fun­zio­nali ai suoi inte­ressi, ma anche a con­vin­cere che i rap­porti da lei impo­sti rispon­dono alle esi­genze dei loro subor­di­nati; accet­tare la «pre­di­ca­zione della disu­gua­glianza come valore posi­tivo» signi­fica rati­fi­care di fatto la vit­to­ria cul­tu­rale dell’individualismo, con­su­mi­smo, libe­ri­smo. Si può uscire da que­sta trap­pola solo pro­po­nendo una poli­tica alter­na­tiva che abbia nel lavoro il segno tan­gi­bile dell’uguaglianza e della libertà. In que­sta ten­sione etico-religiosa – i rife­ri­menti a papa Fran­ce­sco e al pen­siero cat­to­lico e socia­li­sta sono fre­quenti – si col­loca la pro­po­sta «mini­ma­li­sta» di Carra per «con­vin­cerci e con­vin­cere» che l’uguaglianza è oggi pos­si­bile e neces­sa­ria e che per rag­giun­gerla non vi è biso­gno di obiet­tivi radi­cali di rivol­gi­mento, ma per­corsi che la rico­strui­scano «a par­tire da tutti gli aspetti della vita quo­ti­diana delle persone».

La ricerca di Carra si appog­gia sulle ana­lisi, e sugli indi­ca­tori di Benes­sere Equo e Soste­ni­bile (Bes), ela­bo­rate dalla Com­mis­sione Istat-Cnel alla quale ha par­te­ci­pato come mem­bro. Sulla base dell’architettura del Bes, egli indi­vi­dua gli obiet­tivi volti a con­tra­stare le mol­te­plici situa­zioni di disu­gua­glianze che si pre­sen­tano nei micro­con­te­sti sociali, fami­liari e cul­tu­rali della vita quo­ti­diana. I set­tori del lavoro, del benes­sere eco­no­mico, della salute e dell’istruzione sono quelli nei quali più forte è l’incidenza delle disu­gua­glianze e sono quindi i campi sui quali si con­cen­tra la sua atten­zione e la sua pro­po­sta di micro­pro­getti che viene svi­lup­pata adot­tando tre chiavi di let­tura delle disu­gua­glianze (di genere, di gene­ra­zione, territoriali).

Un problema di governo
Carra assume che disu­gua­glianza e benes­sere sono una rile­vante que­stione nazio­nale, così come rile­vante è l’idea di una sua gestione set­to­riale. È una pro­po­sta che, richie­dendo una testa cen­trale e gambe locali, fa emer­gere il nodo poli­tico di una poli­tica eco­no­mica progressiva.

Nel libro l’azione pub­blica fa rife­ri­mento a una testa, a un governo nazio­nale, che non sem­bra avere tra i suoi obiet­tivi quelli auspi­cati e a gambe, gli enti locali, non sem­pre dotati di ade­guate competenze e volontà (Fabri­zio Barca potrebbe meglio qua­li­fi­care que­sto aspetto) e tanto meno auto­no­mia finan­zia­ria; non meno secon­da­rio è il con­te­sto cul­tu­rale che fal­ci­dia tutte le pro­po­ste non con­formi all’esistente visione di poli­tica eco­no­mica. Ma, se non si accetta l’egemonia poli­tica e cul­tu­rale domi­nante, come non l’accetta Carra, l’ambizioso pro­getto del libro richiede di tro­vare teste e gambe in grado di dare una rispo­sta posi­tiva all’aspirazione di più ugua­glianza e più benes­sere; in sostanza, il nodo è come e dove sono i poteri, le forze (sociali, poli­ti­che, di movi­mento) capaci di mobi­li­tarsi, all’interno di una visione glo­bale, in uno sforzo comune per più ugua­glianza e più benessere?
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